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Lo sai che? Falsificare la fotocopia di un certificato è reato?

Lo sai che? Pubblicato il 23 gennaio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 23 gennaio 2018

Creare la fotocopia di un documento che non esiste non costituisce reato di falso ma può integrare una truffa.

Una persona ti ha assicurato di aver ricevuto un’autorizzazione da parte del Comune e, per convincerti di ciò, ti ha esibito una fotocopia del relativo certificato. Apparendo il documento del tutto credibile – c’erano gli stemmi dell’amministrazione, il nome del dirigente responsabile del procedimento, gli estremi delle leggi, i vari “considerato” e il linguaggio usato era quello “burocratese” – non hai ritenuto di dover chiedere l’originale; fidandoti della fotocopia, hai così stretto con questi degli accordi commerciali. Ti sei insomma sentito rassicurato dal fatto che tale soggetto aveva già ricevuto un previo vaglio di affidabilità da parte dell’amministrazione e non hai ritenuto necessario fare ulteriori investigazioni. Senonché, dopo un po’ di tempo, hai scoperto che quel certificato, in realtà, era un falso, creato appositamente al computer per trarti in inganno. Alcuna autorizzazione il Comune aveva mai rilasciato e l’uomo aveva riprodotto, in modo identico a un originale inesistente, il documento della pubblica amministrazione. Così decidi di denunciarlo per falso. Il colpevole però si difende: a suo dire, non c’è alcun reato di falsificazione nel creare un documento che non esiste. Il falso intanto ha ragione d’essere in quanto ci sia un originale che viene appunto contraffatto. Chi dei due ha ragione? Falsificare la fotocopia di un certificato è reato? La soluzione è stata fornita qualche giorno fa dalla Cassazione [1] con una sentenza che potrebbe lasciarti interdetto.

Chi presenta la fotocopia di un documento o anche di un certificato della pubblica amministrazione commette reato? Secondo la Corte il reato di falso scatta solo quando si falsifica il documento in originale, ma non la sua copia. Si legge infatti in sentenza: «non integra il delitto di falsità materiale la condotta di colui che esibisca la falsa fotocopia di un documento (esistente o meno in originale) al fine di conseguire un qualche vantaggio, qualora si tratti di fotocopia esibita ed usata come tale dall’imputato». Infatti, la disciplina sulla falsità materiale è volta a reprimere la contraffazione o l’alterazione dei soli documenti originali, «non anche la condotta di colui che utilizzi le riproduzioni di un documento, quando, per le modalità e le circostanze dell’uso, sia chiaro che si tratti di una fotocopia (comunque realizzata) dallo stesso». La fotocopia è priva dei requisiti di forma e di sostanza capaci di farla sembrare un provvedimento originale o la copia conforme di esso ed è da escludere che sia comunque documentativa dell’esistenza di un atto corrispondente.

Non si cada però in equivoci: quando i giudici dicono che una determinata condotta non costituisce uno specifico reato non significa che non possa invece, nello stesso tempo, integrarne un altro, magari meno grave, ma comunque implicante la possibilità di una querela e di un procedimento penale. Così, se la persona che ha creato un documento falso ha utilizzato “artifici e raggiri” per far cadere l’altra persona in errore, e da tale attività ne ha tratto un profitto, commette comunque il reato – altrettanto grave – di truffa [2]. Ecco perché, a volte, è molto importante, quando si procede penalmente contro una persona, inquadrare il capo di imputazione corretto. Un’errata qualificazione della condotta potrebbe infatti portare all’assoluzione di un imputato che, invece, potrebbe essere colpevole di in un delitto altrettanto serio ma per il quale non si è correttamente proceduto.

L’esibizione di una fotocopia falsa di un documento, esistente o meno in forma originale, volta a procurare un vantaggio all’agente, non configura il delitto di falsità materiale.

note

[1] Cass. sent. n. 2297/18 del 19.01.2018.

