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Lo sai che? Cellulare alla guida e senza cinture: come contestare la multa

Lo sai che? Pubblicato il 21 gennaio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 21 gennaio 2018

Necessaria la querela di falso, ma nel procedimento l’insufficienza di prove va a discapito dell’automobilista. 

Mentre guidavi si è affiancata alla tua auto una pattuglia dei carabinieri che ti ha trovato sprovvisto delle cinture di sicurezza e con il cellulare in mano. Senza fermarti in quello stesso momento, ti ha inviato dopo qualche giorno una “doppia” multa per entrambe le violazioni. In assenza di una contestazione immediata dei due illeciti – che, stando almeno a quanto riportato sul verbale, non è stata possibile per questioni di circolazione – hai intenzione di impugnare la contravvenzione, facendo notare al giudice come le affermazioni dei poliziotti siano fantasiose, frutto di una percezione errata della realtà. Ma come fare? Come contestare la multa in caso di guida col cellulare e/o senza cinture? Di tanto si è occupata una recente e interessante sentenza della Cassazione [1] che fornisce un rapido vademecum su come impugnare la sanzione amministrativa, frutto di una percezione errata del vigile. Vediamo dunque cosa deve fare l’automobilista nel momento in cui si rivolge al giudice per ottenere l’annullamento del verbale.

Partiamo da un aspetto fondamentale in tema di impugnazione delle multe stradali. Il poliziotto, come tutti gli esseri umani, si può sbagliare: è soggetto ad errori perché, come chiunque altro, si vale dei comuni sensi che la natura ci ha dato per rilevare le violazioni del codice della strada, in particolare della vista. E se anche gli appartenenti alle forze pubbliche vengono continuamente sottoposti agli esami per verificare che non abbiano gravi problemi agli occhi che ne riducano le funzioni, è umano prendere un abbaglio, scambiare un oggetto per un altro – specie quando si va di fretta – oppure subire quelle che comunemente si chiamano “illusioni ottiche”. Detto ciò, però, se si dovesse applicare sempre questa regola empirica, qualsiasi multa potrebbe essere impugnabile solo sostenendo che il vigile non ha visto bene: non si è accorto, ad esempio, del ticket del parcheggio a pagamento che era correttamente esposto sul parabrezza (nonostante egli affermi il contrario), non si è reso conto che il semaforo era verde e non rosso quando l’auto è passata, non ha visto che le cinture di sicurezza erano in realtà allacciate correttamente, ha scambiato un pacchetto di fazzoletti per il naso per un cellulare.

A questo punto, per paralizzare le facili contestazioni alle contravvenzioni ed evitare che ogni automobilista accusi di “cecità” gli agenti che lo hanno multato, la legge ha stabilito un principio: il verbale che attesta un determinato fatto è sorretto da una “fede privilegiata”, ossia si presume sempre vero. Ciò vale in tutti quei casi in cui l’attestazione dei vigili riguarda un elemento visivo obiettivo (il passaggio col rosso, l’uso del cellulare, il mancato impiego delle cinture, il parcheggio in una zona col divieto, una marcia contromano, ecc.); non vale  invece quando il poliziotto fa una valutazione personale, come ad esempio la constatazione di una guida pericolosa, di un eccesso di velocità (se non rilevato con strumenti di misurazione elettronica), un sorpasso azzardato, ecc.

Torniamo al problema da cui siamo partiti, ossia come contestare la multa per la guida col cellulare o senza cinture. Abbiamo detto che tutti i fatti che sono frutto della percezione visiva dell’agente si presumono veri. Ciò però non vuol dire che all’automobilista non sia data la possibilità di difendersi contro un errore del vigile (o anche in caso di malafede): egli può sempre dimostrare il contrario, ma deve farlo con una particolare procedura, una causa all’interno della causa di impugnazione del verbale. Questa procedura si chiama «querela di falso» (attenzione: nonostante l’uso del nome «querela», essa non ha nulla a che vedere con il penale!).

Con la querela di falso, il cittadino può dimostrare al giudice che quanto affermato dal vigile – una guida col cellulare, il mancato uso delle cinture, ecc. – è il frutto di una percezione falsata ed erronea. Ma per provare ciò – e qui veniamo alla sentenza in commento – deve fornire qualsiasi tipo di prova, ad esempio quella dei testimoni. Che succede in caso di mancanza di prove o di prove non convincenti? La querela di falso non raggiunge il suo obiettivo e quindi la multa viene confermata. In altri termini, se nel procedimento di querela di falso i testimoni non sono in grado di affermare se davvero il conducente stava parlando al cellulare o se davvero fosse sprovvisto di cinture o se fosse passato col verde o il rosso, questa incertezza si ripercuote sull’automobilista e non sulla polizia: il verbale viene quindi confermato in assenza di prove certe circa l’errore dell’agente.

Un’ultima annotazione: se è vero che per contestare una multa per cellulare alla guida o senza cintura è necessario svolgere due giudizi, bisognerà anche valutare la convenienza economica di sostenere una spesa simile o se non sia più facile pagare nei primi cinque giorni con lo sconto del 30%.

note

[1] Cass. sent. n. 1014/18 del 17.01.2018.

