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Lo sai che? Google suggest e la diffamazione a scacchiera

Lo sai che? Pubblicato il 14 febbraio 2013

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> Lo sai che? Pubblicato il 14 febbraio 2013

Un semplice algoritmo sta costando a Google svariate migliaia di dollari per risarcimenti: l’ultima sentenza – ma solo in ordine di tempo – è quella di un giudice australiano che ha condannato il motore di ricerca a risarcire un soggetto ritenutosi diffamato dal servizio “Google Suggest”.

Ormai lo conosciamo tutti: “Suggest” è un sistema volto ad agevolare chi compie una ricerca sul motore: posizionandosi col cursore sulla casella ove vengono digitate le parole chiave, Google “suggerisce” quelle che sono le combinazioni più digitate dagli altri netizen.

Può tuttavia capitare che, insieme al nome di una persona, vengano associati aggettivi o immagini idonee, seppur non attinenti col soggetto, a comprometterne la reputazione.

Ne avevamo già parlato in occasione di due sentenze uscite dalle aule giudiziarie italiane, dove prima Google era stato condannato [1] e poi, in una diversa causa, era stato invece assolto [2] (leggi l’articolo: Google salva: i suggerimenti non sono diffamazione)

Nel caso portato all’attenzione del giudice australiano, un cittadino aveva lamentato il fatto che, svolgendo una ricerca su Google, il proprio nome venisse associato a foto di persone legate al crimine. Il collegamento, proprio perché inesatto, è stato ritenuto diffamatorio dal tribunale che, così, ha accolto il ricorso dell’utente.

Condotta omissiva

C’è da dire che la parte lesa aveva precedentemente avvisato Google dell’impropria associazione e ne aveva richiesto la rimozione, cosa che invece non era stata fatta dall’azienda, rimasta sorda al reclamo. Ed è stata propria questa “indifferenza” ad aver giustificato la condanna risarcitoria.

Il tribunale infatti non ha ritenuto di incriminare l’algoritmo in sé di cui si vale Google – cosa che avrebbe significato attribuire al motore di ricerca una responsabilità oggettiva – ma piuttosto l’omissione: il non essersi cioè attivato per eliminare l’associazione tra le immagini e il nome dell’utente, benché fosse intervenuta la segnalazione di quest’ultimo.

Si viene sempre più delineando, nei tribunali di tutto il mondo, una figura di responsabilità autonoma per gli intermediari di servizi sul web.

Nel concordarsi che alcuna responsabilità oggettiva – quella addebitata in assenza di condotte coscienti (dolose o solo colpose) – può essere imputata agli intermediari (vuoi per via dell’enorme mole del traffico dati, vuoi per l’impossibilità di un controllo allo stato attuale della tecnica), si cerca comunque di inquadrare la questione nell’ambito della responsabilità omissiva, quella cioè per non essersi attivati a rimuovere l’illecito una volta ricevuta la richiesta da parte del soggetto leso.

Francia

Anche in Francia, Suggest è passato per ben due volte dalla ghigliottina. L’azienda Direct Energie aveva visto associare il proprio nome alla parola “anaque” (frode) mentre l’azienda Lyonnaise de Garantie si era vista affibbiare il nome “escroc” (truffatore). Anche in questi casi, BigG è stato condannato.

La giurisprudenza francese, tuttavia, è stata più rigorosa: si legge nelle sentenze in questione che Google non sarebbe riuscita a dimostrare che le parole suggerite dal sistema siano solo il frutto di “un mero calcolo statistico di tutte le precedenti ricerche con gli stessi termini”. Una prova davvero diabolica, impossibile da raggiungere, se si considera che tutto è racchiuso in una formula matematica, che poi è il nucleo centrale di Suggest.

Italia

Il lettore ricorderà la tesi sposata dal Tribunale di Milano che aveva già emesso una sentenza di condanna per 1.500 euro a favore di un tale, anch’egli vittima di Suggest. “L’utente che legge tale abbinamento – sottolineava la decisione – è indotto immediatamente a dubitare dell’integrità morale del soggetto il cui nome appare associato a tali parole ed a sospettare una condotta non lecita da parte dello stesso”.

Ritenuta dunque diffamatoria l’associazione del nome e cognome del ricorrente alle parole truffa e truffatore, secondo il Tribunale lombardo l’associazione suggerita da Google è “innegabilmente di per sé foriera di danni al suo onore, alla sua persona ed alla sua professionalità”, inoltre la “potenzialità lesiva della condotta addebitata alla reclamante appare suscettibile, per la sua peculiare natura e per le modalità con cui viene realizzata, di ingravescenza con il passare del tempo stante la notoria frequenza e diffusione dell’impiego del motore di ricerca”.

La situazione sarebbe stata aggravata anche dal fatto che il ricorrente utilizzasse il web per la propria attività professionale.

note

[1] Tribunale di Milano, ordinanza 31 marzo 2011.

[2] Tribunale di Pinerolo


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