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Lo sai che? Padre latin lover e risarcimento danno endofamiliare: si può chiedere?

Lo sai che? Pubblicato il 27 gennaio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 27 gennaio 2018

Mio padre ha lasciato mia madre per una sua collega, da cui ha poi avuto un figlio. Di questi eventi mi è rimasto il trauma anche se all’epoca ero maggiorenne tant’è che da sei anni sono invalido civile al 67% cat protetta. Mio padre mi ha trasmesso valori negativi, usa il suo potere sul lavoro per collezionare donne ed io non riesco a trovare un lavoro per la mia difficoltà a rapportarmi con le donne. Sono iscritto al collocamento mirato e prendo farmaci. Posso chiedere risarcimento per danni morali a mio padre? Ho sentito parlare di danno endofamiliare. I miei genitori mi hanno donato la loro casa di proprietà. Se faccio causa a mio padre, la donazione subisce una revoca?

Si consiglia innanzitutto al lettore una visita medico-legale che possa comprovare un danno psicologico o psichiatrico.

Appurato questo, occorrerà collegare la patologia alla condotta del genitore. Fare questo non è facile, atteso che la prevalente giurisprudenza riconosce sì il danno endofamiliare, ma soltanto quando esso sia riconducibile a comportamenti omissivi di completo disinteresse verso la prole, oppure ai danni arrecati alla sfera patrimoniale del figlio per non aver potuto egli godere del mantenimento, dell’istruzione e dell’educazione che il genitore inadempiente avrebbe dovuto garantirgli, o ancora ai comportamenti volti ad ostacolare gli incontri con l’altro genitore che integrano una lesione dei diritti del genitore e del figlio.

Pertanto, dimostrato il danno (tra l’altro il lettore è già stato riconosciuto invalido), bisognerà provare che esso derivi da una cattiva condotta di suo padre, cioè dalla violazione di uno dei doveri che il genitore ha nei confronti della prole.

A parere dello scrivente, il rapporto extraconiugale intrapreso dal padre del lettore non può essergli riconosciuto come un danno, a meno che ciò non si abbini ad altra condotta illecita. È impensabile che la sola fine del rapporto con la madre possa essere giusta causa di risarcimento; perché il lettore possa ottenere quest’ultimo deve provare che suo padre non l’ha assistita, l’ha abbandonata, è venuto meno, cioè, ai suoi doveri paterni. Ad esempio, potrebbe essere responsabile il genitore che abbandona a se stesso il figlio, seppur maggiorenne, quando abbia ancora bisogno di assistenza morale o materiale. La Corte di Cassazione ha imposto a carico del padre l’obbligo del mantenimento a favore del figlio maggiorenne che, a seguito del trauma patito a causa della separazione dei genitori, non aveva proseguito gli studi (Cass., sent n. 12457/2007). La Cassazione, però, parla di mantenimento, non di risarcimento.

I valori negativi trasmessi dal padre del lettore devono essere meglio ricondotti ad una violazione specifica. Il lettore deve chiedersi: “Come ha fatto mio padre ad inculcarmi questi valori negativi? Mi ha costretto? Mi ha plagiato?

Oppure li ho appresi io osservandolo?” Nel caso di specie si potrebbe ritenere violato l’obbligo di educazione e di corretta crescita, ma soltanto a patto di dimostrare che il padre si sia comportato male nel corso degli anni, non soltanto lasciando la moglie. Quello che si vuol dire è che bisognerebbe allargare il campo di indagine, andando oltre ciò che è accaduto nell’anno della separazione.

Occorre pertanto collegare la patologia ad uno degli obblighi genitoriali (assistenza, cura, mantenimento, ecc.) violati. Un altro problema è stabilire quando il danno sia sorto. L’azione di risarcimento del danno, infatti, può essere promossa direttamente dal figlio, una volta raggiunta la maggiore età. Orbene, trattandosi di danno riconducibile alla categoria di quelli extracontrattuali, la prescrizione è quinquennale (Cass. Civ. 6833/2016).

Quindi, per evitare la prescrizione, bisognerà provare che: 1. il danno sia sorto solo recentemente (ma la via non pare percorribile, visto che i fatti a cui il lettore si riferisce sono datati); 2. il danno sia stato scoperto solo recentemente (nell’ultimo quinquennio, in pratica; tratterebbe di danno quiescente: “Nel caso di danni a decorso occulto – danni lungolatenti – la prescrizione inizia a decorrere quando il danneggiato, con l’uso dell’ordinaria diligenza, possa avvedersi: (a) dell’esistenza del danno; (b) della sua riconducibilità causale al fatto illecito del terzo; Corte di cassazione civile sentenza 22507/14 del 23/10/2014).

Ricapitolando: occorre visita medico – legale che accerti il danno psicologico o psichiatrico (tale requisito potrebbe essere sostituito dal verbale che ha dichiarato l’invalidità, se la patologia è legata alla materia di cui si sta parlando); il danno sia collegabile ad uno degli obblighi genitoriali violati dal padre del lettore; non sia maturata la prescrizione, cioè abbia avuto contezza del danno solamente nell’ultimo quinquennio.

Per quanto riguarda la donazione, il codice civile contempla solo due ipotesi di revoca: quella per sopravvenienza di figli e quella per ingratitudine (art. 801 cod. civ.). La revoca per ingratitudine può essere chiesta quando il donatario: ha volontariamente ucciso o tentato di uccidere il donante, il coniuge, un discendente o un ascendente di questo, ovvero abbia commesso contro di loro un fatto al quale si applicano le disposizioni sull’omicidio, oppure ancora li abbia denunciati infondatamente o abbia testimoniato falsamente contro di loro per un reato punibile con l’ergastolo o con la reclusione per un tempo non inferiore nel minimo a tre anni. Ancora, la revoca può essere fatta quando il donatario si è reso colpevole d’ingiuria grave verso il donante; ha dolosamente arrecato grave pregiudizio al patrimonio di lui; gli ha rifiutato indebitamente gli alimenti.

Si ritiene, pertanto, che la donazione sia al sicuro.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Mariano Acquaviva


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