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Editoriali I pregiudizi sulla pirateria informatica: lo studio della Columbia University

Editoriali Pubblicato il 6 dicembre 2012

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> Editoriali Pubblicato il 6 dicembre 2012

Quando si parla di pirateria informatica si cade facilmente in luoghi comuni: la stessa idea del giusto e dello sbagliato è spesso il frutto di regole assorbite ciecamente ed entrate nelle abitudini di tutti, sino a costruirne il modo di pensare.

Il rischio nel conservare troppo a lungo una regola, senza adattarla ai tempi, è quello di dimenticare le ragioni che ne avevano determinato la nascita e, quindi, di accettarla in modo puro e semplice come un assioma.

Per scardinare alcuni luoghi comuni sulla pirateria informatica, è partito, dalla Columbia University, circa un anno fa, uno studio che ha fatto il giro del mondo. Di questo ne parleremo però tra breve…

Per molto tempo, i cristiani hanno osservato il divieto di mangiare carne al venerdì. Esso tutt’ora costituisce un precetto generale della Chiesa cattolica e, in non poche famiglie, viene rispettato con estrema attenzione. La carne era, infatti, tra i popoli antichi, in maggioranza composti da pescatori, il cibo dei ricchi e, quindi, della festa. Un tempo, per onorare gli ospiti, si ammazzava il vitello grasso; oggi invece li si porta a “mangiare pesce”.

L’astensione dalle carni non è stata mai adattata ai tempi. Né la gente si chiede il perché “proprio la carne”, ma preferisce obbedire fedelmente e formalmente alla regola.

Così, separando la forma dalla sostanza, si finisce sempre per giudicare morale o immorale ciò che ormai ha perso il suo iniziale significato.

Quando la Kodak inventò la macchina fotografica a basso costo, la possibilità di immortalare fotogrammi della quotidianità fu posta alla portata di tutti. Qualcuno però cominciò a sostenere, davanti alle aule dei tribunali americani, che il fotografo – dilettante o professionista – dovesse chiedere il permesso prima di scattare fotografie e stamparle. Sembra quasi incredibile, ma non poche volte le Corti federali degli Stati Uniti furono costrette a pronunciarsi su istanze per violazione dei diritti di immagine e del copyright.

Le motivazioni di tale costruzione giuridica risiedevano nel convincimento – forse un po’ primitivo e superstizioso – secondo cui il fotografo stesse “rubando” qualcosa di valore economico alla persona o all’edificio fotografato, estrapolandone l’anima e conservandola per sé [1]. Insomma, il fotografo prendeva qualcosa, senza dare nulla in cambio. L’architetto aveva studiato e lavorato per abbellire la facciata di un edificio; la casa automobilistica aveva pagato un progettista per disegnare la forma dell’automobile: pertanto chi si impadroniva di tali disegni doveva ricompensare chi aveva investito per essi.

Questa tesi non passò o, meglio, non passò completamente. I giudici presupposero che il consenso del soggetto/oggetto fotografato fosse implicito già nel mettere in mostra gli oggetti o la propria persona. Venne prevista l’unica eccezione per i volti di persone famose: i fotografi di professione, che scattavano fotografie ai personaggi noti per scopi di lucro, dovevano chiedere la previa liberatoria. Come disse Orwell: tutti sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.

Le corti americane capirono che qualcosa stava cambiando nella tecnica ed ebbero il coraggio di sradicare le convinzioni dell’epoca, complice anche il fatto che, dall’altro lato, non c’era nessuna azione lobbistica.

Quando un cambiamento bussa prepotentemente alla porta dell’umanità, è anche necessario imparare un nuovo modo di pensare per giustificarlo.

È successo con i precetti religiosi. Intorno all’anno domini 1.250, la Chiesa cattolica emanò un editto che metteva ufficialmente al bando il lavoro del macellaio: chiunque avesse toccato, con le mani, del sangue sarebbe stato considerato un peccatore e quindi punito.

