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Lo sai che? Mantenimento all’ex: la dichiarazione dei redditi vale se c’è nero?

Lo sai che? Pubblicato il 16 gennaio 2018

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Separazione e divorzio: se l’ex coniuge lavora in nero, il giudice, nel determinare l’assegno di mantenimento, non deve basarsi solo sulla dichiarazione dei redditi o sulle indagini tributarie.

Assegno di mantenimento e redditi in nero: un binomio che spesso fa a botte. Questo perché, quando il tribunale accerta le capacità economiche dei due coniugi, al fine di stabilire chi dei due ha il reddito più alto e così quantificare l’assegno di mantenimento o quello divorzile, deve partire sempre da un dato documentale. Questo dato non può che essere la dichiarazione dei redditi. Ma se è vero che l’Italia è uno dei Paesi con il più alto tasso di evasione fiscale, bisogna anche considerare la possibilità che questo documento non rifletta la situazione reale del contribuente e che, quindi, vi siano redditi in nero. Quando allora il giudice si può discostare dalle risultanze della dichiarazione dei redditi? Quando, in base a “indizi” (la legge le chiama «presunzioni») questa può essere non veritiera. Così è avvenuto in una recente sentenza della Cassazione [1] che ha addebitato l’assegno di mantenimento a carico di un lavoratore autonomo (nel caso di specie un idraulico) solo perché giovane, in piena salute e, data la natura dell’attività, difficilmente senza reddito. Alla Suprema Corte è stato così posta questa domanda in tema di mantenimento all’ex: la dichiarazione dei redditi vale se c’è nero? E la risposta è stata «no!». Vediamo allora come si devono comportare, in casi del genere, marito e moglie quando si separano o divorziano, ciascuno ovviamente per i propri fini: il primo (di solito) per far apparire come veritiero il reddito denunciato all’Agenzia delle entrate, la seconda invece per convincere il giudice della non corrispondenza della dichiarazione fiscale.

Come si quantifica l’assegno di mantenimento 

Per quantificare l’assegno, Il giudice deve tenere in considerazione le condizioni economiche dei coniugi, ossia le loro condizioni:

  • personali: età, qualificazione professionale, titolo di studio, stato di salute e posizione sociale;
  • patrimoniali: si tratta in particolar modo dei redditi,  ma anche, più in generale, le entrate di qualsiasi tipo, purché non occasionali. Non è necessario ricostruire in modo analitico le rispettive situazioni patrimoniali, è sufficiente una attendibile ricostruzione.

Quanto ai mezzi di prova, si può ricorrere alle presunzioni, purché gravi, precise, concordanti.

Rilevano gli altri elementi del patrimonio effettivo ed attuale dei coniugi anche se improduttivo di reddito: si pensi alla proprietà di un terreno edificabile, ma non ancora sfruttato, di una seconda casa benché non data in affitto, alle quote di una società che non ha prodotto dividendi, ecc.

Non rileva l’entità dei patrimoni delle famiglie di appartenenza.

Dichiarazione dei redditi

Il primo passo per determinare il tenore di vita dei due coniugi è quello ufficiale, ossia la dichiarazione dei redditi. Il giudice di solito ordina il deposito delle dichiarazioni dei redditi degli ultimi tre anni. Oltre ad essa, il tribunale chiede il deposito di ogni documentazione relativa al patrimonio personale dei  due coniugi (nella prassi si usa richiedere solo una dichiarazione sostitutiva di atto notorio) dalla quale risultino:

  • le proprietà immobiliari elencate singolarmente;
  • le proprietà di beni mobili registrati;
  • gli eventuali collaboratori domestici, indicando la retribuzione corrisposta;
  • spese per mutui e finanziamenti.

In caso di separazione o divorzio congiunto, i coniugi non hanno l’obbligo di presentare le dichiarazioni fiscali.

Tenore di vita sulla base delle spese

Oltre alla dichiarazione dei redditi, il giudice può convincersi del reddito dei due coniugi sulla base del tenore di vita da questi mantenuto sia durante l’unione che dopo. Difatti, se dovesse risultare che marito e moglie erano soliti fare vacanze di lusso o che uno dei due possiede beni o auto di valore consistente, incompatibile coi redditi dichiarati al fisco, il giudice potrebbe desumerne un potere economico superiore a quello ufficiale e, quindi, imporre un assegno di mantenimento elevato.

Le indagini con la polizia tributaria

Se sorgono contestazioni in merito alla coerenza della dichiarazione dei redditi, il tribunale può disporre indagini sui redditi, sui patrimoni e sull’effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, della polizia tributaria. Il giudice è libero di decidere se disporre o meno tali indagini e, come vedremo, potrebbe ritenerle non necessarie se, dall’esame della situazione nel suo complesso, è evidente che vi è un fenomeno di evasione fiscale. In questo caso, sulla base delle semplici presunzioni, il tribunale può addebitare il pagamento dell’assegno di mantenimento anche a chi risulta disoccupato o senza reddito e, perciò, con una dichiarazione dei redditi “pari a zero”. È il ricorrente caso di titolari di partita Iva, professionisti o lavoratori autonomi per i quali è più facile l’evasione fiscale rispetto ai lavoratori dipendenti i cui redditi sono tracciabili.

