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Lo sai che? No assegnazione casa coniugale coi figli autosufficienti

Lo sai che? Pubblicato il 23 gennaio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 23 gennaio 2018

Figli autonomi: annullata l’assegnazione della casa coniugale all’ex coniuge dopo il divorzio.

Sono passati ormai diversi anni da quando hai divorziato da tua moglie e da quando il giudice le ha consentito di continuare a vivere all’interno della tua casa visto che con lei è andata ad abitare vostra figlia. Per tutto questo tempo hai versato alla ragazza, ancora minorenne, l’assegno di mantenimento e, dopo i 18 anni, ne hai sostenuto anche gli studi universitari. Senonché, un giorno, hai saputo che tua figlia, già fuori sede da un po’ di tempo per via della specializzazione, ha deciso di rimanere a vivere lontano dalla madre per aver trovato una occupazione che le consente di mantenersi. Non si tratta del lavoro della sua vita, ma è un’occupazione di tutto rispetto che la rende autonoma. Come cambiano, a questo punto, i rapporti con lei e con la tua ex moglie? Quanto influisce la raggiunta stabilità economica della ragazza sulla sentenza di divorzio che aveva definito i tuoi obblighi economici? Secondo la Cassazione, che sul punto si è pronunciata con un’ordinanza pubblicata ieri [1], deve essere revocata l’assegnazione della casa coniugale se i figli sono diventati autosufficienti.

La ragione dell’assegnazione della casa coniugale risiede nella necessità di non provocare traumi ai figli e di farli continuare a crescere nello stesso habitat domestico in cui hanno vissuto finché i genitori sono rimasti uniti. Non perché madre e padre non vanno più d’accordo devono essere i bambini a pagarne le conseguenze: è ingiusto costringerli a fare le valigie, a cambiare amici, scuola e quartiere, nonché ad adattarsi a una nuova casa, magari più piccola e meno agiata. Ecco perché, tutte le volte in cui la coppia ha dei figli minorenni o non ancora autosufficienti, il giudice assegna la casa – che sia in comunione dei beni o di proprietà di uno solo dei coniugi – a chi dei due convive coi ragazzi. Di converso, se la coppia non ha figli, la casa ritorna al legittimo proprietario o, se la coppia era in comunione, andrà divisa di comune accordo o con l’intervento del tribunale.

In estrema sintesi, l’assegnazione della casa coniugale può avvenire solo in presenza di figli minorenni o maggiorenni non autosufficienti, purché conviventi con i genitori.

Detto ciò, vediamo ora quando viene revocata l’assegnazione della casa coniugale alla moglie. Poiché, come detto, scopo dell’assegnazione è far vivere insieme la madre coi bambini, tutte le volte in cui questa decide di andare ad abitare altrove e quindi si trasferisce, oppure quando i figli sono in grado di mantenersi da soli e trovano un altro tetto dove iniziare a vivere in autonomia, la moglie perde l’assegnazione della casa. Questo effetto non è automatico, ma è necessario che il marito ricorra al giudice affinché revochi il precedente provvedimento di assegnazione della casa. Insomma, quando i figli sono autonomi e autosufficienti, la madre deve sloggiare.

Come abbiamo detto, l’indipendenza economica dei figli non è l’unico caso di perdita della casa da parte della moglie. Ciò scatta anche quando questa dopo un po’ decida di andare a stare dai genitori, non avendo le disponibilità economiche per mantenere le spese di un proprio domicilio. O ancora nell’ipotesi in cui la donna ottenga una promozione e sia costretta a cambiare città per motivi di lavoro. Ancora, viene disposta la revoca della casa nel caso in cui l’assegnatario si allontani dal tetto per andare a convivere stabilmente con un’altra persona creando una famiglia di fatto. Ed ancora nel caso quest’ultimo contragga un nuovo matrimonio.

Nel caso di specie deciso dalla Cassazione, il giudice ha revocato la casa assegnata alla moglie prendendo a riferimento il fatto che la figlia aveva superato la soglia dei 30 anni, aveva ultimato il percorso di studi con la scuola superiore e aveva infine deciso di «inserirsi nel mondo del lavoro, svolgendo una pluralità di occupazioni». I giudici hanno poi messo in rilievo il fatto che la ragazza aveva ormai maturato «un’autonoma organizzazione di vita e una capacità di mantenimento rispetto ai genitori». Di conseguenza, erano venuti meno i presupposti per l’assegnazione della casa alla madre, a tutela della prole, concludono i giudici.

