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Come denunciare violenza domestica

19 gennaio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 19 gennaio 2018



La violenza tra le mura domestiche può integrare il reato di maltrattamenti o, addirittura, di violenza sessuale.

La violenza fra le mura di casa è una delle forme di prepotenza più odiose: approfittando dei rapporti personali, il reo abusa della propria forza, sicuro che la vicinanza con la vittima lo metta al riparo da una denuncia. E spesso, purtroppo, è così.

Quello delle vittime di violenza domestica è un fenomeno sommerso, perché molti ancora si fanno scrupolo di denunciare alle autorità il proprio aggressore. Con questo articolo cercheremo di capire quali reati si configurano e come denunciare una violenza domestica.

Violenza domestica: cos’è?

La legge italiana non fornisce una definizione di violenza domestica. Per tale deve intendersi quella che avviene fra le mura casalinghe, all’interno del luogo più sacro per una famiglia: la casa.

Caratteristica della violenza domestica è il rapporto che esiste tra vittima e aggressore: i due sono normalmente stretti da un legame che può essere di coniugio oppure parentale. Tuttavia, si parla di violenza domestica anche nel caso di convivenza, cioè di una famiglia di fatto.

La violenza domestica può assumere diverse forme: fisica, verbale, psicologica, sessuale. Alla luce di ciò, possiamo ritenere che sono due i reati principali nei quali la violenza domestica si concreta: quello di maltrattamenti contro familiari e conviventi e quello di violenza sessuale.

Violenza domestica: è reato di maltrattamenti?

Il codice penale punisce i maltrattamenti contro familiari e conviventi con la pena della reclusione da due a sei anni. La pena è aumentata nei casi più importanti, e cioè quando dai maltrattamenti deriva una lesione personale grave o gravissima o, addirittura, la morte [1].

Secondo la giurisprudenza, nei maltrattamenti non rientrano soltanto le percosse, le lesioni, le ingiurie e le minacce, ma anche gli atti di disprezzo e di offesa alla dignità, idonei a causare sofferenze morali [2]. Pertanto, fa parte del reato di maltrattamenti non soltanto la violenza fisica, ma anche quella psicologica.

Per integrarsi la violenza domestica è necessario che vi sia una particolare relazione tra reo e vittima. Secondo il codice penale, il maltrattamento può riguardare una persona della famiglia o comunque un convivente, oppure una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o ancora per l’esercizio di una professione o di un’arte.

La Corte di Cassazione ha addirittura allargato la platea delle possibili vittime, affermando in una pronuncia che per aversi il reato in questione non sarebbe neppure necessaria la coabitazione o la convivenza: si pensi al caso di due coniugi separati (consensualmente o giudizialmente) i cui rapporti interpersonali siano rimasti inalterati (e, nella specie, uno dei due sia psicologicamente subordinato all’altro) [3].

Violenza domestica: è reato di violenza sessuale?

Quando la violenza domestica sfocia nell’abuso sessuale, scatta il grave reato di violenza sessuale. Il codice penale punisce con la reclusione da cinque a dieci anni chi, mediante violenza, minaccia o abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali [4]. Si parla in questi casi di violenza per costrizione.

Secondo il codice, alla stessa pena soggiace anche chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della vittima, ovvero traendo in inganno la stessa sostituendosi ad altra persona. In queste circostanze, non essendovi nessuna coercizione, si parla di violenza per induzione.

La norma che descrive il reato di violenza sessuale è piuttosto chiara, fatta eccezione per quella che rappresenta la condotta principale, cioè il compimento di atti sessuali. Al fine di definire cosa siano gli atti sessuali al centro del reato in esame si è soliti fare riferimento ad un criterio oggettivo e ad uno soggettivo.

Secondo il primo, l’atto sessuale è solamente quelle inerente alle parti del corpo che la scienza medica definisce come zone erogene, cioè quelle zone capaci di stimolare l’istinto sessuale (organi genitali, cosce, labbra, ecc.).

L’identificazione della natura sessuale dell’atto, pertanto, deve passare per la previa individuazione della zona corporea che l’autore ha cercato di violare con la propria condotta: se la parte del corpo rientra tra quelle erogene, si integra il reato di violenza sessuale.

