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Sas: come modificare le quote dei soci

20 gennaio 2018


Sas: come modificare le quote dei soci

> Diritto e Fisco Pubblicato il 20 gennaio 2018



In una sas deve esservi il consenso di tutti i soci per modificare le quote sociali?

In una società in accomandita semplice (per il duplice rinvio che dall’articolo 2315 del codice civile conduce, attraverso l’articolo 2293, all’articolo 2252 del codice civile) le modificazioni del contratto sociale possono essere adottate solo con il consenso unanime di tutti i soci, se non è convenuto diversamente.

Ciò vuol dire che se nell’atto costitutivo non è stabilito diversamente, la modificazione delle quote sociali richiede il consenso di tutti i soci, nessuno escluso (ai sensi, infatti, dell’articolo 2295, n. 8, del codice civile, che è norma applicabile anche alla società in accomandita semplice, pure la quota di ciascun socio negli utili e nelle perdite deve essere indicata nell’atto costitutivo e, perciò, la relativa modifica costituisce una modifica del contratto sociale che richiede il consenso di tutti i soci se non è stato stabilito diversamente nello stesso atto costitutivo).

Fatta questa premessa, il consiglio al lettore è di verificare assieme al notaio la possibilità di procedere anche nell’eventuale assenza dei soci accomandatari in questione.

In effetti, il consenso dei soci in una società di persone può anche essere espresso in forma tacita e, perciò, di per sé l’assenza in occasione della redazione dell’atto notarile contenente la modifica dell’atto costitutivo non significa dissenso (sul fatto che in una società semplice la stessa conclusione del contratto sociale possa legittimamente avvenire “per facta concludentia”, cioè in modo tacito, si è espressa la Corte di Cassazione con sentenza n. 29.885 del 19 dicembre 2008, con la logica conseguenza che anche le modifiche al contratto sociale possono avvenire legittimamente in modo tacito).

Poiché però il consenso tacito deve essere inequivoco, si consiglia di sondare innanzitutto il notaio su come lui intende procedere se effettivamente i soci accomandatari in questione non fossero presenti in occasione della data prescelta per redigere l’atto pubblico (che andrà poi iscritto al registro delle imprese a cura degli amministratori e del notaio entro trenta giorni dalla stipula ai sensi degli articoli 2296 e 2300 del codice civile).

Se il notaio fosse d’accordo, cioè, si potrebbe comunque procedere a redigere l’atto qualora l’assenza dei soci accomandatari fosse accompagnata da elementi non equivoci che comprovassero in modo certo il loro tacito consenso alla modifica da apportare (ad esempio, se i due soci accomandatari fossero invitati con raccomandata a.r. presso la sede del notaio per procedere alla redazione dell’atto notarile di modifica dell’atto costitutivo e rispondessero affermando semplicemente di non poter presenziare per altri impegni o non rispondessero affatto entro il termine a loro concesso nella stessa raccomandata, ebbene questo atteggiamento sarebbe idoneo ad integrare il tacito consenso alla modifica dell’atto costitutivo).

Naturalmente per procedere in questo senso è necessario innanzitutto verificare la disponibilità del notaio e poi, ottenuto l’assenso del notaio, concordare con lui il modo concreto attraverso cui raggiungere la prova del tacito consenso dei soci accomandatari (onde evitare successive contestazioni).

Se, però, il notaio esprimesse perplessità al riguardo e/o non si riuscisse a dare al silenzio, all’inerzia ed all’assenza dei soci accomandatari il valore di un consenso tacito alla modifica, le vie praticabili sarebbero le seguenti.

Nella situazione rappresentata, cioè di stasi (prossima alla paralisi) dell’attività sociale a causa della mancata partecipazione e collaborazione di alcuni soci (tra l’altro anche amministratori) alla vita ed attività sociale, è possibile pensare:

a) allo scioglimento della società per la sopravvenuta impossibilità di conseguire l’oggetto sociale ai sensi dell’articolo 2272, n. 2, del codice civile.

La Corte di Cassazione ha al riguardo chiarito che il dissidio tra i soci, benché non annoverato espressamente dall’articolo 2272 del codice civile tra le cause di scioglimento delle società personali, può dare origine alla causa di scioglimento prevista dal n. 2 (cioè all’impossibilità di conseguire l’oggetto sociale) quando il conflitto tra i soci è tale da rendere effettivamente impossibile il conseguimento dell’oggetto sociale. Se, invece, il socio pone in essere gravi inadempienze ai propri doveri (lo stesso dicasi per l’amministratore) allora il conflitto tra i soci non potrà essere considerato tale da rendere impossibile il conseguimento dell’oggetto sociale (e, quindi, tale da consentire lo scioglimento della società), ma potrà essere risolto estromettendo il socio inadempiente ai sensi dell’articolo 2286 del codice civile.

Occorre evidenziare che ogni causa di scioglimento opera immediatamente nel momento stesso in cui si verifica senza necessità che i soci debbano esprimersi in merito alla sua effettiva sussistenza e, perciò, se una causa di scioglimento si sia verificata, gli amministratori non possono da quel momento compiere alcun atto se non quelli urgenti ed inoltre si dovrebbe avviare la fase di liquidazione (se prevista come obbligatoria dall’atto costitutivo o se i soci si accordassero in tal senso).

Se, però, sorgesse contestazione tra i soci sull’effettivo verificarsi di una causa di scioglimento, ciascuno di essi potrà ricorrere al giudice per ottenere una sentenza di accertamento del verificarsi della causa di scioglimento della società (ma il giudice potrebbe anche accertare che una causa di scioglimento non vi è stata).

b) In alternativa, come la sentenza appena citata ha indicato, è possibile ipotizzare l’esclusione del socio per gravi inadempienze delle obbligazioni che derivano dalla legge o dal contratto sociale.

Se, cioè, la condotta dei soci accomandatari (con riferimento non solo alla mancata partecipazione alla redazione dell’atto notarile di modifica dell’atto costitutivo, ma anche eventualmente ad altri comportamenti, attivi od omissivi, di mancata cooperazione all’attività sociale) fosse tale da violare norme di legge e/o gli obblighi contenuti nel contratto sociale (provocando, al di là di ogni legittima pretesa e di ogni legittimo esercizio dei propri diritti e facoltà, la paralisi dell’attività sociale o la stasi prolungata della stessa, o consistendo in un esercizio abusivo dei propri diritti), la maggioranza degli altri soci (non calcolando cioè nel numero dei soci quelli da escludere) può deciderne l’esclusione ai sensi degli articoli 2286 e 2287 del codice civile (esclusione che comporta, poi, la liquidazione della quota del socio escluso).

Come il codice civile stabilisce, la deliberazione di esclusione può essere impugnata dal socio escluso entro trenta giorni dal momento in cui gli venga comunicata.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Angelo Forte


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