La casa resta alla moglie invece se il figlio o la figlia, benché lontano da casa, svolga solo lavori occasionali e non può ancora dirsi indipendente da un punto di vista economico. Ciò infatti potrebbe far sì che questi voglia/debba, in qualsiasi momento, fari ritorno dalla madre e trovare rifugio sotto l’antico tetto domestico.

note

[1] Cass. ord. n. 1546/18 del 22.01.2018.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 5 dicembre 2017 – 22 gennaio 2018, n. 1546
Presidente Di Virgilio – Relatore Nazzicone

Fatto e diritto

Rilevato:
– che la parte ricorrente ha proposto ricorso, fondato su due motivi, avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma del 10 ottobre 2016, la quale ha riformato la decisione di primo grado, revocando l’assegnazione della casa coniugale in favore della odierna ricorrente;
– che, per quanto ancora rileva, la corte del merito, premesso che la casa, sebbene di proprietà esclusiva del marito, era stata assegnata alla ex-moglie in ragione della convivenza della figlia non autosufficiente con la madre, ha accertato invece come, sulla base delle prove raccolte, risulti superata tale circostanza: posto che la figlia, al momento della decisione d’appello di anni 33, ha ultimato il percorso di studi con la scuola superiore, decidendo di inserirsi nel mondo del lavoro e svolgendo in effetti una pluralità di occupazioni, maturando un’autonoma organizzazione di vita e capacità di mantenimento rispetto ai genitori, onde non sussistono più i presupposti per l’assegnazione della casa alla madre a tutela della prole;
– che la parte intimata si difende con controricorso;
– che è stata disposta la trattazione con il rito camerale ex all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti;
– che la ricorrente ha depositato la memoria;
Considerato:
– che il primo motivo, il quale censura la violazione e la falsa applicazione degli artt. 2697 c.c., 2702, 2704, e 116 c.p.c., per avere la corte del merito basato la decisione sopra un unico documento, costituito dallo scritto contenente il curriculum della figlia ed il riferimento a presunte esperienze lavorative, in contrasto con tutte le prove documentali dalla ricorrente prodotte, è palesemente inammissibile;
– che, infatti, esso, pur sotto l’egida del vizio di violazione di legge, lamenta nella sostanza, come è rivelato dalle molteplici espressioni usate, un inadeguato e non condiviso giudizio di fatto, riservato ai giudici del merito, circa la effettiva autosufficienza economica della figlia, riproponendo nella sostanza argomenti fattuali già esaminati dai giudici di merito;
– che esso è inammissibile, anche laddove opera riferimento ad un omesso esame di fatto decisivo, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c. (come sostituito dall’art. 54, comma 1, lett. b), d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito dalla 1. 7 agosto 2012, n. 134), dato che parimenti ivi ripropone in pieno il giudizio di fatto, del tutto estraneo ai limiti della disposizione (cfr. Cass., sez. un., 7 aprile 2014, n. 8053);
– che, invero, al riguardo basti richiamare il principio espresso dalla decisione ora menzionata, secondo cui “L’art. 360, 1 comma, n. 5, c.p.c., riformulato dall’art. 54 d.l. 22 giugno 2012 n. 83, convertito, con modificazioni, in l. 7 agosto 2012 n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia); ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni degli art. 366, 1 comma, n. 6, e 369, 2 comma, n. 4, c.p.c., il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie”;
– che il secondo motivo – il quale deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 11 della legge 6 marzo 1987, n. 74, 324 c.p.c., per avere la corte d’appello errato nel ritenere integrato un fatto nuovo a giustificazione della revoca dell’assegnazione della casa, in quanto la figlia non è affatto indipendente e svolge solo lavori occasionali – è parimenti inammissibile, in quanto impinge allo stesso modo in giudizio di fatto, insindacabile in sede di legittimità;
– che la condanna alle spese segue la soccombenza;
– che, pur essendo il ricorso notificato dopo l’entrata in vigore della novella al Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1-quater, che apporta innovazioni al regime delle spese di giustizia per il caso di rigetto dell’impugnazione, la ricorrente, risultando ammessa al gratuito patrocinio, non deve essere onerata delle conseguenze ivi previste, vale a dire del pagamento aggiuntivo collegato al rigetto integrale o alla definizione in rito dell’impugnazione (cfr., e multis, Cass. n. 2023/2015; 18523/2014).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese di lite, liquidate in Euro 3.000,00 per compensi, oltre ad Euro 100,00 per esborsi, alle spese forfetarie nella misura del 15% ed agli accessori di legge. In caso di diffusione del presente provvedimento, dispone omettersi le generalità e gli altri dati identificativi delle parti, a norma dell’art. 52 d.lgs. n. 196 del 2003.


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