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Interdizione e inabilitazione: quali effetti ha la procura generale?

9 gennaio 2018


Interdizione e inabilitazione: quali effetti ha la procura generale?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 gennaio 2018



Mia zia mi ha rilasciato una procura generale per il compimento di atti anche di straordinaria amministrazione che riguardano i suoi beni. Le ho fatto firmare un contratto ma temo che gli altri eredi possano chiedere la sua interdizione legale per impugnare l’atto. Ritengono che zia non sia più capace d’intendere e volere. Come posso agire?

Innanzitutto si può dire che finché la zia del lettore non sarà sottoposta ad interdizione o inabilitazione, ella sarà libera di disporre come meglio ritiene dei suoi beni.

In effetti, il rilascio di una procura generale (nel caso specifico estesa anche al compimento di atti di straordinaria amministrazione) non priva il rappresentato, cioè colui il quale ha conferito la procura, dei poteri e delle facoltà relativi alle sue proprietà.

Nel caso specifico, quindi, dato che la zia non è allo stato attuale né interdetta né inabilitata, ella può liberamente disporre dei suoi beni e, pertanto, se ciò che il nipote avesse fatto sottoscrivere a sua zia fosse un atto dispositivo (un contratto preliminare, un accredito in favore della nipote, ecc.) esso sarebbe pienamente valido.

Si aggiunga però che anche se la zia non è interdetta, l’atto da lei compiuto (attraverso l’intervento del nipote) potrebbe in ogni caso essere annullato a condizione che si possa dimostrare che nel momento in cui l’atto fu compiuto la zia era per qualsiasi causa, anche transitoria, incapace d’intendere o di volere.

L’annullamento può essere chiesto, entro il termine di cinque anni dal momento in cui l’atto o il contratto fu compiuto, dalla zia stessa o dai suoi eredi o dai suoi aventi causa a condizione altresì che in conseguenza dell’atto compiuto risulti:

– un grave pregiudizio per l’autore (la zia, cioè);

– e venga dimostrata la malafede dell’altro contraente.

Questo sopra riportato è quello che l’articolo 428 del codice civile stabilisce in generale per quello che riguarda gli atti compiuti da persona non interdetta ma incapace d’intendere o di volere al momento del compimento dell’atto o del contratto.

Per quanto riguarda il testamento (nell’ipotesi in cui la zia abbia sottoscritto quel giorno un testamento), l’articolo 591 del codice civile stabilisce che sono incapaci di testare (cioè di disporre per testamento) coloro i quali, anche se non interdetti, si dimostri che siano stati, per qualsiasi causa, anche transitoria, incapaci di intendere o di volere nel momento in cui fecero testamento.

In questo caso il testamento potrà essere impugnato da chiunque vi abbia interesse nel termine di cinque anni dal giorno in cui è stata data esecuzione alle disposizioni testamentarie.

Occorre aggiungere che anche se la zia del lettore nel momento in cui ha sottoscritto quell’atto fosse stata pienamente capace di intendere e di volere, un rimedio per impugnare quell’atto ci sarebbe se si dimostrasse che il consenso della zia per sottoscrivere quell’atto fu dato per errore, carpito con dolo o estorto con la violenza.

Senza scendere nei dettagli di cosa si debba intendere per errore, dolo e violenza, è chiaro che nel caso della zia il vizio a cui fare riferimento più degli altri potrebbe essere quello del consenso carpito con dolo, cioè per effetto di raggiri tali che, senza di essi, la zia non avrebbe sottoscritto l’atto.

Se così fosse quest’ultima avrebbe tempo cinque anni dal momento della scoperta del dolo (cioè del raggiro subito) per chiedere l’annullamento dell’atto.

In maniera analoga, se la zia era perfettamente capace di intendere o di volere nel momento in cui sottoscrisse quell’atto (in compagnia del nipote), l’articolo 624 del codice civile stabilisce che:

– la disposizione testamentaria può essere impugnata da chiunque vi abbia interesse quando è l’effetto di violenza, di dolo o di errore,

– e che l’azione per impugnare dinanzi all’autorità giudiziaria il testamento redatto a seguito di violenza, dolo o errore si prescrive in cinque anni dal giorno in cui si è avuta notizia della violenza o del dolo o dell’errore.

Questi, in sintesi, sono i rimedi in relazione a quell’atto di cui il lettore ha fatto cenno nel quesito.

Più in generale, se la zia risulti essere in condizioni di abituale infermità di mente che la rendano incapace di provvedere ai propri interessi, sarebbe opportuno avviare l’iter per la sua interdizione legale se ciò fosse necessario per assicurarle adeguata protezione (ai sensi degli articoli 414 e seguenti del codice civile), cioè per metterla al riparo dal compimento di altri atti dispositivi o contrattuali che potrebbero nuocerle (non solo sotto il profilo economico).

L’interdizione della zia del lettore (con la conseguente nomina di un tutore sotto il controllo dell’autorità giudiziaria) avrebbe però come conseguenza (ai sensi dell’articolo 1722 del codice civile) l’estinzione della procura generale conferita al lettore: analoghe conseguenze (cioè estinzione della procura generale e nomina di un curatore) vi sarebbero nel caso la zia fosse non interdetta, ma inabilitata (l’inabilitazione è una forma più attenuata di protezione degli infermi di mente che versino in condizioni meno gravi di coloro i quali vengono interdetti).

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte

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