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Lo sai che? Se cambia la legge sul titolo di studio posso essere licenziato?

Lo sai che? Pubblicato il 24 gennaio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 24 gennaio 2018

Nel settore privato si può licenziare il dipendente non più utile o privo delle competenze tecniche; nel settore pubblico la riforma di una legge non è causa di licenziamento.

Dopo esserti diplomato sei stato finalmente assunto nella pubblica amministrazione. Hai partecipato al bando di concorso e sei risultato tra i vincitori. Così l’ente pubblico ti ha assunto con un contratto a tempo indeterminato: agognato traguardo per il quale hai combattuto a lungo. Finalmente il posto fisso ti ha consentito di pianificare il tuo futuro e di fare dei piccoli investimenti. Ora però è stata approvata nuova legge che stabilisce che, per quel tipo di lavoro, occorre una laurea e non più il diploma. È cambiato insomma il titolo di studio richiesto dalla normativa per rivestire il posto che hai fino ad oggi occupato. Così ti chiedi quanto questa nuova situazione possa incidere sulla tua posizione: se cambia la legge sul titolo di studio posso essere licenziato? In questo articolo cercheremo di darti una risposta e, nel fare ciò, ti chiariremo anche se e quando una legge può avere valore retroattivo.

Cosa significa legge retroattiva?

Il termine «retroattivo» è ormai diventato di uso comune. È retroattiva la norma che va a regolare non solo i fatti avvenuti dopo la sua approvazione ma anche quelli anteriori. Comunemente si ritiene che la legge non possa mai essere retroattiva, ma questa affermazione è solo parzialmente corretta. Sebbene in generale il codice civile [1]  stabilisce che «la legge non dispone che per l’avvenire» e che pertanto «non ha effetto retroattivo», questo divieto può subire delle deroghe. E spesso succede così quando ciò serve per garantire maggiore giustizia e ragionevolezza. Ad esempio, sarebbe ragionevole e giusto dare valore retroattivo a una norma che riconoscesse tardivamente un certo diritto a una determinata categoria di persona.

Un esempio immediato da capire è quello delle norme penali. La Costituzione [2] stabilisce che nessuno può essere punito se non in forza di una legge entrata in vigore prima del fatto commesso. Questo significa che se oggi qualcuno commette una condotta considerata lecita e domani la stessa dovesse divenire reato, la punizione penale può colpire solo le azioni successive alla nuova legge e non quelle passate. Non è vero però il contrario: se fino ad oggi una condotta è considerata reato e interviene una norma che depenalizzata tale comportamento, chi lo ha già posto in essere ed ancora non è stato condannato in via definitiva può contare sulla assoluzione per via dell’applicazione retroattiva della norma penale più favorevole.

Possiamo allora concludere che:

  • come regola generale le norme giuridiche non hanno valore retroattivo;
  • le norme di diritto penale hanno effetti retroattivi solo se si tratta di disposizioni più favorevoli a chi ha commesso un reato o che depenalizzano una determinata condotta;
  • gli altri tipo di norma hanno efficacia retroattiva solo se ciò corrisponde a criteri di ragionevolezza e di maggiore giustizia.

Cambia la legge sul titolo di studio: rischio il licenziamento?

Se una nuova legge dovesse imporre un titolo di studio ulteriore rispetto a quello previsto in precedenza dalla normativa, questa non può avere effetto retroattivo e non interferisce su chi è già assunto. Il che significa che il licenziamento non è possibile. Mai come nel diritto del lavoro valgono i cosiddetti «diritti quesiti» ossia quei diritti ormai consolidati dai lavoratori che non possono più essere messi in discussione.

Si può però verificare un’altra e più problematica situazione. L’evoluzione della tecnica potrebbe richiedere, per determinati compiti un tempo svolti manualmente, delle competenze ulteriori e tecniche e nuove rispetto a quelle precedentemente richieste. In tal caso il datore di lavoro dovrà porre i dipendenti nella condizione di formarsi e di aggiornare le proprie cognizioni. Se poi ciò non dovesse essere possibile perché la formazione risulta troppo lunga o complessa, nelle pubbliche amministrazioni resterebbe il divieto di licenziamento e la possibilità di porre il dipendente ad altre mansioni compatibili con il proprio livello professionale.

Nel settore privato, però, non funziona così. Il datore di lavoro può ritenere sussistente la giusta causa di licenziamento se il dipendente non è più necessario o non ha le competenze che l’evoluzione richiede per un determinato compito. Resta fermo l’obbligo, prima di procedere al licenziamento, del cosiddetto «ripescaggio» (o «repechage») che impone al datore di verificare se quello stesso dipendente non possa essere adibito ad altre mansioni.

note

[1] Art. 11 disp. sulla legge in generale al cod. civ.

[2] Art. 25 Cost.


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