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Lo sai che? Cosa fare per non perdere una causa in tribunale

Lo sai che? Pubblicato il 22 gennaio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 22 gennaio 2018

Comportamenti consigliabili per poter instaurare una valida collaborazione con l’avvocato e avere più chance di vincere il giudizio.

Tra tutti i professionisti, medici e avvocati sono quelli che dovrebbero, più di ogni altro, astenersi dal fare pronostici sull’esito delle proprie attività. Una causa può dipendere non solo dall’interpretazione del giudice che, come noto, non è tenuto a seguire un orientamento prestabilito (fosse anche quello della stessa Cassazione), ma anche dall’andamento del processo, dalle prove prodotte, dal comportamento delle parti prima del giudizio e dalle dichiarazioni dei testimoni che, se non precise e mirate, potrebbero far apparire nel torto chi invece è dalla parte della ragione.

Impossibile, quindi, anche quando si ritiene di essere dal lato della legge, prevedere in anticipo l’esito del giudizio, né esistono strategie e trucchi per poter arrivare a un risultato favorevole con un largo margine di probabilità. Vi sono tuttavia degli accorgimenti che, se seguiti puntualmente, riducono il margine del rischio o, quantomeno, consentono di non cadere in quegli errori grossolani che spesso causano la sconfitta. Cosa fare per non perdere una causa in tribunale? Non esiste una ricetta, ma ci sentiamo di darvi alcuni suggerimenti utili, sulla base dell’osservazione dei casi concreti, dell’esperienza pratica, dello studio delle debolezze delle parti in causa e, perché no, anche dei loro stessi avvocati.

La causa non è sempre la migliore soluzione

La prima cosa di cui tenere conto è che il tribunale – al pari di un ospedale – è, per antonomasia, il luogo in cui si sa come si entra, ma non si sa come si esce. A questa incertezza si contrappone la possibilità di tentare un accordo transattivo prima di ricorrere al giudice, realizzato anche davanti a un mediatore e/o con l’ausilio del proprio avvocato. Si dice provocatoriamente «meglio un cattivo accordo che una buona sentenza», con riferimento al fatto che, quand’anche si ottenga giustizia, il provvedimento del magistrato resta sempre un foglio di carta che deve poi trovare concreta attuazione. E se manca la collaborazione della controparte e diventa necessario ricorrere all’esecuzione forzata con l’ufficiale giudiziario, non è detto che si riesca a ottenere ciò per cui si è combattuto strenuamente. Il più delle volte ci si accontenta di una vittoria ideologica, che però sul piano pratico ha pochi risvolti. In altri casi, la rivalità iniziale viene sopita dai tempi di attesa e si abbandona la pratica per non dover spendere altri soldi in pignoramenti vari. Se poi si ha a che fare con una società di capitali (ad esempio una Srl), il rischio è di arrivare a un risultato quando questa ormai è in fase di liquidazione e c’è poco da riscuotere.

Il primo suggerimento è quindi quello di preferire sempre un accordo bonario laddove questo fosse possibile.

Molto importante, però, è che le trattative siano formalizzate per iscritto; specie in sede di mediazione, è bene avanzare una proposta valida alla chiusura della vertenza, tale che possa convincere il giudice – nel caso in cui si debba poi procedere per le “vie legali” – delle buone intenzioni della parte. Questo perché, in caso di condanna alle spese processuali, la sentenza tiene conto del tentativo di ciascuno dei contendenti di evitare lo scontro: sicché i costi della causa ricadranno su chi l’ha voluta a tutti i costi, anche se ha ottenuto ragione. Tanto per fare un esempio, se una persona chiede un risarcimento di 2mila euro a un’altra e quest’ultima, prima del giudizio, ne dovesse offrire solo mille, qualora il giudice dovesse ritenere che quest’ultima è la misura corretta dell’indennizzo porrebbe le spese processuali a carico del danneggiato e non del danneggiante.

Proprio a tal fine la legge impone che, in determinate cause (ad esempio recupero crediti fino a 50mila euro, risarcimenti da responsabilità medica, incidenti stradali, vertenze condominiali, ecc.), sia obbligatorio un tentativo di mediazione a cui la parte deve presentarsi personalmente, non potendo limitarsi a delegare il proprio avvocato.

La scelta dell’avvocato

La parte più delicata è sicuramente la scelta dell’avvocato. Si potrebbe pensare che, se si ha ragione ed è la legge a dirlo, non sarà l’avvocato a fare la differenza. Così dovrebbe essere, ma tuttavia non è. Il processo non è solo sostanza, ma anche forma. Questo significa che, al di là delle ragioni concrete, bisogna rispettare alcune regole di procedura che, se violate, possono comportare la sconfitta (si pensi a una costituzione tardiva, a una omessa contestazione, a un documento non prodotto, a un termine non rispettato, a una notifica fatta in modo errato, ecc.). L’avvocato deve essere scrupoloso. Non necessariamente tra i migliori della piazza, ma specializzato nella materia. Il diritto ha così tanti ambiti che è impossibile conoscerli tutti. Il più bravo civilista non è detto che sia preparato in diritto commerciale, così come chi ha sempre fatto diritto bancario e ha salvato centinaia di debitori potrebbe non capirne nulla in materia di separazione e divorzi.

Un suggerimento pratico: un avvocato mal pagato è un avvocato disincentivato. Non dovrebbe essere così perché la deontologia impone di difendere il proprio cliente al di là del risultato economico e del guadagno, ma è nella natura umana (di tutti gli uomini) lavorare per una retribuzione. Ed è chiaro che se questo guadagno tarda ad arrivare o viene retribuito in modo non proporzionato agli sforzi fatti, sarà anche più gravoso e non gradito. Che dir si voglia, in un avvocato scrupoloso e serio, il compenso ricevuto carica di responsabilità e di impegno.

