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Niente assegno di divorzio se l’ex coniuge si può mantenere

22 Gennaio 2018


Niente assegno di divorzio se l’ex coniuge si può mantenere

> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 Gennaio 2018



La moglie deve essere mantenuta? Assegno di divorzio negato a chi ha già un lavoro e va a vivere a casa degli ex genitori.

Non c’è più ragione di mantenere chi può farlo da sé. Dopo il divorzio si recide ogni legame tra i coniugi: per cui nessun mantenimento è più dovuto, salvo situazioni eccezionali di incapacità economica incolpevole, quando cioè non si ha più l’età o la salute per reimpiegarsi nel mondo del lavoro. Non basta neanche essere disoccupati per pretendere il mantenimento se il richiedente è ancora giovane e non presenta inabilità al lavoro: a lui spetta dimostrare di non aver potuto trovare un impiego per rendersi autosufficiente. Sono questi i principi sposati dal tribunale di Roma che non solo ha recepito, in materia di divorzio, il nuovo orientamento della Cassazione inaugurato il 10 maggio 2017 con la famosa sentenza “Grilli”, ma è anche andata oltre, estendendolo anche ai casi di separazione. Il tutto viene ribadito in una sentenza recente [1] con cui viene affermato a chiare lettere: niente assegno di divorzio se l’ex coniuge si può mantenere.

La moglie deve essere mantenuta?

Partiamo dal quesito “cruciale”: l’ex moglie va mantenuta? La risposta dipende da alcuni (pochi, in realtà) fattori di cui parleremo a breve. Di certo il mantenimento non è più scontato come un tempo in cui, alla donna che lasciava il marito (o che veniva lasciata), era sempre dovuto un assegno salvo che si fosse resa colpevole della rottura del matrimonio (tradendo o abbandonando il marito). Oggi le cose vanno pressappoco nel seguente modo.

Mantenimento dopo la separazione

Nel periodo intermedio che va tra la separazione e il divorzio, la Cassazione ha preferito lasciare le cose com’erano un tempo. Affinché il coniuge con un reddito più basso non si trovi, dalla sera alla mattina, senza possibilità di mantenersi e organizzare il proprio nuovo futuro, il coniuge col reddito più alto deve versargli un mantenimento tale da garantirgli lo stesso tenore di vita di cui godeva quando ancora conviveva col primo. In pratica, i due redditi prima si sommano tra loro e poi si dividono tra marito e moglie, detratte le spese (criterio molto approssimativo ma che rende l’idea di come, sostanzialmente, lo scopo sia quello di colmare la sproporzione economica).

L’obbligo di versare il mantenimento andando a togliere al marito la parte di ricchezza che ha “in più” rispetto alla moglie resta però per un tempo limitato, ossia solo fino a quando i due non procedono al divorzio. Divorzio che può essere chiesto al più entro un anno dalla separazione se questa avviene in via giudiziale (ossia con una causa); invece se la separazione avviene con un accordo, il divorzio si può chiedere già dopo sei mesi.

Per inciso: il tribunale di Roma non ha condiviso questa posizione della Cassazione e ha stabilito che anche con la separazione (così come vedremo a breve per il divorzio) non è più necessario garantire lo stesso tenore di vita, ma semplicemente l’autosufficienza economica, ossia l’indispensabile per vivere (leggi sul punto Abolito anche l’assegno di mantenimento dopo la separazione).

Mantenimento dopo il divorzio

Regole completamente diverse valgono quando la coppia divorzia. Qui lo scopo del mantenimento (o meglio detto «assegno di divorzio») non è più quello di garantire lo stesso tenore di vita, ma solo l’indipendenza economica o, per dirla con le parole della cassazione, l’autosufficienza. L’ex che riesce a mantenersi da solo o che, pur potendo farlo non vi provvede, non ha diritto all’assegno. Cosa significa in pratica? Che non può chiedere il mantenimento:

  • l’ex che ha già un reddito adeguato alle esigenze primarie di vita, tale cioè da renderlo autonomo e autosufficiente: questo reddito viene valutato in base alle condizioni economiche medie della zona in cui vive. Secondo il Tribunale di Milano corrisponde a mille euro al mese [3]. Ciò significa che chi guadagna questa cifra (o una superiore) non ha diritto al mantenimento; chi ne guadagna una inferiore, ha diritto a un contributo nei limiti delle possibilità economiche dell’ex coniuge fino a garantirgli tendenzialmente l’autosufficienza;
  • l’ex disoccupato se è ancora giovane, in salute e non dimostra di essersi adoperato per cercare un lavoro ma non lo ha trovato.

Invece, la condizione tipica per chiedere il mantenimento è quella dell’ex coniuge – di solito la moglie – che, dopo essersi occupata una vita della casa e aver così rinunciato alla carriera, si trova sola a cinquant’anni e non più in grado di trovare un lavoro (visto che a quell’età è più difficile rimediare un impiego).

 Come deve essere il mantenimento dei figli?

