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Lo sai che? Se l’Inps chiede al dipendente il pagamento dei contributi e l’azienda ha chiuso

Lo sai che? Pubblicato il 9 gennaio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 9 gennaio 2018

Circa quattro anni fa la spa dove ero presidente del CdA andò in crisi di liquidità con chiusura dei conti e così smise di pagare gli stipendi ai dipendenti. L’anno dopo fu sfrattata e nei due mesi prima senza dipendenti dovette vendere a stocchisti tutta la merce. Oggi l’INPS mi chiede di pagare i contributi non versati in quei mesi che io so che non vi erano dipendenti. Sono tenuto a pagarli io? Tutti o solo una percentuale? Mi chiedo perchè devo pagare io dei contributi se non sono stati pagati stipendi in quei mesi menzionati nell’avviso dell’INPS?

L’INPS contesta al lettore il mancato versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali ai sensi dell’art. 2 comma 1 bis della legge n.638 del 1983 che testualmente recita: comma 1 – Le ritenute previdenziali ed assistenziali operate dal datore di lavoro sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti, ivi comprese le trattenute effettuate ai sensi degli articoli 20, 21 e 22 della legge 30 aprile 1969, n. 153, debbono essere comunque versate e non possono essere portate a conguaglio con le somme anticipate, nelle forme e nei termini di legge, dal datore di lavoro ai lavoratori per conto delle gestioni previdenziali ed assistenziali, e regolarmente denunciate alle gestioni stesse, tranne che a seguito di conguaglio tra gli importi contributivi a carico del datore di lavoro e le somme anticipate risulti un saldo attivo a favore del datore di lavoro.

1-bis. L’omesso versamento delle ritenute di cui al comma 1, per un importo superiore a euro 10.000 annui, è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a euro 1.032. Se l’importo omesso non è superiore a euro 10.000 annui, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 10.000 a euro 50.000. Il datore di lavoro non è punibile, né assoggettabile alla sanzione amministrativa, quando provvede al versamento delle ritenute entro tre mesi dalla contestazione o dalla notifica dell’avvenuto accertamento della violazione.

Partiamo da un primo punto: chi deve pagare per i mancati versamenti?

Qui la giurisprudenza della Suprema Corte è abbastanza concorde nel ritenere che l’onere del pagamento delle somme dovute all’Inps, al fine di conseguire la non punibilità, ai sensi dell’art. 2, comma 1 bis, d.l. 12 settembre 1983 n. 463, conv. dalla l. 11 novembre 1983 n. 638, spetta comunque al soggetto che ricopriva il ruolo di rappresentante legale della società all’epoca dei fatti, e ciò anche nel caso in cui la società, in epoca successiva, sia stata posta in liquidazione (confronta Cassazione penale, sez. III, 19/11/2013, n. 51385).

Pertanto, sotto questo punto di vista, dovrebbe essere il rappresentante legale pro tempore a dover rispondere di questo reato in caso di accertamento penale della condotta omissiva di cui alla legge sopra richiamata.

Il secondo punto riguarda lo stato di insolvenza. È possibile richiamare questa condizione di difficoltà economica come elemento discriminante la condotta penalmente rilevante?

Sul punto, anche qui, la giurisprudenza ha posto l’onere a carico del rappresentante legale di dimostrare che l’inadempimento della obbligazione tributaria possa essere attribuito a forza maggiore solo quando derivi da fatti non imputabili all’imprenditore che non abbia potuto tempestivamente porvi rimedio per cause indipendenti dalla sua volontà e che sfuggono al suo dominio finalistico (Cassazione penale, sez. III, 17/01/2017, n. 20855).

Nel caso sopra esposto, la Corte aveva assunto il principio secondo il quale la condizione di difficoltà economico-finanziaria della società e la strategia imprenditoriale adottata dal rappresentate legale per farvi fronte non poteva essere considerata come forza maggiore o stato di necessità giustificante il mancato versamento dei contributi.

Ad ogni modo, il punto cruciale dell’argomento riguarda il mancato pagamento delle retribuzioni, a cui è conseguito il naturale mancato versamento delle ritenute.

Qui la giurisprudenza afferma che se la retribuzione è stata versata, allora anche i versamenti dei contributi devono essere corrisposti: “in tema di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali, lo stato d’insolvenza non libera il sostituto d’imposta dai doveri verso l’erario in relazione alle retribuzioni corrisposte ai dipendenti, in quanto, per la contemporaneità dell’obbligo retributivo e di quello contributivo, il medesimo è tenuto a ripartire le risorse esistenti all’atto dell’erogazione degli emolumenti in modo da poter assolvere al debito para-fiscale, anche se ciò comporti l’impossibilità di pagare i compensi nel loro intero ammontare” (Cassazione penale, sez. III, sentenza 17/04/2015 n° 16102).

Diverso è il caso specifico, perché la retribuzione ai lavoratori non è stata versata per via di quell’illiquidità economica in cui versava la S.p.a..

A conferma di quanto testé detto, ci sono alcune sentenze di merito, come quella prodotta dal Tribunale di Monza che, in tema di omesso versamento all’INPS delle ritenute previdenziali e assistenziali sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti, ha dichiarato che, per ritenere non integrata la fattispecie di reato, il datore di lavoro debba dimostrare di non aver pagato nel periodo in contestazione le retribuzioni dei lavoratori (Tribunale Monza, 04/01/2014, n. 3450).

Pertanto, prendendo spunto da quest’ultime argomentazioni, potrebbe trovare condivisione nei tribunali competenti la tesi secondo la quale la società presieduta al tempo dal lettore – non avendo retribuito i lavoratori (lavoratori che all’epoca questi dice manco esistenti) – non avrebbe dovuto versare i contributi.

Tanto premesso, quello che si consiglia è di inviare all’Inps una missiva giustificatrice (magari tramite legale), allegando la prova che all’epoca dei fatti lamentati dall’ente accertatore non esisteva alcun lavoratore e, pertanto, non è stato pagato alcuno stipendio.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla


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