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Se manca la prova posso rifare il processo?

18 gennaio 2018


Se manca la prova posso rifare il processo?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 gennaio 2018



Se la causa si chiude per difetto di prova, le parti non possono riaprire il giudizio in un momento successivo.

Hai dato incarico a un avvocato di procedere in giudizio contro un tuo rivale. Gli hai fornito tutti i documenti e i nomi dei testimoni necessari a dimostrare la fondatezza del tuo diritto. Il tuo difensore ha così esibito in causa tutte le prove che gli hai consegnato. Ma il giudice non le ha ritenute sufficienti. Nella sentenza definitiva che ha chiuso il processo si legge infatti che «l’attore non è riuscito a raggiungere la prova dei fatti contestati». Insomma, a detta del tribunale c’era bisogno di altri elementi per vincere la causa e ottenere tutela. Interdetto e meravigliato, dopo un primo momento di disorientamento (anche perché sei stato costretto a pagare le spese processuali, il che ti suona come la beffa dopo il danno), hai chiesto al tuo avvocato di ricominciare il giudizio da capo, questa volta fornendo al giudice le ulteriori prove da questi richieste. Il legale però ti ha detto che non si può fare: la causa è ormai persa e, a meno che non si faccia appello (cosa poco fattibile visto che, in fin dei conti, il ragionamento del giudice è corretto), non hai altre possibilità di riaprire il giudizio. A te sembra assurdo. Perché mai vietare a una persona di difendere i propri diritti se è la stessa Costituzione a sancire questo diritto fondamentale? Così ti chiedi: se manca la prova posso rifare il processo?

In questo articolo ti diremo quando e a che condizioni si può fare una seconda causa sulla stessa questione; cercheremo inoltre di spiegare quello che, tecnicamente, viene detto principio del «passaggio in giudicato» della sentenza. Sono argomenti solo apparentemente destinati agli esperti della materia, che in realtà può comprendere chiunque, a condizione che si usi un linguaggio semplice e pratico. Proprio per questa ragione siamo partiti da un esempio e sullo stesso esempio ricostruiremo tutta la spiegazione. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa si può fare quando, per mancanza di una prova, si perde la causa.

Ci sono regole di procedura civile scritte per evitare che la stessa questione sia proposta ai giudici più volte, con danno non solo per l’andamento della giustizia (che diversamente verrebbe paralizzata dalle persone più litigiose), ma anche per gli stessi cittadini, che altrimenti sarebbero coinvolti in tribunale più volte sulla medesima questione. La certezza dei diritti presuppone che, una volta pronunciata una sentenza, questa sia definitiva, immutabile ed obbligatoria sia per i titolari di tali diritti che per gli eventuali successori (acquirenti, donatari, eredi, ecc.). Pertanto, se una causa si chiude per un errore di una delle parti, la stessa causa non può essere più riaperta.

Come abbiamo già spiegato in modo più approfondito nell’articolo Si può riaprire una causa civile ormai chiusa?, tutte le volte in cui il giudice deve decidere una controversia analizza prima le questioni di procedura – ossia il rispetto, da parte dei contendenti, delle regole tecniche e processuali imposte dalla legge – e, solo in caso di correttezza dell’iter, passa a verificare il merito della causa, ossia chi ha ragione e chi torto. Nel momento in cui valuta il merito della questione, il giudice deve – prima di interpretare il diritto e chiarire se davvero esiste una norma che tutela colui che ha avviato il processo – verificare se il diritto controverso esiste. Non può, ad esempio, chiedere tutela contro i rumori del vicino chi non riesce a dimostrare l’esistenza stessa dei rumori; non può pretendere il risarcimento del danno per un incidente stradale chi non prova di essere stato al pronto soccorso e di aver passato dieci giorni a letto; non può ottenere l’annullamento di un contratto chi non riesce a convincere il giudice del fatto che la controparte è stata inadempiente, e così via. L’«esistenza» di un diritto significa una sola cosa: dimostrarlo. Per il diritto, tutto ciò che viene provato esiste; ciò che non viene provato non esiste.

Veniamo ora al punto chiave da cui siamo partiti: se manca una prova si può rifare il processo?

Quando il giudice rigetta la domanda dell’attore perché questi non ha rispettato le regole di procedura, il processo può essere ricominciato da capo (sempre che, nel frattempo, non siano intervenute decadenze o prescrizioni). Invece, se il giudice passa a valutare il merito della controversia (ossia i fatti e le ragioni), ciò non è più possibile. Tanto anche se il giudice si ferma alla fase preliminare: quella dell’analisi delle prove sull’esistenza del diritto stesso. La valutazione delle prove, infatti, implica già un’analisi del merito della controversia; e una volta entrati nel merito, la causa non può più essere riproposta, anche se viene rigettata per difetto di prove. Se un cittadino avvia un giudizio contro un altro e il suo avvocato dimentica di depositare un documento decisivo, perde la causa e non può più riproporla in un momento successivo. Se una persona sostiene che il vicino di casa fa molto rumore, ma non riesce a dimostrarlo perde la causa e questa si chiude per sempre. Se un dipendente sostiene che il capo lo ha mobbizzato ma non dà dimostrazione dei comportamenti persecutori, perché i suoi colleghi di lavoro non vogliono testimoniare per lui, perde la causa e non può più ricominciarla da capo con altri testimoni.

Gli esempi possono essere infiniti. Sono numerosi i casi di sconfitte in processo per assenza di prove. E questo perché – a torto o a ragione – i giudici richiedono sempre prove precise e dettagliate, non accontentandosi dei semplici indizi, salvo quando previsto dalla legge (le cosiddette «presunzioni» devono infatti essere più di una, precise e tra loro concordanti).

Né è possibile che il magistrato vada a integrare le “dimenticanze” delle parti: non spetta al giudice infatti chiedere, sollecitare o suggerire ulteriori prove, dovendo questi limitarsi a valutare solo quelle presentate dagli avvocati.

L’unico modo per difendersi da una sentenza che rigetta la domanda per assenza di prove è impugnarla in appello, contestando l’interpretazione del giudice. In secondo grado, però, non potranno essere chieste nuove prove: scopo dell’appello è infatti  giudicare la correttezza del ragionamento del giudice di primo grado e valutare le prove precedentemente fornite, per verificare se, da queste, è possibile desumere quanto asserito dalla parte.

Solo eccezionalmente è possibile riaprire una causa ormai chiusa se, dopo la sentenza, vengono ritrovati uno o più documenti decisivi che la parte non aveva potuto produrre in giudizio per causa di forza maggiore o per fatto dell’avversario (in tal caso, al posto dell’appello, bisognerà esperire la cosiddetta revocazione ordinaria).


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