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Contratti con la banca: basta la firma del cliente

24 Gennaio 2018


Contratti con la banca: basta la firma del cliente

> Diritto e Fisco Pubblicato il 24 Gennaio 2018



Se manca la firma del direttore di banca o del funzionario sul contratto di mutuo, di conto corrente o di investimento, il documento è ugualmente valido?

Sarà capitato anche a te di incaricare il tuo promotore finanziario di investire una somma e poi di pentirti perché l’operazione non solo non ha dato i risultati sperati, ma è finita addirittura in perdita. La legge prevede una serie di garanzie per il cliente inesperto in materia di azioni, obbligazioni e, più in generale, di investimenti. Oltre all’obbligo di presentare un contratto-quadro per iscritto, il funzionario di banca deve innanzitutto chiedere all’investitore il profilo di rischio che intende affrontare (medio, alto o basso); in secondo luogo deve presentargli un questionario, da compilare con scrupolo, in modo da saggiarne l’esperienza in materia; e, se questa dovesse risultare non elevata, la banca assume degli obblighi informativi più pregnanti. È, in altri termini, tenuta ad avvisare prontamente il cliente della possibilità che un investimento non vada a buon fine, per consentirgli di tirarsi subito indietro. Peccato che, spesso e volentieri, avviene che tali moduli vengano consegnati ai clienti già belli e precompilati, chiedendo a quest’ultimo di apporvi solo la firma (il quale, il più delle volte, lo fa senza neanche leggere le clausole, di linguaggio peraltro incomprensibile). Ed è quindi sulla firma che si aggrappano le ultime speranze dei risparmiatori, fregati da un investimento pessimo. Molte cause sono state intentate proprio perché, sul contratto-quadro relativo ai servizi di investimento, era riportata solo la firma del cliente e non quella della banca. Tali contratti sono validi? Dopo tanta giurisprudenza che si è espressa sul punto – alcuna a favore del cittadino, altra invece degli intermediari finanziari – è finalmente intervenuta la Cassazione a Sezioni Unite con due sentenze che ora dovrebbero dipanare il dubbio [1]. Secondo la Corte suprema, in tema di contratti con la banca, basta la firma del cliente affinché il contratto medesimo sia valido.

Nel 2016 c’erano state due sentenze che avevano fatto ben sperare gli investitori: la Cassazione, in tali occasioni [2] – sovvertendo un precedente orientamento di segno opposto – aveva ritenuto sufficiente la sola firma del cliente nei contratti con la banca e con gli intermediari finanziari. Oggi invece i giudici ci hanno ripensato. Ecco le ragioni del loro mutato convincimento.

La legge prevede che i contratti della banca – sia quelli di intermediazione finanziaria che quelli “tradizionali” (apertura di conti correnti, mutui, depositi, concessione di linee di credito e di fidi, ecc.) – debbano avere sempre la forma scritta. Vuol dire che, a differenza della regola generale in materia di contratti (che vuole la libertà di forma e, quindi, la possibilità di concludere un accordo anche con la stretta di mano), i rapporti con le banche impongono sempre una scrittura privata. La ragione è semplice: solo grazie a questa il cliente può essere ben messo nella condizione di comprendere quali sono i propri diritti e doveri, sicché sarà anche difficile contestarli o mutarli in un successivo momento. La forma scritta è dunque una garanzia di certezza dei rapporti tra le parti, posta peraltro la presenza di un soggetto debole quale il correntista-piccolo investitore.

A stabilire l’obbligo della forma scritta per i contratti di intermediazione finanziaria è il testo unico del 1998 [3] che dispone:  «I contratti relativi alla prestazione dei servizi di investimento….. e, se previsto, i contratti relativi alla prestazione dei servizi accessori sono redatti per iscritto e un esemplare è consegnato ai clienti (…). Nei casi di inosservanza della forma prescritta, il contratto è nullo».

Quanto invece a tutti gli altri contratti con la banca (mutui, ecc.), il Testo Unico Bancario [4] contiene una disposizione del tutto equivalente alla prima che stabilisce: «I contratti sono redatti per iscritto e un esemplare è consegnato ai clienti (…). Nel caso di inosservanza della forma prescritta il contratto è nullo».

Chi è stato in banca per aprire un conto, avere un finanziamento o avviare un piano di investimenti sa come si svolge, nella pratica, tale operazione: anziché con un unico contratto contestuale, recante sia la firma del cliente che quella del funzionario o del direttore delle filiale, le sottoscrizioni vengono apposte rispettivamente su due lettere che le parti si scambiano tra loro. La prima di tali lettere contiene tutte le condizioni giuridiche ed economiche necessarie, vale come proposta di contratto ed è firmata da uno dei due; la seconda (la risposta) riporta tale e quale il contenuto della prima e la completa in calce con la accettazione dell’altra parte. Con l’incontro di proposta e accettazione, il contratto è concluso.

Il metodo descritto – che ci risulta adottato per ragioni fiscali – sicuramente integra e rispetta il requisito della forma scritta posto dalle norme citate all’inizio che non impongono necessariamente la stipula contestuale dell’atto. Ciò che però manca è un documento unico riportate, nello stesso tempo, sia la firma del cliente che quella della banca. Ed è su questo aspetto che si sono concentrate le contestazioni dei risparmiatori i quali si sono spesso trovati in mano un modulo privo della firma della banca.

Sul punto le Sezioni Unite hanno affermato il principio secondo cui il requisito della forma scritta del contratto-quadro relativo ai servizi di investimento è rispettato con la redazione del contratto per iscritto e con la consegna di una copia al cliente: è sufficiente la sola firma dell’investitore, mentre non è necessaria quella dell’intermediario ossia della banca. Il consenso di quest’ultimo, seppur non risultante dalla sottoscrizione, ben si può desumere dai suoi comportamenti successivi alla conclusione del contratto stesso, ad esempio nel momento in cui dà esecuzione alle operazioni di investimento su incarico del cliente. La legge, infatti, stabilisce che i contratti possono concludersi anche per «comportamenti concludenti», ossia con condotte che denotino la volontà di dar esecuzione al rapporto obbligatorio. E se è vero che la legge impone la forma scritta al contratto è anche vero che non richiede anche la firma, firma che pertanto può anche essere desunta dall’esecuzione successiva. In questo modo è altresì salvaguardato il diritto del cliente di avere un documento scritto in cui verificare, in ogni momento, i suoi diritti e doveri.

La Corte, pertanto, ha concluso che non sia più possibile sostenere che una volta provato l’accordo e che sia stata la consegna della scrittura all’investitore, sia anche necessaria la sottoscrizione della banca ai fini della validità del contratto-quadro.

note

[1] Cass. S.U. sent. n. 898/2018 e n. 1653/2018.

[2] Cass. sent. n. 5919/2016 e n. 7068/2016.

[3] Art. 23 Tuf, d.lgs. n. 58/1998. 

[4] Art. 117 Tub.


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