Non tardare nella scelta dell’avvocato

Recarsi dall’avvocato il prima possibile evita a quest’ultimo di studiare la vicenda in poco tempo, il che imporrebbe di svolgere una difesa approssimativa e frettolosa. Non sempre l’avvocato conosce tutte le norme e le sentenze di una determinata vicenda, sicché ha necessità di studiare. Maggiore è il tempo da dedicare allo studio, superiore sarà la preparazione conseguita e quindi più tecnica la difesa.

Non innamorarsi delle proprie ragioni

Purtroppo molte cause si fanno “per principio” o perché le parti non sono obiettive. Chi ritiene di essere nel giusto da un punto di vista sostanziale, non vuol arrendersi alla possibilità che la legge possa valutare anche le contrapposte ragioni.

Una volta abbiamo scritto un articolo Come vincere una causa. In quella sede abbiamo esordito in questo modo. «La prima cosa di cui ti devi accertare è se esiste una norma che regola, in modo chiaro e preciso, il tuo caso. Non è sempre così. Difatti la legge è, per sua stessa natura, generale e astratta: poiché deve essere “uguale per tutti”, la legge non può regolare ogni singolo caso della vita quotidiana, ma deve disciplinare una serie di casi uguali in modo uguale. È il principio di uguaglianza che impone alle norme fare il minor riferimento possibile a casi troppo specifici. Nello stesso tempo, la legge può essere equiparata alle onde che crea un sasso in uno stagno: tanto più si è vicini al centro, tanto maggiore è il livello di definizione dell’onda; tanto ci si allontana, tanto meno chiaro è il suo contorno. Le norme sono proprio così: regolano in modo chiaro ed espresso alcune fattispecie (quelle più vicine al nucleo della norma stessa), mentre altre richiedono uno sforzo interpretativo superiore. Interpretazione, però, che non tutti i giudici possono condividere. Ecco quindi che tanto più ci si allontana dal centro delle onde tanto più aumenta il rischio di perdere la causa.

Un importante suggerimento, dunque, per vincere una causa è di non cercare interpretazioni macchinose e soggettive solo perché corrispondenti ai tuoi interessi personali. Tanto meno sforzo richiede l’interpretazione della norma per giungere alla tesi del cittadino, tanto maggiori sono le chance di vittoria.

Quand’anche la norma sia precisa (e a maggior ragione in caso contrario), non bisogna fermarsi al dato letterario: a volte anche le leggi più chiare hanno avuto, nel tempo, un’interpretazione del tutto opposta a quella che potrebbe apparire dalla loro lettura. Quindi il secondo step per assicurarti di avere buone possibilità di vincere una causa è quello di fare una ricerca in giurisprudenza (ossia nei repertori delle sentenze pubblicate) per verificare che ve ne sia una buona dose a proprio favore. Non dovrai essere tu a fare questa ricerca (sebbene con Internet ormai tutto sia alla portata dei cittadini): è meglio che a svolgere questo ingrato compiuto sia il tuo avvocato, più esperto di te nel comprendere gli orientamenti dei giudici e i tecnicismi del diritto.

Fai un resoconto scritto all’avvocato

Gran parte degli avvocati non ama che il cliente dica loro come impostare la causa, su quali norme far leva o quali strategie adottare. Potrai tuttavia condividere con lui il tuo pensiero e le tue opinioni redigendo per iscritto un breve excursus della vicenda e raccontando per filo e per segno come si sono svolti i fatti. Questo sarà di grande ausilio all’avvocato che dovrà scrivere l’atto difensivo ed orientarsi in una vicenda che non ha visto in prima persona. Specie quando si tratta di settori tecnici, come quelli relativi a particolari ambiti lavorativi (disciplinati dai contratti collettivi di settore e da una fitta serie di norme speciali), l’indicazione delle leggi applicabili potrà essere un valido indirizzo al legale che, magari, potrebbe arrivare prima alla soluzione giuridica del problema.

Consegna tutte le prove e non nascondere nulla all’avvocato

Ogni processo si basa sulle prove. È quindi importante da un lato esibire al giudice tutte le prove di cui si è in possesso, dall’altro poter prevenire quelle che mostrerà la controparte. Perciò è sempre bene non nascondere nulla all’avvocato di cui si è a conoscenza e che la controparte potrebbe eccepire in corso di giudizio – il che renderebbe la difesa “dell’ultimo minuto” più difficoltosa; dall’altro lato, se si hanno documenti nel cassetto, sarà bene consegnarli al legale prima dell’inizio del giudizio poiché, dopo, potrebbe essere troppo tardi.

Anche la scelta dei testimoni è un elemento chiave del processo. Se anche si può vincere una causa senza testimoni, è sempre bene procurarsi le dichiarazioni di persone chiare, lucide, precise nel linguaggio, non soggette a emozione che possa farle traballare nella deposizione testimoniale. Anche un solo testimone ben “calibrato” può essere più utile di dieci.

Contatta periodicamente l’avvocato

Ultimo suggerimento. Una causa va “coltivata”. Non basta dare l’incarico all’avvocato e poi non farsi più sentire, attendendo l’esito della sentenza. Anche per motivare maggiormente il legale, è bene farsi sentire dopo ogni udienza (cui comunque non è necessario partecipare) per conoscerne l’esito e informarsi sull’andamento globale del giudizio. Il che serve a responsabilizzare e motivare il professionista, facendogli capire l’importanza che tu dai alla causa.


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