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Quando parcheggiare male è reato

18 gennaio 2018


Quando parcheggiare male è reato

> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 gennaio 2018



Impedire l’accesso o l’uscita dal posto auto o dal garage è violenza privata così come parcheggiare a filo con lo sportello conducente.

Parcheggiare male è purtroppo un’abitudine di molti. C’è chi occupa due posti, incurante delle difficoltà per gli altri automobilisti di trovare uno spazio per la propria vettura; c’è chi la lascia con il paraurti quasi attaccato alla macchina davanti, tanto da costringerla a fare numerose manovre per uscire; chi ancora la abbandona in posizione obliqua, non parallela alla strada. In altri casi, parcheggiare male costa una multa stradale: è il caso di chi lascia l’auto con le ruote sul marciapiede, costringendo i pedoni a “fare il giro”; di chi la mette in seconda fila, in divieto di sosta, nell’area di carico e scarico della merce, di chi posteggia sull’area per invalidi o su quella destinata ai prelievi urgenti in farmacia. Spesso però non si sa che parcheggiare male è reato. Di tanto si è occupata una sentenza della Cassazione pubblicata ieri [1] che ci consente di ripercorrere le tracce delle ultime pronunce sull’argomento.

Bloccare l’entrata o l’uscita di un’auto è reato 

In generale, secondo la giurisprudenza [2] chi parcheggia in modo tale da bloccare l’ingresso o l’uscita di un’altra auto (ad esempio dal proprio posto auto condominiale, o dal box, o dal cancello di una villa, o da un garage) commette reato. Il reato è quello di violenza privata.  Reato che prescinde dall’intenzione di procurare un danno al soggetto “ostruito”; anche la semplice noncuranza, disattenzione o dimenticanza può portare al procedimento penale. Solo il caso sopravvenuto per forza maggiore, non prevedibile e non altrimenti evitabile, dettato dalla necessità di tutelare un bene di rango superiore (come la propria vita o quella di un’altra persona) potrebbe costituire una valida causa di giustificazione.

Il reato in questione – quello cioè di violenza privata [3] – punisce (tra l’altro) chiunque costringa un’altra persona, contro la sua stessa volontà, a sopportare un comportamento altrui. La pena prevista è la reclusione fino a 4 anni. Pertanto, parcheggiare un’auto in modo tale da bloccare l’unica via di accesso ad altre auto configura il reato di violenza privata, in quanto l’ostruzione del passaggio priva la persona offesa della libertà di determinazione e di azione.

La vittima costretta a subire l’ostruzione può difendersi innanzitutto chiamando la polizia affinché rimuova l’ostacolo con l’ausilio del carro attrezzi. Non lo può fare però se la strada è condominiale o privata. Il verbale dei poliziotti intervenuti costituirà atto pubblico che varrà come prova ai fini dell’eventuale procedimento penale: procedimento che, tuttavia, per essere avviato, necessita della querela della parte offesa. Quest’ultima, a tal fine, dovrà recarsi presso la stazione dei Carabinieri più vicina e denunciare l’accaduto. Una prova fotografica, anche se scattata con il proprio smartphone, potrà sempre essere d’aiuto per una prima ricostruzione dei fatti e per la successiva produzione in processo.

Parcheggiare a filo con lo sportello del conducente è reato

È altresì reato lasciare la propria auto accanto a un’altra parcheggiata sulla stessa fila, tanto stretta da impedire a quest’ultima di aprire lo sportello del conducente. Questa visione è stata sposata dalla Cassazione pochi mesi fa [4]. È vero: il proprietario potrebbe anche salire dal lato passeggero ma non tutti sono in grado di compiere questa manovra ed esistono non poche macchine, peraltro, che hanno l’abitacolo stretto o automobilisti che hanno una corporatura robusta, che impedisce loro manovre agili. Parcheggiare all’altro sportello non consentendo che questo si apra è quindi reato, anche in questo caso quello di violenza privata.