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 7 marzo 2017 – 17 gennaio 2018, n. 1014
Presidente Petitti – Relatore Besso Marcheis

Fatti di causa

1. Nel corso del giudizio davanti al Giudice di pace di opposizione a una sanzione irrogata per violazioni del codice della strada V.S.A. ha proposto querela di falso contro i due verbali di contestazione delle infrazioni (consistenti nel passaggio con semaforo rosso, utilizzo del telefono cellulare e mancato uso della cintura di sicurezza).
La causa è stata sospesa e quindi riassunta davanti al Tribunale di Crema: in essa si costituiva l’agente di polizia municipale G.C.E. , già interveniente volontario nel giudizio davanti al Giudice di pace. Il Tribunale rigettava la querela di falso.
2. Contro la sentenza V. proponeva appello alla Corte di Brescia, che – con sentenza del 5 febbraio 2013 – accoglieva il gravame.
3. G. ricorre in cassazione con ricorso articolato in quattro motivi.
Le controparti, V. e il Comune di Crema, non hanno proposto difese.

Ragioni della decisione

1. Con il primo motivo il ricorrente denuncia, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3, “violazione e falsa applicazione degli artt. 2727 e 2729 c.c. in relazione agli artt. 116 c.p.c. e 2700 c.c.”: la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere provata la falsità del verbale di accertamento a fronte di elementi probatori cui può al più essere riconosciuto il valore di presunzioni semplici, sprovviste delle caratteristiche prescritte dall’art. 2729 c.c. e quindi non idonee a superare il valore di prova legale dell’atto pubblico.
Il motivo è fondato per quanto concerne il fatto del mancato utilizzo da parte di V. delle cinture di sicurezza. Se in relazione al passaggio con semaforo rosso e all’utilizzo del telefono cellulare la Corte d’appello ha ritenuto – a differenza del giudice di primo grado – di aver raggiunto il proprio, insindacabile in questa sede, convincimento circa la falsità delle relative attestazioni (sulla base di elementi indiziari e delle dichiarazioni dei testimoni A. e M. ), per quella del mancato uso delle cinture di sicurezza, la Corte afferma che “al riguardo nessun teste ha potuto riferire alcunché, mentre lo stesso agente G. ha dichiarato di averne riscontrato la mancanza mentre affiancava la vettura del V. sulla sinistra, all’altezza dei sedili posteriori”, posizione che non consente di verificare la situazione delle cinture del conducente o che può dar luogo “a facili errori di percezione della realtà”, così che “può ritenersi provata la non veridicità dell’attestazione”.
In questo modo la Corte, a fronte della mancanza di elementi probatori sufficienti, accolla le conseguenze di tale insufficienza su G. e non sul querelante V. , così applicando in modo erroneo le regole della prova, che vogliono che il rischio del mancato raggiungimento della prova del fatto, in questo caso la falsità dell’attestazione del mancato utilizzo delle cinture di sicurezza, sia addossato nei confronti di chi il fatto allega, V. che ha proposto la querela di falso, e non nei confronti di chi il fatto contesta.
2. Con il secondo motivo si lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 146 e 195 del codice della strada: la Corte d’appello avrebbe errato nel considerare falsa l’attestazione relativa al passaggio con semaforo rosso, essendosi il V. fermato, ma a seguito di ordine dell’agente.
Il motivo è infondato: il giudizio di falso ha infatti unicamente ad oggetto il verbale di accertamento, ove – p. 8 del provvedimento impugnato – è scritto che V. , alla guida del veicolo, ometteva di arrestarsi alla lanterna semaforica, così che la Corte d’appello, una volta accertato che V. si era arrestato, ha correttamente ritenuta provata la falsità dell’attestazione. Inconferente è poi, trattandosi appunto di giudizio di querela di falso, il richiamo all’art. 195 del codice della strada e al potere del giudice di infliggere una sanzione per arresto irregolare.
3. Il terzo motivo denuncia violazione dell’art. 116 c.p.c. in relazione all’art. 2700 c.c., in quanto la Corte d’appello avrebbe ritenuto attendibili i due testimoni senza considerare le loro incongruenze e l’efficacia di atto pubblico di quanto attestato dall’agente.
Il motivo è infondato: il giudice d’appello ha infatti, con accertamento – come già detto in relazione al primo motivo insindacabile in questa sede, ritenuto, a differenza del primo giudice, attendibili le dichiarazioni rese dai due testimoni A. e M. .
4. Il quarto motivo lamenta violazione dell’art. 99 disp. att. c.p.c., in quanto la querela di falso non sarebbe stata, come prescrive la disposizione, confermata nella prima udienza e neppure nel corso del giudizio di primo grado.
La censura è inammissibile. L’eventuale vizio, infatti, doveva essere fatto valere in primo grado o quale motivo d’appello (e di questo non vi è traccia nel ricorso), ma non può essere fatto valere per la prima volta in questo giudizio.
5. La fondatezza del primo motivo determina, in relazione al motivo accolto, l’accoglimento del ricorso. La sentenza impugnata è quindi cassata in relazione alla censura accolta e la causa rinviata ad altra sezione della Corte d’appello di Brescia, che provvederà, in applicazione del principio sopra enunciato e nei limiti del motivo accolto, a rivalutare i fatti; il giudice di rinvio provvederà anche circa le spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso in relazione al primo motivo, cassa la sentenza impugnata, in relazione al motivo accolto, e rinvia ad altra sezione della Corte d’appello di Brescia, anche per la liquidazione delle spese del giudizio.

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1 Commento

  1. Non vale più la generica dicitura “Non è stato possibile fermare l’autoveicolo per le condizioni del traffico”. Si deve indicare le effettive condizioni del traffico. Inoltre se gli agenti accertatori si accorgono in una fase di sorpasso dell’autoveicolo, la contestazione dev’essere immediata e non differita. Le uniche violazioni al Codice della Strada che possono essere eseguite in forma differita sono gli eccessi di velocità ma, con l’ausilio delle postazioni fisse non presidiate e fuori dai centri abitati e i passaggi col rosso su incroci muniti di fotocamera

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