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Acquisti coi soldi altrui: come dimostrarlo all’Agenzia delle Entrate

8 gennaio 2018


Acquisti coi soldi altrui: come dimostrarlo all’Agenzia delle Entrate

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 gennaio 2018



Prestiti e donazioni: sempre meglio farli con bonifici o assegni per evitare accertamenti fiscali. La prova testimoniale non ha valore.

C’è un errore che quasi tutti i contribuenti fanno quando si tratta di dimostrare al fisco  le ragioni di un tenore di vita più elevato rispetto alla propria dichiarazione dei redditi: quello di ritenere che le dichiarazioni testimoniali, anche se rilasciate per iscritto e con la forma dell’autocertificazione, possano avere qualche valore probatorio. Non è affatto così ed a ricordarlo è una recente sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Lazio [1] che spiega anche come dimostrare all’Agenzia delle Entrate gli acquisti fatti con soldi altrui. Per capire il principio ed evitare di incorrere in clamorosi errori che potrebbero costare un accertamento fiscale, facciamo un esempio.

Immaginiamo una persona che acquisti un’auto del valore di alcune decine di migliaia di euro benché il suo stipendio – circa 400 euro al mese – non glielo consenta. Lo stesso stipendio non gli permette neanche di sostenere le spese per il mantenimento della macchina: tra bollo, assicurazione, benzina, revisione e tagliando, il proprietario dovrebbe spendere quasi la metà della propria busta paga. Un tenore di vita eccessivo rispetto al reddito dichiarato, sostiene l’Agenzia delle Entrate che pertanto, allertata dal redditometro, invia al contribuente una richiesta di chiarimenti: «Come hai fatto ad acquistare un bene di lusso come l’auto? Da dove hai preso i soldi? Chi ti garantisce la disponibilità economica per le spese fisse?», questa in sintesi la domanda del fisco. Il contribuente però ritiene di avere la coscienza a posto: ha un amico che, di tanto in tanto, gli fa credito e gli presta qualche somma, a volte gliela regala del tutto. Così fa intervenire quest’ultimo per confermare tale circostanza e, anzi, per avvalorare la dichiarazione testimoniale, gli fa firmare un atto notorio. In buona sostanza l’amico mette nero su bianco la conferma a tutte le difese del contribuente: «È vero: i soldi glieli dò io!». Ma all’Agenzia delle Entrate non basta. «Chi mi dice che non vi siate messi d’accordo e che, sottobanco, ci sia un  passaggio di denaro in nero? O chi mi dice che il soggetto accertato non nasconda dei soldi che non ha indicato nella dichiarazione dei redditi?». Così l’accertamento fiscale viene confermato e, con esso, oltre alla tassazione, anche le sanzioni.

A questo punto il contribuente si interroga: «Se è vero che non posso usare la testimonianza di chi mi fa un prestito, come dimostrare all’Agenzia delle Entrate gli acquisti con soldi altrui?». La risposta è contenuta nella sentenza qui in commento.

La dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, con cui un terzo afferma di aver sostenuto le spese per l’acquisto di beni intestati ad altro soggetto, non blocca l’accertamento fiscale nei confronti di quest’ultimo (accertamento di tipo «sintetico» perché fatto con redditometro). È infatti necessaria altra documentazione scritta che attesti il passaggio di denaro dall’uno all’altro conto corrente. In buona sostanza, bisogna produrre al fisco una documentazione certa e idonea a dimostrare la provenienza dei soldi usati per acquistare il bene di lusso, nel caso di specie l’automobile. Di quale prova si può trattare? Quella, ad esempio, che proviene dagli estratti conto che attestano il bonifico o la copia di un assegno.  Ecco perché è sempre meglio prestare o donare i soldi tramite strumenti tracciabili come appunto bonifici o gli assegni non trasferibili: sono questi stessi la prova della fonte del denaro, una dimostrazione inoppugnabile che mette al riparo da qualsiasi accertamento fiscale.

Al contrario l’autocertificazione (ossia la dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà) non è una prova valida nel processo tributario; essa è prevista dalla legge solo per velocizzare l’attività amministrativa, perché esonera l’interessato dal produrre un documento o una certificazione pubblica; ma tale dichiarazione, anche se resa da un terzo, non dimostra la verità del suo contenuto, ma rappresenta «semplicemente un indizio, valutabile in relazione agli altri elementi acquisiti».

Il contenuto dell’accertamento sintetico può, dunque, esser vinto con una prova documentale, da cui emergano eventuali altri redditi e la durata del loro possesso.

note

[1] Ctr Lazio sent. n. 2003/3/2017.

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