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Soldi dati a un amico: è un prestito o un regalo?

9 gennaio 2018


Soldi dati a un amico: è un prestito o un regalo?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 gennaio 2018



Non basta la semplice consegna del denaro per dimostrare l’esistenza di un contratto di mutuo.

Il caso che vogliamo trattare in questo articolo è tutt’altro che isolato ed ha a che fare con i soldi dati in prestito. Sarà capitato anche a te di prestare del denaro a un parente o a un amico e di farlo informalmente, senza cioè un contratto o un’altra scrittura che formalizzasse l’obbligo di restituzione dell’importo e i tempi entro cui adempiere. Quando i rapporti tra le parti sono stretti, chiedere la firma su un documento sembra uno sgarbo, una mancanza di fiducia della quale ci si vergogna. Eppure la chiarezza e la trasparenza sono sempre preferibili, specie per chi non intende pescare nel torbido e non ha nulla da nascondere. Hai pensato infatti a cosa potrebbe succedere se il beneficiario del denaro dovesse successivamente rifiutarsi di restituirti i soldi che gli hai dato in prestito, sostenendo che si è trattato di un regalo? Come potresti dimostrare che, dietro il trasferimento della somma, non c’era una donazione ma un mutuo tra privati? Sarà la sua parola contro la tua. A questo punto, in assenza di prove scritte che stabiliscano in modo incontrovertibile la natura del contratto, è bene chiedersi se i soldi dati a un amico si considerano un prestito o un regalo. La questione è stata decisa ieri dalla Cassazione [1]: la sentenza, come  anticipato in apertura, è interessantissima perché può coinvolgere gli interessi (presenti o futuri di molti) cittadini che hanno consegnato il proprio denaro ad altre persone senza badare alla forma.

Per prima cosa ricordiamo che è ben possibile prestare dei soldi a un’altra persona con il patto di ottenerne la restituzione. Si tratta di un contratto di mutuo che ben si può realizzare anche tra privati e non necessariamente con una banca. Il mutuo poi si dice a titolo gratuito se il beneficiario è tenuto a restituire solo il capitale avuto in prestito o a titolo oneroso se il beneficiario deve anche versare gli interessi. Se il contratto non specifica nulla a riguardo, il mutuo si considera a titolo oneroso e il saggio di interesse è quello legale (stabilito annualmente dal ministero per tutte le obbligazioni di somme di denaro).

Il contratto di mutuo si formalizza solo con il consenso tra le parti. Non c’è quindi bisogno di un documento scritto il quale è obbligatorio solo quando il mutuante è una banca.  Solo se le parti fissano una misura di interesse superiore a quella legale hanno l’obbligo di redigere un contratto scritto. Fuori da questi casi eccezionali, dunque, il contratto di mutuo può formalizzarsi anche con una stretta di mano, ossia con un accordo verbale. Ciò capita soprattutto nel caso di mutuo a titolo gratuito, quando cioè si consegna del denaro e non si vogliono interessi, ma solo a titolo di cortesia, per aiutare un amico in una situazione difficile o un parente ad acquistare un bene per il quale, al momento, non ha i soldi.

La consegna del denaro può avvenire in contanti per importi inferiori a 3mila euro, mentre deve avvenire con assegni o bonifico per somme superiori, in rispetto della normativa sulla tracciabilità dei pagamenti.

Come si dimostra l’esistenza di un contratto di mutuo? Qui arriva la parte difficile. Secondo la sentenza in commento, infatti, non basta la semplice consegna del denaro o di assegni. Ecco le parole usate dalla Corte: «l’esistenza di un contratto di mutuo non può essere desunta dalla mera consegna di assegni bancari o somme di denaro». Sembrerebbe quasi che la Cassazione chieda indirettamente una prova scritta, sebbene non imposta dalla legge. Questo perché viene difficile pensare a una forma alternativa a quella documentale da cui desumere l’esistenza di un contratto di mutuo. Di certo, il semplice passaggio del denaro è insufficiente. Anche la prova testimoniale potrebbe essere non ammessa dal giudice stante il divieto inserito nel codice civile di provare con testimoni tutti i contratti di importo superiore a 2,58 euro.