Di regola, il giudice dispone le indagini non a seguito di una blanda contestazione, ma solo quando viene prospettata e documentata in giudizio una situazione del tutto diversa da quella che appare in base alle risultanze già acquisite, così da convincere il giudice della necessità di svolgere accertamenti più approfonditi.

Le contestazioni devono, perciò, essere basate su fatti specifici e circostanziati

La ricostruzione del reddito senza indagini

Come abbiamo appena detto, il giudice potrebbe ricostruire i redditi di uno dei due coniugi solo sulla base di quanto appare verosimile alla luce della situazione concreta. Ad esempio, a nulla serve eccepire di non avere un lavoro e di essere alla ricerca di un’attività se si tratta di un lavoratore autonomo, giovane e con un mestiere tra le mani che non conosce crisi (nel caso deciso dalla Cassazione [1] si trattava di un idraulico). Secondo la Corte, infatti, è poco credibile che un soggetto giovane e in salute e che sappia fare l’idraulico non guadagni nulla («una professionalità sempre richiesta come quella dell’idraulico non conosce crisi»). È evidente che il soggetto svolge il mestiere a nero senza dichiarare nulla al Fisco.

Le dichiarazioni dei redditi della parte hanno una funzione tipicamente fiscale, cosicché nelle controversie relative a rapporti estranei al sistema tributario non hanno valore vincolante per il giudice. Il tribunale, pertanto, nella sua valutazione discrezionale, può fondare il suo convincimento su altre risultanze probatorie.

note

[1] Cass. sent. n. 769/2018 del 15.01.2018.

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 23 novembre 2017 – 15 gennaio 2018, n. 769
Presidente Giancola – Relatore Iofrida

Fatti di causa

La Corte d’appello di Milano, con sentenza n. 3324/2014, ha respinto il gravame proposto da M.F. nei confronti di Z.S. , avverso la decisione di primo grado che aveva pronunciato la separazione personale tra i coniugi senza addebito, con affidamento condiviso dei figli minori ai genitori e loro collocamento prevalente presso la madre, cui veniva assegnata la casa coniugale, e fissazione, a carico del M. , di un assegno di mantenimento dei figli, di Euro 600,00 mensili, oltre al 50% delle “spese extra”, e del coniuge, di Euro 200,00 mensili. La Corte d’appello, confermando le statuizioni economiche di primo grado, ha affermato, in particolare, valutate le condizioni soggettive del coniuge obbligato (soggetto giovane ed in salute, di professione idraulico) e la non credibilità della situazione attuale di disoccupazione e delle dichiarazioni dei redditi presentate dal medesimo, che lo stesso verosimilmente svolgeva “attività di lavoro magari in nero” o disponeva di “accantonamenti”.
Il M. propone ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi, nei confronti della Z. (che non resiste).