Per quanto invece riguarda il mantenimento dei figli, nulla è cambiato rispetto al passato. A questi spetta il diritto di essere mantenuti non solo fino ai 18 anni ma fino all’indipendenza economica (che vuol dire non un semplice lavoro occasionale, ma stabilità seppur non ricchezza), e tenendo comunque conto dello stesso tenore di vita che avevano quando ancora vivevano coi genitori o quando padre e madre erano uniti.

Un esempio concreto 

Il caso deciso dalla sentenza in commento rende l’idea di quella che può essere una possibile situazione in cui l’assegno di divorzio viene negato. La signora, laureata, oltre a percepire un reddito da lavoro dipendente, viveva nella casa di proprietà della madre e godeva di alcune rendite. Ella, dunque, come marcato dal legale del marito, aveva i mezzi adeguati per potersi mantenere da sé. La coniuge si difende sostenendo di essere onerata da spese mediche necessitate dal suo stato di salute e che, comunque, le rendite erano destinate ai bisogni dell’anziana madre.

Il divorzio estingue definitivamente ogni rapporto tra i coniugi, anche patrimoniale. L’assegno, perciò, siccome di natura assistenziale, spetta solo al divorziato privo dei mezzi sufficienti a vivere (non a conservare il precedente tenore di vita) o che non possa procurarseli per motivi legati all’età, alla salute o al mercato lavorativo.

Così, nel decidere sul diritto all’assegno, il giudice deve verificare: la mancanza di risorse adeguate o l’impossibilità di assicurarsele per motivi oggettivi con riferimento – è questa la svolta della Grilli – al criterio dell’indipendenza o autosufficienza economica, desunta dai precisi indici: possesso di redditi o cespiti; capacità e possibilità effettive di lavoro; stabile disponibilità di un’abitazione. Secondo il Tribunale di Milano l’indipendenza economica consiste nella «capacità per una persona adulta e sana, tenuto conto del contesto sociale di inserimento, di provvedere al proprio sostentamento, inteso come capacità di avere risorse sufficienti per le spese essenziali». Il tutto pari a circa mille euro al mese (il limite di reddito che consente l’accesso al patrocinio a spese dello Stato).

L’assegno di divorzio, in buona sostanza, va negato al divorziato autonomo o in grado di esserlo.

note

[1] Trib. Roma, sent. n. 18063/2017 del 29.09.2017.

[2] Cass. sent. n. 11504/2017.

[3] Trib. Milano ord. del 22.05.2017.

Tribunale Roma, Sezione 1 civile Sentenza 26 settembre 2017, n. 18063

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA

SEZ. I

così composto:

dott.ssa Franca Mangano presidente

dott.ssa Luciana Sangiovanni giudice

dott.ssa Anna Mauro giudice est.

riunito nella camera di consiglio ha emesso la seguente

SENTENZA

nella causa civile in primo grado iscritta al n. 17431/2014 RGAC vertente

tra

De.An. elettivamente domiciliato in Roma, presso lo studio dell’avv.to Gi.Va. che lo rappresenta e difende giusta procura in atti ricorrente

e

Sc.Si. elettivamente domiciliata in Roma, presso lo studio dell’avv.to An.Ri. che la rappresenta e difende giusta delega in atti resistente

con l’intervento del PM presso il Tribunale di Roma

OGGETTO: divorzio

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con sentenza parziale n. 24946/2015 è stata dichiarata la cessazione degli effetti civili del matrimonio celebrato tra le parti.

La coppia, che ha contratto matrimonio il 12.10.1996, non ha figli ed è stata autorizzata a vivere separata il 12.5.2008. La separazione, inizialmente giudiziale, si è conclusa con un accordo delle parti in forza del quale il marito si è obbligato a versare mensilmente alla moglie Euro 1200,00.

Lex24 – Gruppo 24 ORE Pagina 1 / 3

Nel presente processo, la resistente chiede in via riconvenzionale, un assegno divorzile di Euro 1300,00, domanda alla quale il marito si oppone.

Con i provvedimenti presidenziali, il Presidente f.f., considerando che il ricorrente dopo la separazione, ha avuto un figlio, in via provvisoria ha ridotto l’assegno divorzile ad Euro 1000,00.

Orbene, il giudice, chiamato a decidere sulla sussistenza del diritto di un coniuge ad ottenere dall’altro un assegno divorzile deve verificare: “A) nella fase dell’an debeatur – informata al principio dell’autoresponsabilità economica” di ciascuno degli ex coniugi quali “persone singole”, ed il cui oggetto è costituito esclusivamente dall’accertamento volto al riconoscimento, o no, del diritto all’assegno di divorzio fatto valere dall’ex coniuge richiedente -, se la domanda di quest’ultimo soddisfa le relative condizioni di legge (mancanza di “mezzi adeguati” o, comunque, impossibilità “di procurarseli per ragioni oggettive”), con esclusivo riferimento all’indipendenza o autosufficienza economica” dello stesso, desunta dai principali “indici” – salvo altri, rilevanti nelle singole fattispecie – del possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza dell’ex coniuge richiedente), delle capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo), della stabile disponibilità di una casa di abitazione; ciò, sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dal richiedente medesimo, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all’eccezione ed alla prova contraria dell’altro ex coniuge; B) deve “tener conto”, nella fase del quantum debeatur – informata al principio della “solidarietà economica” dell’ex coniuge obbligato alla prestazione dell’assegno nei confronti dell’altro in quanto “persona” economicamente più debole (artt. 2 e 23 Cost.), il cui oggetto è costituito esclusivamente dalla determinazione dell’assegno, ed alla quale può accedersi soltanto all’esito positivo della prima fase, conclusasi con il riconoscimento del diritto -, di tutti gli elementi indicati dalla norma (“(…) condizioni dei coniugi, (….) ragioni della decisione, (….) contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, (….) reddito di entrambi (….)”), e “valutare” “tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio”, al fine di determinare in concreto la misura dell’assegno di divorzio; ciò sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte, secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione dell’onere della prova (art. 2697 cod. civ.)” (Cass. n. 11504/17).