Parcheggiare male per dar fastidio e lasciare poco spazio non è reato

Parcheggiare l’automobile nello spiazzo condominiale in modo tale da rendere difficoltosa la manovra di uscita alla vettura di proprietà del vicino di casa non è reato. Secondo la Cassazione [1], tale condotta è certamente riprovevole, ma non sufficiente per parlare del reato di violenza privata. Nè si può configurare una violazione del codice della strada se siamo su uno slargo privato (come il parcheggio del condominio). Non resta che sperare che il regolamento di condominio imponga delle sanzioni.

Non va quindi condannato l’uomo accusato di avere parcheggiato l’automobile proprio per dar fastidio al vicino di casa. Questo ovviamente vale solo se il posizionamento della vettura sia stato fatto in malo modo, così da determinare «una riduzione della larghezza del passaggio utile» per il veicolo del vicino di casa. Ma se il passaggio è completamente inibito, perché lo spazio è insufficiente, allora il reato è scontato. Per l’assoluzione deve insomma risultare che «il transito dell’auto della parte lesa non sia totalmente impedito» ma semplicemente «reso difficoltoso, data l’angustia dello spazio disponibile».

In sostanza, «la mera difficoltà, in capo alla parte offesa, ad eseguire la manovra, pur causata da una condotta volontaria e certamente censurabile da parte dell’indagato, non costituisce violenza privata» se «non ha determinato un impedimento assoluto alla libertà di movimento».

Parcheggiare sul posto disabili “assegnato” è reato

Parcheggiare sul posto assegnato ai disabili comporta una semplice contravvenzione: la multa va da 40 a 163 euro per i ciclomotori e i motoveicoli a due ruote e da 84 a 335 euro per i restanti veicoli [5]. Tuttavia, secondo la Cassazione [6] chi occupa lo spazio “specificamente” riservato a una persona con problemi di salute incorre nel reato di violenza privata. La differenza rispetto a chi lascia l’auto sulle strisce gialle è che se in quest’ultimo caso lo spazio è destinato alla collettività munita di pass, e pertanto non si commette una violenza privata nei confronti di una specifica persona (dunque scatta solo la multa amministrativa), se lo spazio è invece “riservato” a un soggetto determinato per via della sua condizione di salute allora c’è un reato nei confronti di quest’ultimo, costretto a sopportare l’illecito altrui.

note

[1] Cass. sent. n. 1912/18 del 17.01.2018.

[2] Cass. sent. n. 48346/15 del 7.12.2015.

[3] Art. 610 cod. pen.

[4] Cass. sent. n. 53978/17 del 30.11.2017.

[5] Art. 158 co. 2 cod. str.

[6] Cass. sent. n. 17794/17 del 7.04.2017.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 16 ottobre 2017 – 17 gennaio 2018, n. 1912
Presidente Vessichelli – Relatore Morelli

