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Ritardo aereo: rimborso e risarcimento

25 gennaio 2018


Ritardo aereo: rimborso e risarcimento

> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 gennaio 2018



Per ottenere l’indennizzo non spetta al passeggero la prova del danno e del mancato rispetto dei termini previsti dalla legge.

Sei arrivato tardi a destinazione: l’aereo è decollato con un notevole ritardo e le ragioni spiegate al microfono dal capitano di volo sono state generiche e poco convincenti. Poiché hai perso la coincidenza e ora sei costretto a subire un disagio notevole è tua intenzione chiedere il risarcimento. Ma cosa devi fare per far rispettare i tuoi diritti? Devi rivolgerti a chi ti ha venduto il biglietto o direttamente alla compagnia aerea? Gli assistenti di volo non ti hanno saputo dare risposta e sull’argomento, anche all’interno dell’aeroporto, regna una totale incertezza. Cercheremo di darti maggiori chiarimenti in questo articolo: ti spiegheremo come avere il risarcimento in caso di ritardo dell’aereo, cosa deve fare il viaggiatore per farsi restituire i soldi del biglietto e quali servizi la compagnia è tenuta a garantirgli. Il tutto sulla base di un interessante principio fornito proprio l’altro ieri della Cassazione [1] che corre in soccorso dei consumatori. Secondo la Suprema Corte, se il volo aereo arriva in ritardo al passeggero basta esibire il biglietto per chiedere il risarcimento; spetta invece alla compagnia aerea dimostrare la propria correttezza e l’aver garantito tutti i servizi richiesti dalle convenzioni internazionali. Vediamo meglio di cosa si tratta e come avere il risarcimento e il rimborso in caso di ritardo aereo.

Ritardi da tre ore in su

Per i ritardi superiori a tre ore, il Regolamento Europeo del 2004 prevede un risarcimento chiamato «compensazione pecuniaria» che va da 250 euro a 600 euro [2]. Il risarcimento è forfettario e tiene conto del disagio fisico e psicologico che il passeggero ha sofferto. In particolare:

  • in caso di ritardo di tre o più ore, per tutte le tratte aeree intracomunitarie superiori ai 1.500 Km e per tutte le altre tratte comprese tra i 1.500 e 3.500 Km, spetterà al passeggero un importo di 400 euro;
  • se il ritardo dura quattro o più ore, per tutte le tratte superiori a 3.500 Km, il risarcimento spettante equivale a 600 euro.

Il risarcimento spetta in automatico. Basta esibire il biglietto senza dover provare anche tutti gli ulteriori incomodi subiti dal viaggiatore, che si considerano conseguenza inevitabile del ritardo.

Se però il passeggero subisce un danno da perdita di coincidenza e di essere arrivato tardi presso una struttura prenotata per le vacanze, sprecando uno o più giorni di ferie, deve fornire prova di tali ulteriori conseguenze.

A tali somme di denaro si deve aggiungere anche il diritto alla assistenza spettante al passeggero e concernente, ad esempio, l’elargizione (gratuita) di cibi, bevande e – se del caso – anche il pernottamento in albergo.

Tutte le somme elencate sopra vengono ridotte della metà se al passeggero è offerto un volo alternativo per arrivare a destinazione entro e non oltre – rispettivamente – due, tre o quattro ore.

Quando non spetta il risarcimento

Il risarcimento non spetta quando la compagnia aerea riesce a dimostrare che i motivi del ritardo non sono ad essa imputabili. Si tratta di «circostanze eccezionali» come scioperi, cattive condizioni meteorologiche, guasto al motore dovuto non a cattiva manutenzione ma ad fatto imprevisto (come, ad esempio, un uccello finito all’interno degli ingranaggi), chiusura dell’aeroporto o dello spazio aereo.

In queste situazioni, se anche non spetta il risarcimento del danno, i passeggeri hanno diritto ad alcuni servizi erogati dalle compagnie aeree quali bevande, cibo, telefonate gratuite e – se necessario – un alloggio in hotel. Se il ritardo del volo supera le cinque ore, i passeggeri possono rinunciare al volo. La compagnia aerea ha l’obbligo di informare i passeggeri di questa opzione e dell’ammontare del rimborso. In alternativa, il passeggero ha diritto ad un trasporto sostitutivo verso la destinazione o verso il punto di partenza del viaggio.

Tuttavia, per quanto riguarda i casi di avverse condizioni meteorologiche, il passeggero può comunque esercitare il diritto al rimborso qualora la compagnia non risultasse preparata in modo adeguato a tali evenienze. Ad esempio, nel caso di ritardi causati da un uso errato dello sghiacciante chimico da parte della compagnia aerea, i passeggeri potranno aver diritto a un rimborso che viene corrisposto quando gli aeromobili di altre compagnie aeree sono riusciti a partire nei tempi previsti.