Occorre dunque verificare se la resistente abbia mezzi adeguati per potersi mantenere autonomamente, libera dal bisogno, ossia, in altri termini, se ella si possa considerare economicamente indipendente poiché, solo in caso contrario, ha diritto a percepire l’assegno divorzile, sulla cui quantificazione, ove dovesse essere riconosciuto tale diritto, assumerà rilievo anche la condizione economica dell’ex coniuge.

Ciò precisato, occorre preliminarmente dichiararsi, come eccepito dal ricorrente, l’inutilizzabilità di tutta la documentazione prodotta con la comparsa conclusionale e con le note di replica ad eccezione dell’Unico 2017 allegato alla conclusionale in quanto solo la produzione di tale documento è stata autorizzata dal g.i. Ragionare diversamente e utilizzare, quindi, ai fini della decisione la documentazione prodotta senza alcun rispetto delle regole del codice di rito, comporterebbe un pacifica lesione del contraddittorio.

Orbene, l’istruttoria documentale espletata ha consentito di accertare quanto segue.

La Sc., laureata e dipendente della Corte dei Conti, nel 2017 ha dichiarato al fisco (Unico 2017) un reddito annuo lordo da lavoro dipendente di Euro 32366,04 e netto di Euro 24005,77 che, ove ripartito per dodici mensilità, è pari ad Euro 2000,00. A tale somma devono aggiungersi (cfr. pag. 7 Unico 2017) Euro 12000,00 annue lorde ricevute dall’ex marito a titolo di contributo per il suo mantenimento.

Vive, gratuitamente, in una casa di proprietà della madre ed è comproprietaria con il fratello di un appartamento (da cui ricava una rendita di Euro 440,00 Euro) e con il fratello e la madre della casa di abitazione di quest’ultima; riscuote dal condominio Euro 264,00 mensili lordi per la locazione di alcuni locali condominiali. Tali rendite, viene asserito dalla resistente, sono destinate a far fronte alle necessità dell’anziana madre invalida e bisognosa di cure.

La ricorrente asserisce, inoltre, di dover far fronte, per problematiche derivanti da una grave scoliosi, a spese sanitarie di entità tale da averla determinata a chiedere due prestiti.

Orbene, si rileva che la madre della convenuta gode di una propria pensione e non vi è prova rituale né delle spese sostenute per la predetta né dei versamenti alla stessa delle rendite della figlia.

Si ritiene, inoltre, che per quanto possa essere encomiabile il desiderio di un figlio di volere per il proprio anziano genitore il meglio, tale volontà non può certo gravare, neanche indirettamente, sulle risorse economiche dell’ex coniuge.

Orbene, alla luce dei dati acquisiti e dei superiori rilievi, si ritiene che la resistente, in considerazione della sua capacità economica e della disponibilità di una casa di famiglia senza oneri di locazione, possa considerarsi economicamente autosufficiente e che, pertanto, non vi sia spazio per l’accoglimento della domanda di assegno divorzile che andrebbe a gravare sul ricorrente il quale, con i propri redditi, deve provvedere al mantenimento del figlio nato dopo la separazione e che, comunque, dal 2008, ha contribuito al mantenimento della moglie la quale ha così potuto, godendo per ben nove anni del versamento del marito, meglio organizzare la propria vita di donna separata.

Lex24 – Gruppo 24 ORE Pagina 2 / 3

La domanda riconvenzionale in parte qua deve, quindi, essere rigettata.

La finalità propria del contributo economico sino ad ora goduto dalla resistente induce il Collegio a far salvi i provvedimenti economici vigenti sino alla data della presente decisione come assunta in camera di consiglio.

Si compensano le spese in considerazione della natura dei rapporti tra le parti.

P.Q.M.

Il Tribunale di Roma. I sezione civile – vista la sentenza parziale n. 24946/2015.

con cui è stata dichiarata la cessazione degli effetti civili del matrimonio, definitivamente pronunciando, così provvede:

– salvi per il passato i provvedimenti presidenziali, rigetta la domanda riconvenzionale di assegno divorzile e compensa le spese di lite. Così deciso in Roma il 9 giugno 2017.

Depositata in Cancelleria il 26 settembre 2017.


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