Ragioni della decisione

1. Il ricorrente lamenta: 1) con il primo motivo, la violazione, ex art.360 n. 3 c.p.c., degli artt.115 e 116 c.p.c., avendo i giudici d’appello fondato la decisione su affermazioni frutto di scienza privata e su fatti non qualificabili come notori, ignorando le prove offerte dell’appellate in ordine alla situazione economica precaria ed alle attività di ricerca di nuova occupazione; 2) con il secondo motivo, la violazione, ex art.360 n. 3 c.p.c., degli artt.115, 116 c.p.c. e 155 comma 6 c.c., avendo i giudici d’appello affermato di non ritenere credibili le dichiarazioni fiscali dell’appellante, senza tuttavia disporre accertamenti tributari sulla effettiva capacità economica del medesimo; 3) con il terzo motivo, la violazione, ex art.360 n. 3 c.p.c., degli artt. 155 e 156 c.c., avendo la Corte d’appello valutato l’attitudine al lavoro specifica del coniuge obbligato al mantenimento sulla base di valutazioni astratte ed ipotetiche; 4) con il quarto motivo, l’omesso esame, ex art.360 n. 5 c.p.c., di fatto storico decisivo, oggetto di discussione tra le parti, dovendo la motivazione della sentenza essere ritenuta apparente o manifestatamente illogica o contraddittoria in più parti.
2. Le prime tre censure, da trattare unitariamente in quanto connesse, sono infondate.
Come affermato più volte da questa Corte, le dichiarazioni dei redditi dell’obbligato hanno una funzione tipicamente fiscale, sicché nelle controversie relative a rapporti estranei al sistema tributario (nella specie, concernenti l’attribuzione o la quantificazione dell’assegno di mantenimento) non hanno valore vincolante per il giudice, il quale, nella sua valutazione discrezionale, può fondare il suo convincimento su altre risultanze probatorie (Cass. 13592/2006; Cass. 17199/2013; Cass. 18196/2015). Invero, l’art. 156, comma 2, c.c., stabilisce che il giudice debba determinare la misura dell’assegno tenendo conto non solo dei redditi delle parti ma anche di altre circostanze non indicate specificatamente, né determinabili “a priori”, ma da individuarsi in tutti quegli elementi fattuali di ordine economico, o comunque apprezzabili in termini economici, diversi dal reddito ed idonei ad incidere sulle condizioni economiche delle parti, la cui valutazione, peraltro, non richiede necessariamente l’accertamento dei redditi nel loro esatto ammontare, essendo sufficiente un’attendibile ricostruzione delle complessive situazioni patrimoniali e reddituali dei coniugi (Cass. 605/2017).
La Corte d’appello, in ordine alla situazione economica reddituale del M. , il quale (chiedendo la modifica delle statuizioni economiche della sentenza di primo grado) adduceva di avere chiuso l’attività di idraulico, nel 2012, di essere disoccupato ed alla ricerca di nuova occupazione, di vivere grazie al contributo dell’attuale convivente, ha affermato che erano “poco credibili” sia le deduzioni del M. in ordine allo stato di disoccupazione, avendo lo stesso “una professionalità sempre richiesta, quale quella dell’idraulico, settore che non conosce crisi”, ed in ordine alla necessità di ricorrere all’aiuto della attuale compagna convivente, avendo quest’ultima “uno stipendio di soli 1.050 mensili”, sia le dichiarazioni fiscali degli anni precedenti. La Corte ha concluso nel senso di ritenere che il M. svolgesse “attività di lavoro magari in nero” o disponesse di “accantonamenti”, trattandosi comunque di “soggetto in salute, giovane, con capacità lavorativa specifica e che può adattarsi a reperire altro lavoro”.
Ora, il ricorso alle nozioni di comune esperienza (fatto notorio) attiene all’esercizio di un potere discrezionale riservato al giudice di merito (Cass. 4051/2007; Cass. 11729/2009) ma, comportando una deroga al principio dispositivo ed al contraddittorio, in quanto introduce nel processo civile prove non fornite dalle parti e relative a fatti dalle stesse non vagliati né controllati, va inteso come fatto acquisito alle conoscenze della collettività con grado di certezza; di conseguenza, non si possono reputare rientranti nella nozione di fatti di comune esperienza, intesa quale esperienza di un individuo medio in un dato tempo e in un dato luogo, quegli elementi valutativi che implicano cognizioni particolari, o anche solo la pratica di determinate situazioni, né quelle nozioni che rientrano nella scienza privata del giudice, poiché questa, in quanto non universale, non rientra nella categoria del notorio (così, Cass. 14063/2014; Cass. 6299/2014; Cass. n. 2808/2013). Vanno, pertanto, esclusi da tale nozione un evento o una situazione soltanto probabile (Cass. n. 16881 del 05/07/2013) ovvero “le opinioni sociologiche meramente soggettive e regole di parziale valutazione della realtà” (Cass.22950/2014).
Tuttavia, nella specie, la Corte ha operato una valutazione comparativa dei redditi dei due coniugi e del tenore di vita coniugale goduto in costanza di matrimonio, limitandosi a ritenere, all’esito di tale vaglio, non credibile la attuale situazione di disoccupazione del coniuge obbligato al mantenimento dell’altro coniuge e dei figli, tenuto conto delle condizioni personali (età, salute) e della professionalità specifica (idraulico), il che non tradisce l’utilizzo di criteri di notorietà giuridicamente inesatti o di mere congetture.
3. Il quarto motivo è inammissibile, alla luce della nuova formulazione dell’art. 360 n. 5 c.p.c.. Le Sezioni Unite di questa Corte (Cass. 8053-8054/2014) hanno affermato che “la riformulazione dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., disposta dall’art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 delle preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione”. Non sono quindi più ammissibili nel ricorso per cassazione le censure di contraddittorietà e insufficienza della motivazione della sentenza di merito impugnata, in quanto il sindacato di legittimità sulla motivazione resta circoscritto alla sola verifica della violazione del “minimo costituzionale” richiesto dall’ad. 111, comma 6, Cost., individuabile nelle ipotesi – che si convertono in violazione dell’art. 132, comma 2, n. 4, c.p.c. e danno luogo a nullità della sentenza – di “mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale”, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed irriducibile contraddittorietà” e di “motivazione perplessa od incomprensibile”, al di fuori delle quali il vizio di motivazione può essere dedotto solo per omesso esame di un “fatto storico”, che abbia formato oggetto di discussione e che appaia “decisivo” ai fini di una diversa soluzione della controversia (Cass.23940/2017).
Ora, non viene denunciato un omesso esame di specifico e decisivo fatto storico, quanto l’apprezzamento delle risultanze istruttorie e la valutazione dei fatti difforme rispetto a quella prospettata dal ricorrente.
4. Per tutto quanto sopra esposto, va respinto il ricorso. Non v’è luogo a provvedere sulle spese processuali, non avendo l’intimata svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Dispone che, ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52 siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi, in caso di diffusione del presente provvedimento.


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