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Truffa alla nigeriana: come difendersi

16 Febbraio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 16 Febbraio 2018



Truffa alla nigeriana o 419 Scam: come riconoscerla, difendersi e denunciare.

La truffa è, con ogni probabilità, uno dei reati più “quotati” dai delinquenti: nessuno si fa male ed è facile intascare quattrini. Poi, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione, telefonare una persona e spacciarsi per un’altra è facilissimo.

Certo, la truffa non è proprio il reato dei “cuor di leone”: spesso le vittime sono anziani, persone incapaci di difendersi, ignare del pericolo. Con questo non si vuol dire che chi commette un delitto diverso manifesti del coraggio, sia chiaro! Il reato è sempre un atto di vigliaccheria.

Anni fa ha spopolato, neanche fosse una hit dei Coldplay, una particolare truffa, definita “alla nigeriana”. Approfittiamone per parlarne e per capire come difendersi dalla truffa alla nigeriana.

Truffa: cos’è?

Cerchiamo innanzitutto di comprendere cos’è una truffa secondo la legge. Il codice penale dice che chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa fino a 1.032 euro [1].

La truffa è un reato comune, cioè che può essere commesso da chiunque, senza la necessità di rivestire qualche particolare qualità (ad esempio, non sono reati comuni l’abuso d’ufficio e il peculato perché possono essere commessi soltanto da un pubblico ufficiale, quindi da un soggetto qualificato). L’elemento soggettivo del delitto è il dolo generico, consistente nella coscienza e volontà di indurre con artifici taluno in errore, spingendolo a compiere un atto di disposizione patrimoniale al fine di arricchirsi ingiustamente.

Perché si possa parlare di truffa penalmente perseguibile occorre che il reo ponga in essere artifici o raggiri idonei ad indurre in errore una persona dalla normale avvedutezza. Ciò significa che, per potersi parlare di truffa, non è sufficiente il semplice silenzio, oppure l’utilizzo di informazioni di cui si è in possesso, né l’approfittamento dell’ignoranza altrui. Nemmeno la semplice menzogna, nuda e cruda, è sufficiente a far sorgere la responsabilità penale.

Il codice, quando parla di artifici o raggiri, vuole intendere una vera e propria macchinazione nei confronti dalla vittima, una messa in scena preparata ad arte, fatta con l’unico scopo di trarre in inganno per arricchirsi. La bugia, di per sé, è troppo poco per poter integrare il reato di truffa.

Solitamente, per artificio si intende un’alterazione della realtà esterna, una finzione che fa apparire come esistente qualcosa che non esiste oppure, al contrario, inesistente qualcosa che esiste. Il raggiro, invece, è una menzogna accompagnata da ragionamenti idonei a mascherarla da verità.

Truffa: come avviene?

La truffa può assumere diverse forme, nel senso che il reo può arricchirsi per mezzo di diversi strumenti: ad esempio, attraverso un semplice comportamento della vittima (si pensi a chi, tratto in inganno, distrugga un proprio bene prezioso facendo aumentare il valore di quello detenuto dal truffaldino) o un’omissione (ad esempio, non esigere un credito nella falsa convinzione, indotta da controparte, che questo sia prescritto); per mezzo di un negozio giuridico, quale un contratto (in quest’ultimo caso, si è soliti parlare di truffa contrattuale); mediante internet.

Truffa alla nigeriana: cos’è?

La truffa alla nigeriana è una particolare truffa a distanza che consiste nell’ingannare la vittima spacciandosi per una persona facoltosa che, per problemi burocratici, non riesce a sbloccare un’ingente somma di denaro che gli deve essere resa ma che si trova momentaneamente presso un istituto di credito. Per favorire l’operazione di trasferimento, il truffaldino chiede alla vittima di anticipare una (iniziale) modesta somma di denaro dietro la promessa che, al termine della vicenda, verrà restituita con lauti interessi. Altrettanto ovvio è, però, che nulla verrà reso e che si tratta di una truffa bella e buona. Le richieste di denaro, col tempo, si fanno sempre più cospicue, ogni volta sorrette da motivi pretestuosi.

A volte, anziché benestante, il truffatore si spaccia per un avvocato che chiede agli eredi di un presunto parente di anticipare le somme necessarie alla successione; altre volte, di un fascinoso latin lover che, conquistato il cuore di una donna, ne approfitta per chiederle soldi al fine di favorire il loro incontro (chiaramente il gentleman vive all’altro capo del mondo).