Il che significa che, in caso di soldi dati a un amico, questi si considerano – in assenza di prove contrarie – come frutto di un regalo (ossia una donazione) e non un prestito.


note

[1] Cass. sent. n. 180/18 dell’8.01.2018.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 21 settembre 2017 – 8 gennaio 2018, n. 180
Presidente Matera – Relatore Picaroni

Fatti di causa

1. La Corte d’appello di Lecce, con sentenza depositata il 19 dicembre 2012, ha accolto l’appello proposto da Perrino s.r.l. avverso la sentenza del Tribunale di Brindisi – sezione distaccata di Ostuni n. 41 del 2010, e nei confronti di Le. Pa. s.r.l., e, per l’effetto, ha rigettato la domanda proposta dalla società Le. di condanna della società Perrino alla restituzione dell’importo di Euro 51.645,60, ritenendo non raggiunta la prova del sottostante contratto di mutuo.
2. Per la cassazione della sentenza Pa. Le. ha proposto ricorso sulla base di due motivi. Resiste con controricorso Perrino srl.

Ragioni della decisione

1. Il ricorso è infondato.
1.1. Con il primo motivo è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 2697, 2729 cod. civ., 115, secondo comma, 116 cod. proc. civ. e 6 Cedu, e si contesta che la Corte d’appello avrebbe applicato la regola del riparto dell’onere probatorio senza esaminare le numerose emergenze processuali che il Tribunale, viceversa, aveva ritenuto sufficienti a dimostrare in via presuntiva che la dazione di danaro, documentata e non contestata dalla convenuta, era avvenuta a titolo di mutuo.
2. Con il secondo motivo è denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 cod. civ. e 116, secondo comma, cod. proc. civ. e si lamenta che la Corte d’appello aveva ritenuto erronea l’applicazione della regola di riparto dell’onere probatorio da parte del giudice di primo grado. Al contrario, correttamente il Tribunale aveva ritenuto che la mancata produzione, da parte della Perrino srl, di fatture o altri documenti contabili comprovanti la vendita di olive a Le., dedotta come causale della dazione di danaro, costituiva comportamento processuale che, unitamente alle altre emergenze, contribuiva alla formazione del convincimento riguardo alla individuazione del titolo della dazione di danaro nel mutuo.
3. Le doglianze, che possono essere esaminate congiuntamente, sono infondate.
3.1. Secondo la giurisprudenza costante di questa Corte regolatrice, l’attore che chiede la restituzione di somme date a mutuo è tenuto, ai sensi dell’art. 2697, primo comma, cod. civ., a provare gli elementi costitutivi della domanda, e quindi non solo la consegna ma anche il titolo della stessa, da cui derivi l’obbligo della vantata restituzione. L’esistenza di un contratto di mutuo non può essere desunta dalla mera consegna di assegni bancari o somme di denaro (che, ben potendo avvenire per svariate ragioni, non vale di per sé a fondare una richiesta di restituzione allorquando l’accipiens -ammessane la ricezione – non confermi anche il titolo posto dalla controparte a fondamento della propria pretesa ma ne contesti la legittimità), essendo l’attore tenuto a dimostrare per intero il fatto costitutivo della sua pretesa, senza che la contestazione del convenuto (il quale, pur riconoscendo di aver ricevuto la somma ne deduca una diversa ragione) possa tramutarsi in eccezione in senso sostanziale e come tale determinare l’inversione dell’onere della prova (ex plurimis, Cass. 14/02/2010, n. 3258; Cass. 24/02/2004, n. 3642).
4. Nel caso in esame, la Corte d’appello si è conformata alla richiamata giurisprudenza di legittimità.
4.1. Sulla premessa corretta che il bonifico bancario della somma di lire 100 milioni effettuato da Le. a favore della Perrino srl non dimostrava di per sé l’esistenza di un contratto di mutuo, la Corte d’appello ha poi ritenuto che a tal fine non fosse rilevante la deposizione del teste Gi. An. -il quale si era limitato a riferire di avere appreso da «altre persone» l’esistenza di un accordo per la restituzione della somma -, né fosse sufficiente, in assenza di altri elementi indiziari, la mancata comparizione del legale rappresentante della Perrino srl a rendere l’interrogatorio formale.
4.2. L’apprezzamento del materiale istruttorio risulta anch’esso condotto alla stregua dei principi ripetutamente affermati da questa Corte regolatrice. La testimonianza de relato ex parte actoris può assurgere a valido elemento di prova quando sia suffragata da ulteriori risultanze probatorie, che concorrano a confermarne la credibilità (ex plurimis, Cass. 31/07/2013, n. 18352; Cass. 11/02/1987, n. 1492), e l’art. 232 cod. proc. civ. non ricollega, automaticamente, alla mancata risposta all’interrogatorio formale l’effetto della confessione, ma riconosce al giudice la facoltà di ritenere come ammessi i fatti dedotti con il mezzo istruttorio, purché concorrano altri elementi di prova (ex plurimis, Cass. 06/08/2014, n. 17719).
5. Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente alle spese del presente giudizio, liquidate in dispositivo. Sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo unificato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali e accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. n. 115 del 2002, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma I-bis dello stesso art. 13.


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