Secondo il criterio soggettivo, invece, si commette violenza sessuale anche quando la parte del corpo oggetto di attenzioni non può essere definita erogena, ma il comportamento del soggetto è comunque inequivocabilmente teso a raggiungere un piacere sessuale. Secondo questa teoria, quindi, anche un bacio sulla guancia (zona non erogena), se dato all’evidente scopo di godere di una particolare voluttà, può integrare il delitto di cui stiamo parlando (sullo specifico tema del bacio come forma di violenza sessuale si rinvia alla lettura dell’articolo Il bacio è violenza sessuale?)

La giurisprudenza oscilla tra le due teorie: secondo la Corte di Cassazione, la nozione di atti sessuali comprende tutti quegli atti indirizzati verso zone erogene della vittima e quindi anche i toccamenti, palpeggiamenti e sfregamenti sulle parti intime, anche sopra i vestiti, suscettibili di eccitare la voluttà dell’autore [5].

Sempre secondo la Suprema Corte, la condotta vietata nel delitto di violenza sessuale ricomprende, oltre ad ogni forma di congiunzione carnale, qualsiasi atto che, anche senza contatto fisico diretto con la vittima, sia finalizzato ed idoneo a porre in pericolo il bene primario della libertà della persona attraverso l’eccitazione o il soddisfacimento dell’istinto sessuale dell’agente [6].

Violenza domestica: come denunciare?

La vittima di violenza domestica potrà senz’altro sporgere denuncia/querela. La denuncia è l’atto con cui una persona porta a conoscenza dell’autorità competente (pubblico ministero o ufficiale di polizia giudiziaria, non anche un agente) un reato perseguibile d’ufficio del quale ha avuto notizia.

La denuncia è, normalmente, facoltativa, nel senso che non si è obbligati a sporgerla (fatta eccezione per alcuni gravi delitti) e può essere presentata in forma orale o scritta. Nel primo caso l’ufficiale dei carabinieri redige verbale che andrà poi firmato dal denunciante, mentre nel secondo l’atto dovrà essere sottoscritto dal denunciante o da un suo procuratore legale [7].

Per la denuncia da parte dei privati non è previsto un contenuto formale tipico e il denunciante può limitarsi alla semplice esposizione del fatto. Quando la denuncia è facoltativa non è previsto alcun termine per la sua presentazione, mentre nei casi di denuncia obbligatoria apposite disposizioni stabiliscono il termine entro il quale essa deve essere fatta. La persona che presenta una denuncia ha diritto di ottenere attestazione della ricezione.

Quanto detto per la denuncia vale anche per la querela: entrambe sono dichiarazioni fatte pervenire, in forma scritta oppure orale, alle autorità competenti. La querela, pur essendo praticamente identica alla denuncia, differisce da quest’ultima in quanto riguarda reati non procedibili d’ufficio, ma a richiesta di parte.

Chi riceve la querela provvede all’attestazione della data e del luogo della presentazione, all’identificazione della persona che la propone e alla trasmissione degli atti all’ufficio del pubblico ministero [8]. Anche chi presenta la querela ha diritto di ottenerne l’attestazione di ricezione [9]. A differenza della denuncia, la querela deve manifestare inequivocabilmente la volontà che si proceda in ordine a un fatto previsto dalla legge come reato. Il diritto di querela, inoltre, deve essere esercitato, a pena di decadenza, entro tre mesi dal giorno della notizia del fatto che costituisce reato. Il termine è di sei mesi per alcuni particolari delitti (ad esempio, violenza sessuale e stalking).

Il reato di maltrattamenti è procedibile d’ufficio: pertanto, l’autorità competente potrà cominciare le indagini anche se la segnalazione del fatto delittuoso proviene da persone diverse dalla vittima, a prescindere dal limite temporale previsto per la querela.

Il reato di violenza sessuale, invece, è punibile a querela di parte [10] da sporgere entro il termine di sei mesi dall’avvenuta violenza.

note

[1] Art. 572 cod. pen.

[2] Cass., sent. n. 8396/1996 del 12.09.1996.

[3] Cass. sent. n. 31123/2014 del 15.07.2014.

[4] Art. 609-bis cod. pen.

[5] Cass., sent. n. 21167/2006 del 25.05.2006.

[6] Cass., sent. n. 1040/1997 del 15.11.1996.

[7] Art. 333 cod. proc. pen.

[8] Art. 337 cod. proc. pen.

[9] Art. 107 disp. att. cod. proc. pen.

[10] Art. 609-septies cod. pen.

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