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Lo sai che? Quando la legge si riferisce all’uomo vale anche per la donna?

Lo sai che? Pubblicato il 24 gennaio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 24 gennaio 2018

Discriminazione o interpretazione estensiva? Come comportarsi quando una norma parla solo di uomo e non di persona.

Tutti gli uomini sono uguali. E le donne? Perché la legge, quando vuole parlare dei cittadini, usa spesso la parola «uomini», il cui riferimento è – almeno letteralmente – al solo al sesso maschile, quando ben potrebbe usare il più generico termine «persone»? Gli esempi sono numerosissimi. Pensa all’articolo del codice penale che incrimina l’omicidio [1]. In essa si legge che «Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno». Perché la norma parla solo di “uomo”? Bisogna dedurne che le donne si possono uccidere impunemente? Aggiungi poi il fatto che proprio le norme penali non possono essere estese ad altre ipotesi in via analogica se non quelle indicate nel testo stesso. Proprio per garanzia dei cittadini stessi, le norme penali richiedono un’interpretazione letterale, sicché il giudice non può andare oltre il senso stretto della legge. E dunque: quando la legge si riferisce all’uomo vale anche per la donna?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo spiegare come avviene l’interpretazione delle leggi. Accade spesso che, nello scrivere una norma, il legislatore non adotti i termini migliori. Non v’è dubbio, ad esempio, che proprio nel caso del reato di omicidio, sarebbe stato preferibile scrivere «persona» anziché «uomo».

Le imprecisioni nel linguaggio del legislatore sono purtroppo ricorrenti. Spesso sono i giudici a dover supplire alle deficienze letterarie dei nostri parlamentari, andando a spiegare cosa essi volevano dire con una determinata parola (tra tutte è la Cassazione l’organo più importante chiamato a indicare l’interpretazione corretta delle norme). Altre volte è lo stesso legislatore che emana una «norma di interpretazione autentica» in cui chiarisce il significato di una precedente disposizione.

Tornando all’articolo del codice penale, si pone quindi un problema di ordine pratico: benché vi sia scritto «uomo», siamo autorizzati a punire anche chi uccide una donna? Il buon senso ci induce a rispondere affermativamente, ma un giudice non può giudicare (solo) secondo buon senso: in primo luogo egli deve attenersi alla legge. Come ci si deve comportare allora quando la legge presenta una formulazione ambigua come, appunto, nel caso in cui si usi espressamente la parola «uomo» e non anche quella «donna»?

Se andiamo a leggere sul dizionario della «Treccani», il sostantivo uomo si riferisce a due concetti: all’essere di genere maschile, e all’essere cosciente e responsabile dei propri atti. Dal punto di vista biologico «uomo» è il termine con cui sono indicate tutte le specie di mammiferi primati ominidi appartenenti al genere Homo. E quindi sia quelli di sesso maschile che di sesso femminile.

Ci troviamo quindi di fronte a due diversi significati dati allo stesso termine. E per capire a quale dei due ha voluto riferirsi il legislatore si deve ricorrere all’interpretazione della legge. L’interpretazione è quella attività volta a capire se un determinato fatto rientri o meno in una determinata fattispecie. Per condurre questa operazione bisogna da un lato attenersi al significato letterale delle parole e del testo nel suo insieme, dall’altro al significato logico, ossia alla funzione della norma nell’ordinamento. Bisogna, in altre parole, mettersi nei panni del legislatore e capire quale fosse la sua intenzione nel momento in cui ha scritto la legge. Tornando al reato di omicidio, non c’è dubbio che la funzione della norma sia quella di evitare che vengano uccisi esseri umani, siano essi uomini, donne o bambini. L’interpretazione logica della legge, quindi, prevale su quella letterale e consente di includere anche il concetto di «donna» nella parola «uomo».

Lo stesso discorso va fatto in tutti gli altri casi in cui il legislatore usa la parola «uomo» piuttosto che «persona» o dimentica di accompagnala alla parola «donna». Prima di estendere il termine, bisogna vedere la funzione della norma e l’intenzione del legislatore. Nel caso in cui la legge vuol regolare il congedo dell’uomo nel caso di maternità della donna o del riconoscimento del figlio non può che riferirsi al genere maschile e non a quello femminile. È chiaro quindi che, in questo caso, l’estensione non avrebbe alcun senso.

Si tenga infine conto che, laddove il giudice dovesse ritenere che la portata della norma si riferisca solo al soggetto di sesso maschile, pur non dovendo essere così e apparendo discriminatorio, si potrebbe porre un problema di costituzionalità. Difatti, come noto, l’articolo 2 della Costituzione stabilisce che «Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso». Per cui il giudice può rinviare gli atti alla Corte Costituzionale affinché dichiari parzialmente illegittima la norma laddove, nell’attribuire un diritto o un dovere all’uomo non prevede anche la donna.


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