Il popolo si era convinto di ciò, senza troppo discernimento. Questo per dire che la moralità e la legalità sono fattori che variano in funzione (non solo dello “spazio”, ma anche) del “tempo”. Quel che oggi è considerato illecito domani, a un occhio diverso, potrebbe non sembrare più tale. Così come è stato con il bikini.

Chi ha avuto la fortuna di lavorare alla Columbia University conosce il rigore con cui sono condotte tutte le ricerche finanziate dal college dell’uptown di New York City.

Nel novembre 2011, la Columbia ha realizzato uno studio sulla pirateria digitale. Il testo era in inglese. Ma noi siamo riusciti a ottenerne l’unica traduzione in italiano da un’esperta del settore, Caterina Cutrupi. La versione italiana di questo studio la trovate in questa pagina

Violazione e Tutela del diritto d’autore negli Usa

Lo studio scardina alcune delle più tipiche convinzioni sulla pirateria. Al di là delle dichiarazioni di facciata, risulta che il 46% degli adulti ha duplicato o scaricato illegalmente della musica. Una persona su due di quelle che mi stanno leggendo è quindi un “pirata” e, per la nostra legge, un criminale.

Non solo. L’idea del pirata che copia materiale protetto solo per risparmiare è sconfessata dal fatto che gli “scariconi” sono persone con un reddito moderatamente alto.

Dunque, viene meno l’idea del pirata come opportunista. Si affaccia invece quella di un soggetto che, al pari del fotografo con le prime Kodak, non vede valide motivazioni per limitare la propria libertà di espressione e condivisione, di godere della bellezza offerta dalle opere altrui e utilizzarle per il solo fatto che esse esistono.

La condivisione su Internet ha fatto si che una forte maggioranza degli americani sia contraria alla tutela del diritto d’autore, quando percepita come una violazione delle libertà personali.

Ecco che allora sarebbe necessario, pur nel rispetto della giusta remunerazione per chi ha investito in opere artistiche, che ciò non vada a comprimere il godimento degli altri.

L’aver messo l’arte in rete significa aver costruito i palazzi sulle strade pubbliche, lasciando che tutti, anche i fotografi, ne ammirassero le facciate.

La legge sul copyright andrebbe modificata perché, al pari dell’astensione dalle carni, è nata in un periodo diverso e lontano. I diritti d’autore sono nati con la materializzazione delle opere dell’intelletto (sul disco, sul libro, ecc.) e la materia, per sua natura, è un bene scarso e non condivisibile. L’utilità del singolo non poteva coesistere con quella del gruppo [2].

Oggi invece è tutto rovesciato…

 

 

 

note

[1] Si vedano i casi Pavesich vs. N.E. Life Ins. Co., 50 S.E. 68 (Ga. 1905); Foster-Milburn Co. Vs. Chinn, 123090 S.W. 364, 366 (Ky, 1909); Corliss Vs. Walker, 64 F. 280 (Mass. Dist. Ct. 1894).

[2] In una intervista sul giornale I-dome, avevo detto: “Il problema della condivisione e della difficoltà di regalare agli altri i nostri beni deriva dalla scarsità dei beni stessi. Non avrei nessun problema a regalare un bicchiere di acqua della fontana al mio vicino, qualora me lo chiedesse. Avrei invece qualche problema con l’auto, perché se la presto non posso più utilizzarla. Ebbene, la digitalizzazione dei contenuti ci ha messo davanti alla possibilità di regalare agli amici i CD della nostra collezione, gli ebook che abbiamo acquistato, le fotografie che abbiamo scattato, senza per questo dover rinunciare agli “originali”. Anzi, in un mondo dove la copia è indistinguibile dall’originale, proprio il concetto di “originale” è venuto meno.