Viene definita truffa alla nigeriana perché le prime manifestazioni di questo tipo di reato si sono avute proprio nel Paese africano. Poiché questa truffa è stata messa fuori legge, viene anche definita 419 Scam, in riferimento all’articolo di legge che la punisce in Nigeria.

Truffa alla nigeriana: come si riconosce?

Difendersi dalla truffa alla nigeriana non è difficile, in quanto le modalità con cui i criminali colpiscono sono sempre le stesse:

  1. In ballo c’è una grossa somma di denaro (eredità, vincita o semplici “risparmi” di un gran riccone);
  2. Il contatto avviene sempre a distanza, normalmente tramite internet;
  3. Il truffatore non si fa mai vedere in volto (ad esempio, attraverso webcam) ma, al massimo, attraverso la foto di un profilo falso;
  4. Viene sempre chiesta una somma di denaro, inizialmente bassa, poi via via sempre più ingente;
  5. Spesso la persona che effettua il contatto dice di risiedere all’estero;
  6. Quasi sempre viene raccomandata la massima discrezione (per via del timore che la vittima, raccontando quanto gli sta succedendo, possa essere dissuaso da amici e parenti).

Truffa alla nigeriana: come difendersi?

Elencate le caratteristiche della truffa alla nigeriana, difendersi diventa un gioco da ragazzi. Innanzitutto, se venite contatti da persone che chiedono somme di danaro, diffidatene subito. Se, però, il tizio sembra convincente, oppure non chiede subito dei soldi, potete effettuare un controllo della sua identità tramite comparazione della sua foto con quella del profilo facebook, linkedin, instagram, twitter e chi più ne ha più ne metta.

Attenzione, poi, alla grammatica: molti di questi truffatori scrivono davvero male. Quindi, se il misterioso uomo che vi ha contattato si spaccia per un gran signore o un professionista, commettendo errori di scrittura si smaschererà da solo.

Un altro consiglio importante è quello di non cancellare le conversazioni: potranno essere utili come prova in sede processuale.

Truffa alla nigeriana: come denunciare?

La vittima di una truffa alla nigeriana potrà senz’altro sporgere denuncia/querela. La denuncia è l’atto con cui una persona porta a conoscenza dell’autorità competente (pubblico ministero o ufficiale di polizia giudiziaria, non anche un agente) un reato perseguibile d’ufficio del quale ha avuto notizia. La denuncia è, normalmente, facoltativa, nel senso che non si è obbligati a sporgerla (fatta eccezione per alcuni gravi delitti) e può essere presentata in forma orale o scritta. Nel primo caso l’ufficiale dei carabinieri redige verbale che andrà poi firmato dal denunciante, mentre nel secondo l’atto dovrà essere sottoscritto dal denunciante o da un suo procuratore legale [2].

Per la denuncia da parte dei privati non è previsto un contenuto formale tipico e il denunciante può limitarsi alla semplice esposizione del fatto. Quando la denuncia è facoltativa non è previsto alcun termine per la sua presentazione, mentre nei casi di denuncia obbligatoria apposite disposizioni stabiliscono il termine entro il quale essa deve essere fatta. La persona che presenta una denuncia ha diritto di ottenere attestazione della ricezione.

Quanto detto per la denuncia vale anche per la querela: entrambe sono dichiarazioni fatte pervenire, in forma scritta oppure orale, alle autorità competenti. La querela, pur essendo praticamente identica alla denuncia, differisce da quest’ultima in quanto riguarda reati non procedibili d’ufficio, ma a richiesta di parte.

Chi riceve la querela provvede all’attestazione della data e del luogo della presentazione, all’identificazione della persona che la propone e alla trasmissione degli atti all’ufficio del pubblico ministero [3]. Anche chi presenta la querela ha diritto di ottenerne l’attestazione di ricezione [4]. A differenza della denuncia, la querela deve manifestare inequivocabilmente la volontà che si proceda in ordine a un fatto previsto dalla legge come reato. Il diritto di querela, inoltre, deve essere esercitato, a pena di decadenza, entro tre mesi dal giorno della notizia del fatto che costituisce reato. Il termine è di sei mesi per alcuni particolari delitti (ad esempio, violenza sessuale e stalking).

note

[1] Art. 640 cod. pen.

[2] Art. 333 cod. proc. pen.

[3] Art. 337 cod. proc. pen.

[4] Art. 107 disp. att. cod. proc. pen.

Autore immagine: Pixabay.com


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