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza impugnata, la Corte d’Appello di Trieste ha confermato la sentenza del Tribunale di Pordenone che aveva condannato Mo. Se. alla pena di giustizia ed al risarcimento dei danni in favore della parte civile in quanto responsabile del delitto di violenza privata in danno di Co. Da..
2. Propone ricorso il difensore dell’imputato articolando tre motivi di censura.
Con il primo motivo si deduce l’erronea applicazione dell’art.610 c.p. e il difetto di motivazione in quanto, a fronte della contestazione, nei confronti del Mo., di avere posizionato la propria autovettura in modo da impedire il transito dell’autovettura condotta dalla parte civile, la Corte d’Appello avrebbe ritenuto invece che l’azione dell’imputato avesse semplicemente determinato una riduzione della larghezza del passaggio utile, così enucleando una condotta inidonea ad integrare il reato di violenza privata.
2.1. Con il secondo motivo si deducono violazione di legge e vizi motivazionali in quanto la Corte avrebbe ritenuto provato l’elemento soggettivo del reato sulla base dei rapporti di cattivo vicinato esistenti fra l’imputato e la parte civile, così confondendo i motivi a delinquere con il dolo.
Si osserva, sul punto, che era stato lo stesso Mo. a chiedere l’intervento delle forze dell’ordine, così evidenziando la propria convinzione di avere agito in perfetta legalità.
2.2. Con il terzo motivo ci si duole della mancata applicazione della causa di non punibilità di cui all’art.131 bis c.p.
3. Il difensore della parte civile ha presentato, in data 28.9.17, una memoria in cui evidenzia che:
– le prove assunte e la stessa motivazione della Corte d’Appello fanno ritenere che la condotta del Mo. determinò un restringimento dello spazio percorribile dal Co., così da impedirgli il transito;
– l’elemento soggettivo è configurabile sotto il profilo del dolo generico;
– la richiesta di applicazione della causa di non punibilità è inammissibile perché non formulata nel giudizio di appello.
4. Il difensore dell’imputato ha depositato, in data 11.10.17, una memoria in cui ribadisce l’errata applicazione della legge penale con riguardo all’art.610 c.p. e precisa la ricostruzione dei fatti.

Considerato in diritto

1. Il primo motivo di ricorso è fondato.
La Corte d’Appello, analizzando i dati tecnici desumibili dagli atti, pare avere sostituito al giudizio del Tribunale una diversa valutazione fattuale secondo cui il transito dell’auto della parte lesa non era totalmente impedito ma reso difficoltoso data l’angustia dello spazio disponibile.
1.1. Ai fini dell’integrazione del delitto di violenza privata è necessario che la violenza o la minaccia costitutive della fattispecie incriminatrice comportino la perdita o, comunque, la significativa riduzione della libertà di movimento o della capacità di autodeterminazione del soggetto passivo, essendo, invece, penalmente irrilevanti, in virtù del principio di offensività, i comportamenti che, pur costituendo violazioni di regole deontologiche, etiche o sociali, si rivelino inidonei a limitarne la libertà di movimento, o ad influenzarne significativamente il processo di formazione della volontà. (Sez. 5, n. 1786 del 20/09/2016, dep. 16/01/2017 ,Rv. 268751).
Evidentemente, quindi, la mera difficoltà, in capo alla parte offesa, ad eseguire la manovra, pur causata da una condotta volontaria e certamente censurabile da parte del ricorrente, non costituisce violenza privata se non ha determinato un impedimento assoluto alla libertà di movimento.
In tal senso si vedano anche :Sez. 5, Sentenza n. 8425 del 20/11/2013, dep. 21/02/2014, Rv. 259052 “Integra il delitto di violenza privata la condotta di colui che parcheggi la propria autovettura dinanzi ad un fabbricato in modo tale da bloccare il passaggio impedendo l’accesso alla parte lesa, considerato che, ai fini della configurabilità del reato in questione, il requisito della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione” e nello stesso senso Sez. 2, n. 46786 del 24/10/2014Rv. 261051; Sez. 5, n. 1786 del 20/09/2016, dep. 16/01/2017 ,Rv. 268751; Sez. 5, n. 17794 del 23/02/2017 Rv. 269713.
1.2. Spetta, quindi, al giudice di rinvio precisare i fatti e valutare se integrino o meno il reato contestato, secondo i principi di diritto enunciati.
2. “La parte civile non può ottenere la rifusione delle spese processuali all’esito del giudizio di legittimità che si è concluso con l’annullamento con rinvio, ma può far valere le proprie pretese nel corso ulteriore del processo, in cui il giudice di merito dovrà accertare la sussistenza, a carico dell’imputato, dell’obbligo della rifusione delle spese giudiziali in base al principio della soccombenza, con riferimento all’esito del gravame.” Sez. 5, n. 25469 del 23/04/2014 Rv. 262561.

P.Q.M.

annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Trieste per nuovo esame.
Spese della parte civile al definitivo.


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