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Lo sai che? Blocco alla circolazione stradale

Lo sai che? Pubblicato il 13 gennaio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 13 gennaio 2018

Alcuni Paesi dell’Unione Europea, fra cui il nostro, hanno scelto di dare esecuzione alle direttive UE sulle emissioni dei veicoli a motore non soltanto obbligando le Case a produrre o importare, dalla data di ogni direttiva, solo veicoli meno inquinanti di quelli prodotti o importati in precedenza, ma anche forzando gli automobilisti ad acquistarli, in sostituzione dei loro, con l’imposizione di blocchi della circolazione dei veicoli meno recenti e/o con certe caratteristiche (p.es. il motore diesel). I veicoli soggetti a quei blocchi, nel momento in cui erano stati messi in commercio ed acquistati, erano certamente conformi alla direttiva UE allora in vigore. Chiedo quindi se quei blocchi, avendo effetto retroattivo ed essendo quindi in contrasto con lo spirito dei due citati articoli, possano essere contestati come illegali, almeno in Italia. Il nostro Codice Civile – Art. 11 Efficacia della legge nel tempo – prescrive «La legge non dispone che per l’avvenire: essa non ha effetto retroattivo (Cost. 25)». La nostra Costituzione – Articolo 25 – prescrive «Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso».

Nel rispondere al quesito occorre innanzitutto dire che i cosiddetti blocchi alla circolazione dei veicoli vengono usualmente disposti dai Sindaci in forza di apposite ordinanze, cioè di atti aventi natura amministrativa.

È importante sottolineare questo aspetto perché le norme (articolo 11 delle cosiddette preleggi al codice civile e articolo 25 della Costituzione) sanciscono il fondamentale principio di irretroattività della legge e non, dunque, degli effetti degli atti di natura amministrativa.

Tuttavia il Consiglio di Stato con diverse sentenze (n. 4.301 del 9 settembre 2008, n. 1.317 del 7 marzo 2001, n. 2.045 del 1° dicembre 1999 e n. 502 del 30 marzo 1998) ha posto in rilievo che:

– esiste e va applicata la regola della irretroattività dell’azione amministrativa che è espressione dell’esigenza di garantire la certezza dei rapporti giuridici oltreché del principio di legalità;

– che la regola di irretroattività della legge sancita dall’articolo 11 delle preleggi al codice civile può essere anche derogata ma solo da una norma di pari valore (cioè da un’altra norma di legge) e non, invece, in sede di esercizio del potere regolamentare o amministrativo che è fonte normativa gerarchicamente subordinata alla legge (in sostanza, nel caso specifico, l’ordinanza sindacale non potrebbe derogare al principio di irretroattività in quanto l’ordinanza sindacale, essendo atto di natura amministrativa, non può derogare ad un principio – come è quello di irretroattività – fissato dalla legge).

Detto questo, deve essere anche aggiunto che nel caso prospettato dal lettore non risulta violato il principio di irretroattività.

Questo principio, infatti, impedisce alla legge (ed anche agli atti amministrativi) di applicarsi a fatti e rapporti esauritisi prima della sua entrata in vigore, ma non vieta invece che la legge o l’atto amministrativo possano applicarsi ai fatti, agli status ed alle situazioni esistenti o sopravvenute alla data della loro entrata in vigore, ma che siano conseguenza di un fatto passato.

Ciò vuol dire che una nuova legge o un nuovo atto amministrativo non lede il principio di irretroattività se vieta per il futuro (cioè per un periodo successivo alla sua entrata in vigore) un determinato fatto anche se questo fatto sia conseguenza o comunque collegato ad altro fatto avvenuto in passato (in questo senso si è espressa la Corte di Cassazione con sentenza n. 16.620 del 3 luglio 2013).

Applicato al caso specifico, ciò significa che l’ordinanza sindacale che dispone il divieto di circolazione (blocco) per determinati veicoli non lede il divieto di irretroattività se il divieto si applica alla circolazione, successiva alla data di entrata in vigore della ordinanza, di veicoli ed anche se all’epoca dell’acquisto di quei veicoli verso cui il divieto si applica, la circolazione di essi risultava conforme alle direttive allora vigenti.

Precisato questo importante aspetto, vi è da dire però che diverse ordinanze sindacali in materia di blocco della circolazione sono state oggetto negli anni di impugnazione davanti ai tribunali amministrativi regionali in quanto ne venivano contestati i seguenti aspetti:

– violazione del principio di equo bilanciamento degli interessi contrapposti (salute da un lato e diritto di proprietà dall’altro) che deve ispirare l’azione della pubblica amministrazione;

– violazione del principio di proporzionalità e ragionevolezza dell’azione amministrativa la quale deve limitare al massimo i disagi per i cittadini ed esplicarsi avendo valutato l’inesistenza di alternative meno limitanti per la libertà dei cittadini;

– violazione e/o eccessiva compressione del diritto di proprietà.

Ad esempio, il Tar Palermo con sentenza n. 14.299 del 2010 stabilì che in materia di provvedimenti limitativi della circolazione veicolare all’interno dei centri abitati, è consolidato nella giurisprudenza amministrativa l’orientamento secondo il quale tali atti sono espressione di scelte discrezionali che coprono un arco molto esteso di soluzioni possibili, incidenti su valori costituzionali spesso contrapposti, che devono essere contemperati, secondo criteri di ragionevolezza.

In concreto, la sentenza del Tar Palermo sopra citata annullò l’ordinanza sindacale di blocco del traffico perché la scelta operata da quella Amministrazione comunale (che fu di vietare in modo assoluto il traffico in una determinata zona della città) fu ritenuta non conforme a criteri di ragionevolezza, poiché non bilanciò in modo corretto i contrapposti interessi pubblici e privati coinvolti nel provvedimento.

Chiaramente, prima di impugnare un’ordinanza sindacale di blocco del traffico, essa andrebbe valutata nel suo complessivo assetto per valutarne carenze e limiti.

Ove emergessero nella singola ordinanza di blocco vizi come quelli sopra evidenziati (o, più in generale, i vizi tipici degli atti amministrativi) l’ordinanza (in quanto atto amministrativo) sarà soggetta ad impugnazione davanti al competente tribunale amministrativo regionale entro il termine di sessanta giorni decorrenti dalla data di pubblicazione all’albo pretorio.

 

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte


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