A fronte di questo cambiamento,  per così dire tecnologico, non si è avuta la stessa evoluzione nel campo della legge. Il sistema giuridico che regola la circolazione dei beni è rimasto improntato al concetto di scarsità. Le norme infatti sono state scritte in un’epoca in cui i supporti erano solo fisici, in un’epoca in cui, se prestavo un CD, non potevo più utilizzarlo. Alla fine, l’acquirente teneva gelosamente per sé il prodotto acquistato e gli altri, se lo volevano, dovevano acquistarlo. In pratica, l’acquirente, nel tutelare la sua proprietà, faceva anche gli interessi del titolare dei diritti d’autore, il quale si avvantaggiava dal fatto che anche altre persone erano costrette a comprare il CD se volevano ascoltarlo.

Oggi non è più così. Anzi, per l’acquirente il mettere in condivisione i propri beni è condizione per accedere a quelli degli altri e arricchire il proprio archivio”.


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3 Commenti

  1. Bravissimo! Formidabile esplitazione sociologica in avanguardia giuridica, dei princi di new economy che posi alla base della sentenza anticopyright. L’autore regala la sua opera in digitale al mondo che gli ha offerto i materiali per costruirla, e nel contempo ne diventa universale ricettacolo di fruizione dell’opera stessa. Il vero scopo del’autore è, infatti, di vedere diffusa al sua opera essendo solo un optional il guadagano con la stessa (Francione)

  2. Hey “new economy”, certo che non ne azzecchi una quando scrivi:
    “Il vero scopo del’autore è, infatti, di vedere diffusa al sua opera essendo solo un optional il guadagano con la stessa (FRANCIONE)”
    Certo,nel mondo delle favolette che ti raccontavano da bambino magari sarà anche vero,ma nella realtà sono sicuro che agli autori non dispiacerebbe avere un pezzo di pane e formaggio sul tavolino qualora avessero fame, e scommetto che quel tozzo di pane vorrebbero guadagnarselo e non ottenerlo tramite mendicanza.
    Io che sono di campagna preferisco arrivare subito al punto: se uno non guadagna (perchè il guadagno,come si è detto; è un optional) mi dici tu che razza di “economy” è?

  3. Al Contadino fai sapere quant’è buono il gratis per le opère!” 🙂 (licenza per la rima) Siiamo caro contadino, al di là di me, in piena cyberagonia del diritto d’autore.
    Contro l’attuale proprietà intellettuale ho sostenuto il ridimensionamento in detentio (possesso) in nome dell’Umanità che diventa proprietaria dell’opera, con riconoscimento del diritto morale e forte depotenziamento economico dell’autore in nome del Sapere e dell’Arte prevalenti sull’Economia. Economia che non sparisc ema viene ridimensionata drasticamente COME FUNZIONA L’ANTICOPYRIGHT
    FINISCE IL RICATTO DEL PRODOTTO ARTISTICO CHE PUO’ ESSERE UTILIZZATO SOLO PAGANDO.L’ARTE E’ DI TUTTI! CON L’ANTICOPYRIGHT, SE HAI I SOLDI, PAGHI IL MIO PRODOTTO CONFEZIONATO(AD ES. LIBRO CARTACEO)
    SE HAI POCHI SOLDI, PAGHI IL PRODOTTO DEGRADATO(DVD, CD, DISCHETTO ETC.)
    SE NON HAI SOLDI, USUFRUISCI GRATUITAMENTE DELLA MIA OPERA IN RETE.
    CIO’ GRAZIE ALLA CYBERTECA UNIVERSALE DOVE OGNI AUTORE E’ TENUTO A DEPOSITARE E MOSTRARE LA SUA OPERA.
    L’AUTORE GUADAGNA?
    CERTO! GUADAGNA:
    IN PRIMIS IL VERO PROFITTO PER L’AUTORE E’ VEDER DIFFUSA LA SUA OPERA
    MA POI ANCHE MATERIALMENTE GUADAGNA AD ES.
    – COL VENDERE COMUNQUE IL PRODOTTO CONFEZIONATO O DEGRADATO
    – CON L’ESECUZIONE DEI SUOI PEZZI
    – COL RICEVERE DAL SERVER UNA PERCENTUALE IN RAPPORTO TEMPO NECESSARIO A SCARICARE LA SUA OPERA.
    Questa appunto è new economy.

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