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Screenshot: ha valore legale?

14 Gennaio 2018


Screenshot: ha valore legale?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 Gennaio 2018



Il valore di prova di una videata con la conversazione su WhatsApp, su una chat o di un post su Facebook.

Una persona ti ha offeso con un post sul suo profilo Facebook o ti ha diffamato in un gruppo, davanti a tanti altri utenti. Un tale a cui hai prestato dei soldi, e che ora non vuole più ridarteli, ha ammesso il proprio debito in una conversazione su Whatsapp, ma questa è l’unica prova scritta che hai per far valere i tuoi diritti. Durante una discussione in una chat privata, un collega di lavoro ha ammesso di essere stato costretto dal capo a firmare un documento per addossare su di te alcune responsabilità: un’estorsione alla quale si sarebbe sottratto se non fosse stato minacciato di licenziamento. In tutti questi casi, hai fatto uno screenshot della conversazione ossia hai fotografato la schermata del video del computer o del cellulare, in modo da conservare la prova fisica e immutabile di tale dichiarazione. Lo screenshot altro non è che il video che riproduce se stesso e che crea una propria copia in formato “immagine”: un modo che la tecnologia moderna consente per avere un documento scritto dell’altrui ammissione. Ma, se portassi il file al giudice, sarebbe questi tenuto a considerarlo come prova? In altri termini uno screenshot ha valore legale? In questo articolo ti spiegheremo che probabilità hai di vincere una causa o una contestazione avendo come una dimostrazione delle tue ragioni l’immagine con la videata del pc o dello smartphone.

Prima però di spiegarti che valore ha uno screenshot e se questo può essere usato come prova, cerchiamo di capire come avviene il procedimento dello screenshot. In qualsiasi momento, tu puoi fotografare il video del tuo computer o del cellulare: non con un’altra macchina fotografica, ma digitando una combinazione di tasti. Tramite questo comando impartito al dispositivo è quest’ultimo stesso che crea un file immagine riproducendo tutto ciò che appare sul video. Per sapere come si fa, leggi Come catturare una immagine da ogni dispositivo. A questo punto quello che hai per le mani è un normalissimo file immagine, di norma in formato jpeg o png. Lo puoi fare con una chat di WhatsApp o di Facebook/Messanger, lo puoi fare con un post su un profilo di un social network o con qualsiasi altra cosa o sito appaia sul tuo schermo.

Chiedersi che valore ha uno screenshot significa anche domandarsi che valore può avere un file realizzato da un computer. Con una sola particolarità: trattandosi di una immagine statica questa può essere sempre modificata: con un buon software di fotoritocco c’è la possibilità di corrompere uno screenshot. Certo, alcuni programmi riescono a svelare se una foto è stata modificata o meno, ma comunque è sempre un lavoro più complesso. Per questo uno screenshot genera sempre molta diffidenza: sia nei comuni cittadini che nei giudici. Chi ci dice, con certezza, in che data è stato fatto lo screenshot o se l’utente nella chat di WhatsApp era in realtà un altro contatto a cui, nella propria rubrica, è stato dato un nome differente? Insomma, tutti questi sospetti possono far decadere il valore di prova di uno screenshot. Ma non è ancora detta l’ultima parola. Vediamo perché.

C’è un ultimo aspetto da considerare per capire che valore ha uno screenshot. Le prove nel nostro processo sono «tipiche»: significa che sono solo quelle indicate dal codice di procedura. E queste sono sostanzialmente la prova fornita dai documenti, dai testimoni e dalle ammissioni delle stesse parti. Lo screenshot non è annoverato tra le prove, né potrebbe essere altrimenti visto che i codici sono stati scritti diversi anni fa, quando ancora il computer come lo conosciamo oggi o lo smartphone non esistevano. Tuttavia, la legge ammette ammesse le cosiddette riproduzioni meccaniche. Si tratta di fotografie, filmati video, email “non certificate” e registrazioni. Queste però – recita il codice di procedura civile – hanno valore documentale solo se non contestate dalla controparte, contestazione che deve essere motivata, deve cioè spiegare per quale ragione la riproduzione non è conforme all’originale (ad esempio una foto che non consente di risalire con certezza alla data in cui è stata fatta o a una registrazione dove le voci o le parole non sono riconoscibili). Uno screenshot può quindi essere equiparato a una riproduzione meccanica e fare prova solo se non è contestato dall’avversario, circostanza del tutto improbabile quando, in un processo, si ricorre a qualsiasi espediente pur di generare il dubbio nel giudice.

Da quanto abbiamo appena detto si può facilmente comprendere che, di per sé, lo screenshot non ha valore di prova, salvo che la controparte non lo contesti e, quindi, tacitamente ammetta che quanto in esso riprodotto corrisponde a realtà. Esistono comunque delle sentenze di segno diverso che hanno ritenuto prova le conversazioni via WhatsApp: La prima è una pronuncia del Tribunale di Catania [1] che ha ritenuto valido il licenziamento intimato “per iscritto” tramite la nota messaggistica. La seconda è del Tribunale di Ravenna [2] che, tramite una conversazione su WhatsApp è riuscita a ricostruire i rapporti tra le parti e l’esistenza di un credito della prima nei confronti della seconda, tenuta quindi a restituire la somma. Ma procediamo con ordine.

Ci sono tuttavia tre modi per dare a uno screenshot un valore legale, superiore rispetto a quello che avrebbe da solo.

Il primo modo per dare valore a uno screenshot è nell’ambito dei processo penale, quando si presenta una denuncia o una querela. Si pensi a un post diffamatorio su Facebook che è stato “fotografato” dalla vittima, poi stampato e allegato agli atti. Se, nel momento in cui ci si rivolge alla polizia o ai carabinieri, il colpevole non ha ancora modificato il proprio scritto, sarà lo stesso pubblico ufficiale – nel momento stesso della presentazione della denuncia/querela – ad attestare la corrispondenza tra la copia stampata dalla vittima e quanto gli appare a video. In questo modo la riproduzione viene, in un certo senso, “autentica”. Inoltre, il carabiniere o il poliziotto potrà essere chiamato a testimoniare nell’ambito del processo per riferire di aver effettivamente visto sul monitor del computer quanto riprodotto nello screenshot.

Il secondo modo per dare valore a uno screenshot è recarsi da un notaio e farlo autenticare. Il notaio verificherà la corrispondenza tra la stampa della videata e il video del computer o dello smartphone. La sua attestazione fa pubblica fede. Questo metodo è però costoso (anche se si tratta di poche decine di euro) e richiede un’azione immediata perché il colpevole potrebbe modificare il post (non invece se ha scritto su WhatsApp).

Il terzo modo, più a basso costo e sicuramente più immediato, per “rafforzare” uno screenshot è far vedere la schermata originale a un testimone, ad esempio un amico. Gli si telefona e gli si chiede di verificare lui stesso ciò che appare sul video del pc o sul cellulare della vittima. Questi, nel corso del processo, dovrà confermare che la stampa dello screenshot che gli viene esibita è effettivamente corrispondente a quanto appariva sullo schermo del computer o del cellulare al momento da lui osservato. In questo modo la prova sarà duplice: oltre allo screenshot anche la testimonianza.

Insomma, mai affidarsi completamente agli screenshot come elemento di prova per i propri diritti. Addirittura potrebbe essere meglio registrare una telefonata all’insaputa dell’altra parte (quando non nel suo domicilio o sul luogo di lavoro). È infatti più difficile contestare una voce e sostenere che non è la propria.

note

[1] Trib. Catania sent. n. 27.06.2017

[2] Trib. Ravenna, sent. n. 231/17 del 10.03.2017.


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