[2] Art. 640 c. pen.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 10 novembre 2017 – 19 gennaio 2018, n. 2297
Presidente Lapalorcia – Relatore Settembre

Ritenuto in fatto

1. La Corte d’appello di Trieste ha, con la sentenza impugnata, confermato il giudizio di responsabilità formulato dal giudice di prima cura a carico di D.G. per il reato di cui agli artt. 476-489 cod. pen. e, in parziale riforma della sentenza impugnata, ha, su appello dell’imputato, ridotto la pena a lui irrogata.
D. è accusato di avere, al fine di ottenere un finanziamento di 60.000 Euro, inviato – tramite fax – alla BCC di (omissis) un falso certificato di pagamento, apparentemente emesso dal comune di (omissis) , attestante il pagamento di una fattura di Euro 71.324,14.
2. Contro la sentenza suddetta ha proposto ricorso per Cassazione il difensore dell’imputato, lamentando quanto segue.
2.1. Secondo “gli ultimi approdi della giurisprudenza di legittimità” la fotocopia di un documento non integra il reato di falso quando, nell’intenzione dell’agente e nella valenza oggettiva, l’atto sia presentato come fotocopia.
2.2. La Corte d’appello non ha valutato la plausibile tesi alternativa, proposta dalla difesa, secondo cui altri potrebbero aver inviato alla banca la fotocopia del certificato, stante il fatto che l’imputato non aveva la rappresentanza legale della società a nome della quale l’atto fu inviato. Incongruamente la Corte d’appello ha inteso superare l’obiezione, asserendo che la firma apposta sulla richiesta di anticipazione bancaria, a cui fu allegato il falso certificato di pagamento, corrisponde ictu oculi a quella dell’imputato, trattandosi di circostanza accertata – in assenza di perizia – in maniera “atecnica e soggettiva”.
2.3. I giudici hanno errato nella qualificazione giuridica del fatto, in quanto il certificato di pagamento previsto dall’art. 195 del d.p.r. 207/2010 – a differenza dal mandato di pagamento – “riproduce lo stato dei fatti come rappresentato dal direttore dei lavori”, sicché ha funzione certificativa. Di conseguenza, è errata la qualificazione di atto pubblico ad essa attribuita dai giudici di merito.

Considerato in diritto

È fondato il primo motivo di ricorso, che ha carattere assorbente rispetto agli altri. Secondo la prevalente giurisprudenza di questa Corte – a cui il Collegio aderisce – non integra il delitto di falsità materiale la condotta di colui che esibisca la falsa fotocopia di un documento (esistente o meno in originale) al fine di conseguire un qualche vantaggio, qualora si tratti di fotocopia esibita ed usata come tale dall’imputato (Cass., sez. 5, n. 8870 del 9/10/2014, rv 263422; sez. 2, n. 42065 del 3/11/2010; sez. 5, n. 7385 del 14/12/2007). In questo caso, infatti, la fotocopia è priva dei requisiti di forma e di sostanza capaci di farla sembrare un provvedimento originale o la copia conforme di esso ed è da escludere che sia comunque documentativa dell’esistenza di un atto corrispondente. Le norme sulla falsità materiale colpiscono, infatti, la contraffazione o l’alterazione dei documenti originali e sono dirette a reprimere la condotta di colui che ne crei l’apparenza; non anche la condotta di colui che utilizzi le riproduzioni di un documento, quando, per le modalità e le circostanze dell’uso, sia chiaro che si tratti di una copia (comunque realizzata) dello stesso. In quest’ultimo caso potranno ravvisarsi, a seconda dei casi, reati diversi (per esempio, il reato di truffa), ma non anche i reati previsti dagli artt. 476 e segg. cod. pen..
Nella specie, l’imputato inviò un fax alla BCC di (omissis), con cui fece figurare l’avvenuta emissione, a suo favore, di un certificato di pagamento (in realtà mai emesso); pose in essere, quindi, un artifizio per ingannare la banca, ma non contraffece alcun atto o certificato pubblico. La sentenza va quindi annullata perché il fatto non sussiste.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.


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