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Lo sai che? In una indagine penale si può sequestrare il cellulare?

Lo sai che? Pubblicato il 17 gennaio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 17 gennaio 2018

Ammesso il sequestro probatorio di uno smartphone in cui sono conservate email e messaggi WhatsApp dell’indagato: non sono necessarie le garanzie delle intercettazioni.

Ti trovi indagato in un procedimento penale. Secondo la vittima, dal tuo cellulare sarebbero partite una serie di email, sms e messaggi WhatsApp compromettenti. Il relativo testo è stato stampato e portato all’attenzione del pubblico ministero, al quale però non bastano i fogli di carta: il magistrato vuol vedere proprio il tuo smartphone, metterci le mani di sopra ed estrarre una copia informatica di tali conversazioni. Il supporto materiale è considerato sicuramente una prova più attendibile della semplice riproduzione meccanica della stampante. A te però sembra una illegittima violazione della privacy: in questo modo il tribunale andrebbe a controllare tutta la corrispondenza, le telefonate fatte e ricevute, i file conservati, le fotografie, i messaggi WhatsApp con i tuoi amici e tutte le email scaricate sul telefonino. Insomma, si tratterebbe di una intrusione nella tue vita privata che, quantomeno, richiederebbe maggiori garanzie e non la semplice richiesta di un Pm. Chi ha ragione? In una indagine penale si può sequestrare il cellulare dell’indagato? La risposta è stata fornita proprio ieri dalla Cassazione [1]. Ecco cosa hanno detto i giudici supremi nell’ambito di un procedimento per un reato di bancarotta fraudolenta, anche se lo stesso ragionamento può essere traslato per qualsiasi altro tipo di crimine, più o meno leggero, che comporti indagini penali.

Il codice di procedura civile stabilisce [2] che le intercettazioni telefoniche da parte della polizia giudiziaria possano avvenire solo nel rispetto di alcune fondamentali garanzie. Si deve trattare, in particolare, di reati gravi per i quali è previsto il carcere per almeno 5 anni, o delitti contro la Pubblica amministrazione o concernenti stupefacenti, esplosivi, contrabbando. È anche possibile per reati come l’ingiuria, la minaccia, l’usura, l’abuso di informazioni privilegiate, ecc. Viene poi prevista una particolare procedura per la trascrizione delle conversazioni e per garantire i diritti di difesa all’indagato.

Sempre il codice di procedura penale regola [3] il sequestro della corrispondenza, ma anche in questo caso la procedura è soggetta a una serie di limiti per tutelare il segreto della posta privata, nella quale rientra ormai a pieno titolo anche l’email.

Veniamo ora allo smartphone e alle conversazioni riservate. Secondo la Cassazione, il cellulare dell’indagato può ben essere sequestrato senza bisogno di particolari cautele per preservare la  privacy del titolare del dispositivo. La Procura procederà quindi all’acquisizione dei dati, all’estrapolazione degli stessi dallo smartphone e poi restituirà il telefonino al suo legittimo proprietario.  Si legge nella sentenza in commento che messaggi su WhatsApp, sms ed email acquisite dal cellulare dell’indagato non devono rispettare né le regole previste per il sequestro della corrispondenza né quelle relative alle intercettazioni telefoniche. Essi hanno natura di «documenti» e non rientrano invece nel concetto di corrispondenza che prevede particolari garanzie. Non è neppure ipotizzabile un’attività di intercettazioni telefoniche che invece prevede la captazione di un flusso di comunicazioni in corso e non, come nello specifico, l’acquisizione a posteriori di dati conservati in memoria.  

La cosiddetta copia forense dei dati trovati nello smartphone garantisce nell’interesse delle parti, l’integrità e l’affidabilità del dato “estratto” e, quindi, le prove dell’eventuale reato.

In definitiva è legittimo procedere al sequestro probatorio di tali dati tramite l’estrazione di copia integrale, con successiva restituzione del materiale al proprietario. I messaggi whatsapp, gli sms e le mail conservate nella memoria del telefono, sono dei documenti e possono essere acquisiti, nell’ambito di un’indagine, senza la particolare procedura prevista per le intercettazioni o il sequestro della corrispondenza.

note

[1] Cass. sent. n. 1822/2018. 

[2] Art. 266 cod. proc. pen.

[3] Art. 254 cod. proc. pen.

Autore immagine Pixabay.com

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 21 novembre 2017 – 16 gennaio 2018, n. 1822
Presidente Lapalorcia – Relatore Morosini

