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Lo sai che? Controlli prima casa: il fisco può entrare nell’abitazione?

Lo sai che? Pubblicato il 24 gennaio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 24 gennaio 2018

Il fisco può entrare nell’abitazione per verificare se è di lusso con l’autorizzazione del pm in caso di gravi indizi.

Gli italiani sono spesso abituati a considerare la «residenza» come una dichiarazione formale e dal valore burocratico, che ben può scostarsi dal dato reale. Insomma, si risiede in un luogo, si vive in un altro. Le cosiddette «residenze di comodo» dichiarate solo per avere benefici, agevolazioni fiscali, per sfuggire ai creditori o alle notifiche dell’ufficiale giudiziario, nonostante il cittadino viva da tutt’altra parte, sono all’ordine del giorno. C’è poi il problema del cosiddetto bonus prima casa che richiede un effettivo cambio di residenza per poter usufruire degli sconti fiscali. Ma è davvero possibile fare così? Assolutamente no e la legge si impegna a stanare le bugie. Innanzitutto non è legale dichiarare una residenza in un luogo ove non si vive stabilmente: residenza e domicilio devono coincidere poiché ciascuno ha l’obbligo di essere reperibile. Se così non fosse la polizia municipale, all’esito di controlli, potrebbe revocare la richiesta di cambio di residenza. Per quanto poi riguarda le agevolazioni fiscali sull’acquisto dell’immobile di residenza, la Cassazione [1] ha detto che, ai fini del controllo sulla prima casa, il fisco può entrare nell’abitazione del contribuente. Controlli sul luogo, dunque, per verificare se davvero c’è stato il cambio di residenza e se l’appartamento non è di lusso.

Agevolazioni prima casa: condizioni

La categoria catastale

Rinviando alla nostra guida tutti i dettagli sull’agevolazione fiscale sulla prima casa (cosiddetto bonus prima casa), ricordiamo in questa sede che è possibile ottenere lo sconto sull’Iva (al 4% e non al 10% o al 22%) o sull’imposta di registro (al 2% e non al 9%) sull’acquisto della prima casa a condizione che l’abitazione che si acquista appartenga a una delle seguenti categorie catastali:

  • A/2 (abitazioni di tipo civile)
  • A/3 (abitazioni di tipo economico)
  • A/4 (abitazioni di tipo popolare)
  • A/5 (abitazioni di tipo ultra popolare)
  • A/6 (abitazioni di tipo rurale)
  • A/7 (abitazioni in villini)
  • A/11 (abitazioni e alloggi tipici dei luoghi).

Come si vede, restano esclusi solo gli immobili di lusso ossia quelli corrispondenti alle categorie catastali:

  • A/8 (abitazioni in ville)
  • A/9 (castelli, palazzi di eminenti pregi artistici o storici).

Resta esclusa anche la categoria A/10, corrispondente a uffici e studi privati, poiché altrimenti ne resterebbe frustrata la finalità della norma di agevolare l’acquisto di immobili come abitazione.

In pratica non deve trattarsi di abitazioni di lusso (fino al 2014 identificate con quelle di  superficie pari o superiore a 240 metri quadrati, oltre i quali non si aveva più diritto al bonus).

Non solo. Per ottenere il bonus prima casa non basta che l’abitazione non rientri nelle categorie A1, A8, A9 (cioè deve essere accatastata come A2, A3, A4, A5, A6, A7, A11). Anche nel rispetto di tale condizione infatti il contribuente potrebbe non aver ugualmente diritto al bonus. Come chiarito dalla Cassazione la scorsa estate [2], se la zona dove è situato l’immobile è da ritenersi di lusso in base al piano urbanistico del Comune, non spetta il bonus. In tal caso, il contribuente dovrà pagare le sanzioni all’Agenzia delle Entrate e corrispondere la differenza di imposta.

La Corte ha infatti ritenuto che l’agevolazione fiscale vada negata agli edifici che rientrano nella zona da ritenersi “di lusso” in base al piano urbanistico comunale. Detti immobili, infatti, assumono di per sé prestigio per via dell’ambiente in cui sono collocati, a prescindere quindi dalle caratteristiche intrinseche di costruzione.

La Suprema Corte ha già chiarito in passato [3] che, in tema di benefici fiscali per l’acquisto della prima casa, l’abitazione in zona qualificata dal piano urbanistico comunale (Puc) come destinata a “ville con giardino” deve essere ritenuta di lusso. E ciò al di là delle qualità dell’immobile e dalla relativa classificazione catastale. In base alla legge del 1969 [4], infatti, conta la collocazione urbanistica che dà di per sé prestigio ai locali. Rilevano, in altri termini, non già le caratteristiche intrinseche all’edificio qualificato come “villa”, bensì l’ambiente ove è situato, il quale costituisce indice di particolare pregio e risulta quindi sufficiente, anche da solo, a qualificare la casa come “di lusso”.

La residenza

Inoltre, per usufruire dei benefici, l’abitazione deve trovarsi nel territorio del Comune in cui l’acquirente ha la propria residenza.

Se residente in altro Comune, l’acquirente entro 18 mesi dall’acquisto, deve trasferire la residenza in quello dove è situato l’immobile. La dichiarazione di voler effettuare il cambio di residenza deve essere contenuta, a pena di decadenza, nell’atto di acquisto.

Accesso in casa per controllare se si ha diritto ai benefici fiscali

La sentenza della Cassazione appena citata stabilisce per la prima volta un principio che si contrappone all’inviolabilità del domicilio in nome della lotta all’evasione. In particolare, viene stabilito che il fisco (gli agenti dell’Agenzia delle entrate o la stessa Guardia di Finanza) possono entrare nell’abitazione del contribuente per vedere se questa è di lusso e, in caso positivo, possono revocare l’agevolazione prima casa.

Ovviamente l’accesso degli “ispettori” non può avvenire di punto in bianco e senza alcun “mandato: serve sempre l’autorizzazione della procura della Repubblica, che può essere concessa soltanto di fronte «a gravi indizi» di violazione della norma fiscale (nel caso di specie cantina e soffitta erano diventate rispettivamente taverna e mansarda e c’era il rischio che si fosse sforato il tetto della superficie di 240 metri quadrati oltre il quale non si aveva diritto al bonus).

La novità della sentenza è che se fino a ieri si riteneva che l’accesso del fisco fosse possibile solo nei locali dell’azienda o allo studio del professionista (anche se ad uso promiscuo), oggi lo stesso potere potere viene esteso anche nell’immobile di chi imprenditore e professionista non è. Si parla, quindi, dell’abitazione di residenza di qualsiasi contribuente, quella cioè usata per vivere e dormire. È la prima volta che la Suprema Corte affronta questa delicata questione.

Sino ad oggi si è ritenuto che l’accesso in casa dei contribuenti fosse possibile solo per accertare l’evasione delle imposte sui redditi e sull’Iva. Ora invece viene esteso anche all’imposta di registro (l’imposta cioè evasa in caso di bonus prima casa acquistata da un privato).

[1] Cass. sent. n. 13145/16.

[2] Cass. sent. n. 15553/17 del 22.06.2017.

[3] Cass. sent. n. 2755/2012.

[4] Art. 1 del dm 2 agosto 1969.


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