Ritenuto in fatto

1. Con l’ordinanza impugnata il Tribunale di Imperia, in funzione di giudice del riesame, ha confermato il decreto di sequestro probatorio disposto dal Pubblico Ministero nell’ambito di un procedimento penale che vede l’odierna ricorrente indagata per reati fallimentari connessi ai fallimento della società Marina degli Aregai s.r.l. Il sequestro aveva ad oggetto, tra l’altro, le e-mail spedite e ricevute da account in uso all’indagata, nonché il telefono cellulare del tipo smartphone dell’indagata, successivamente restituitole previa estrazione di copia integrale dei dati informatici memorizzati (sms, messaggi WhatsApp, e-mail).
2. Avverso l’ordinanza ricorre P.B. , per il tramite del difensore, articolando due motivi.
2.1 Con il primo deduce violazione di legge. Innanzitutto premette che l’interesse alla impugnazione del decreto di sequestro relativo a un apparato elettronico permane anche dopo la restituzione del bene sequestrato. Eccepisce, quindi, l’invalidità della procedura di acquisizione dei messaggi e delle e-mail, assumendo che si sarebbe dovuto adottare quella stabilita dagli artt. 266 e ss. cod. proc. pen., venendo in rilievo un’attività di intercettazione di flussi di comunicazioni telematiche.
2.2 Con il secondo motivo lamenta violazione di legge per mancato rispetto del principio di proporzionalità e adeguatezza, essendosi proceduto, tramite duplicazione di copia forense, alla integrale e indiscriminata apprensione di tutti i dati archiviati nella memoria del telefono cellulare in uso all’indagata. Rileva, infine, la mancata risposta, da parte del Tribunale del Riesame, in ordine alla eccepita violazione del divieto di sequestro della corrispondenza tra indagato e difensore, ai sensi dell’art. 103 comma 6 cod. proc. pen..

Considerato in diritto

1. Va premesso che la questione dell’interesse ad impugnare, coltivato dalla ricorrente con il primo motivo, è stato risolto dalle Sezioni Unite con una decisione intervenuta dopo la presentazione del ricorso.
Si è affermato il principio che il ricorso per cassazione avverso l’ordinanza del tribunale del riesame di conferma del sequestro probatorio di un computer o di un supporto informatico – nel caso in cui ne risulti la restituzione previa estrazione di copia dei dati ivi contenuti – è ammissibile soltanto se sia dedotto l’interesse, concreto e attuale, alla esclusiva disponibilità dei dati (Sez. U, n. 40963 del 20/07/2017, Andreucci, Rv. 270497).
Nella specie il tenore complessivo del ricorso lascia emergere la sussistenza di un interesse, concreto e attuale, alla esclusiva disponibilità dei dati, collegato alla dedotta natura personale e riservata degli stessi.
2. Ferma, dunque, l’ammissibilità del ricorso, si ritiene che i motivi dedotti siano privi di fondamento.
3. Il primo motivo è infondato.
I dati informatici acquisiti dalla memoria del telefono in uso all’indagata (sms, messaggi whatsApp, messaggi di posta elettronica “scaricati” e/o conservati nella memoria dell’apparecchio cellulare) hanno natura di documenti ai sensi dell’art. 234 cod. proc. pen.. La relativa attività acquisitiva non soggiace né alle regole stabilite per la corrispondenza, né tantomeno alla disciplina delle intercettazioni telefoniche.
Secondo l’insegnamento della Corte di legittimità non è applicabile la disciplina dettata dall’art. 254 cod. proc. pen. con riferimento a messaggi WhatsApp e SMS rinvenuti in un telefono cellulare sottoposto a sequestro, in quanto questi testi non rientrano nel concetto di “corrispondenza”, la cui nozione implica un’attività di spedizione in corso o comunque avviata dal mittente mediante consegna a terzi per il recapito (Sez. 3, n. 928 del 25/11/2015, dep. 2016, Giorgi, Rv. 265991).
Non è configurabile neppure un’attività di intercettazione, che postula, per sua natura, la captazione di un flusso di comunicazioni in corso, mentre nel caso di specie ci si è limitati ad acquisire ex post il dato, conservato in memoria, che quei flussi documenta.
4. Il secondo motivo è del pari infondato.
4.1 I principio di proporzionalità e adeguatezza non è invocabile nella specie, poiché l’acquisizione di dati informatici mediante la cd. copia forense è una modalità conforme a legge, che mira a proteggere, nell’interesse di tutte le parti, l’integrità e affidabilità del dato così acquisito.
La Corte di cassazione, intervenendo in un caso analogo a quello oggetto del presente scrutinio, ha già avuto occasione di chiarire che non merita censura, sotto il profilo dell’adeguatezza e proporzionalità, il sequestro di supporti contenenti dati informatici poi restituiti, previa estrazione di copia integrale della relativa memoria, poiché “l’attività di analisi per la selezione dei documenti contabili è particolarmente complessa investendo in toto l’attività imprenditoriale dell’indagato. Né le operazioni di estrazioni di copia dei documenti rilevanti a tal fine avrebbe potuto essere condotta in loco in un limitato arco temporale, investendo l’attività di selezione una significativa attività di studio e analisi proprio al fine di un’eventuale selezione” (Sez. 5, n. 25527 del 27/10/2016, dep. 2017, Storari, in motivazione).
La doglianza sollevata dalla difesa in merito alla acquisizione di copia anche di documenti non rilevanti e, comunque, non sequestrabili siccome non pertinenti al reato o addirittura relativi al mandato difensivo, non inficia la validità del provvedimento di sequestro, e dunque non può trovare rimedio in questa sede.
4.2 In merito alla questione del sequestro di informazioni scambiate tra indagata e difensore, è sufficiente osservare che, non vertendosi in tema di sequestro di corrispondenza per le ragioni esposte al punto 2, è inconferente il richiamo al divieto di cui all’art. 103 comma 6 cod. proc. pen..
5. Il ricorso, pertanto, deve essere rigettato e la ricorrente deve essere condannata al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

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