Ritardi inferiori a tre ore

Per i ritardi inferiori alle tre ore, invece, si applica la Convenzione di Montreal del 1999, che non prevede alcun meccanismo automatico di risarcimento d’importo predefinito  [2], per il sol fatto di aver subito il ritardo; il risarcimento verrà riconosciuto solo se viene data prova di aver effettivamente subito un danno ed il suo importo, almeno in teoria, potrebbe essere anche di gran lunga superiore a quelli previsti del regolamento UE del 2004.

Spetterà quindi al viaggiatore provare non solo il fatto che il suo volo ha subito un ritardo, ma anche ogni singola circostanza utile a far accertare che tipo di danno abbia subito e che questo sia riconducibile alla responsabilità della compagnia aerea.

Per il ritardo di due o più ore, per tutte le tratte aeree, pari od inferiori a 1.500 Km, il risarcimento sarà pari a 250 euro.

Cancellazione del volo

Nell’ambito aereo il viaggiatore che ha subito una cancellazione del volo ha diritto, secondo le norme UE, alla stessa compensazione economica offerta in caso di imbarco negato, a meno che:

  • non sia stato informato della cancellazione almeno due settimane prima della data di partenza,
  • non abbia ricevuto un volo alternativo a un orario vicino a quello originale
  • o la compagnia aerea non riesca a dimostrare che la cancellazione è stata causata da circostanze eccezionali.

La compagnia può offrire scelta tra:

  • rimborso del biglietto entro sette giorni,
  • un volo alternativo per la destinazione finale in condizioni simili a quelle originali, e all’occorrenza l’assistenza necessaria (accesso ad un telefono, bevande, vitto, alloggio e trasporto all’alloggio).

Come ottenere il risarcimento

Secondo la Cassazione, per ottenere il risarcimento da ritardo aereo superiore a tre ore, è sufficiente il biglietto, accompagnato da una dichiarazione con cui si lamenta il ritardato arrivo del volo, per consentire al passeggero di puntare a un adeguato risarcimento economico. Per evitare di aprire i cordoni della borsa, invece, la compagnia aerea dovrà dimostrare che il disagio è stato minimo e non è comunque dipeso da essa. In particolare, il vettore deve dimostrare (per non avere colpa) di aver adottato tutte le misure che potevano essere ragionevolmente richieste per evitare il danno o che comunque non era possibile adottarle per causa di forza maggiore o caso fortuito. A queste due ipotesi di non responsabilità se ne aggiunge una terza che è rappresentata dall’avvisare il passeggero con congruo preavviso dei possibili disagi così che possa decidere di attendere o magari nel frattempo scegliere altro vettore per coprire in tempi più rapidi il tragitto.

Secondo la Suprema Corte «il passeggero che agisca per il risarcimento del danno derivante dal negato imbarco o dalla cancellazione o dal ritardato arrivo dell’aeromobile rispetto all’orario previsto, deve fornire la prova della fonte (negoziale) del suo diritto e il relativo termine di scadenza, ossia deve produrre il titolo o il biglietto di viaggio, potendosi limitare alla mera allegazione dell’inadempimento del vettore». Di conseguenza, tocca alla compagnia aerea «dimostrare l’avvenuto adempimento, oppure che, in caso di ritardo, questo sia stato contenuto sotto le soglie di rilevanza» fissate a livello comunitario, cioè «due o più ore per tutte le tratte aeree pari o inferiori a 1.500 chilometri; tre o più ore per tutte le tratte aeree intracomunitarie superiori a 1.500 chilometri e per tutte le altre tratte aeree comprese tra 1.500 e 3.500 chilometri; quattro o più ore per tutte le altre tratte aeree».

note

[1] Cass. ord. n. 1584/18 del 23.01.2018.

[2] Secondo l’articolo 7 del Regolamento CE n. 261/2004, al passeggero spettano:

– per i voli in territorio comunitario: € 250,00 per tutte le tratte aeree con distanza fino a 1.500 chilometri ed € 400,00 per tutte le tratte con distanza superiore ai 1.500 chilometri;

– per i voli da un paese dell’UE ad uno extra-UE: € 250,00 per tutte le tratte aeree con distanza fino a 1.500 chilometri; € 400,00 per tutte le tratte con distanza compresa fra i 1.500 ed i 3.500 chilometri; € 600,00  per tutte le tratte aeree con distanza superiore a 3.500 chilometri.

[3] L’articolo 29 della Convenzione di Montreal prevede che il risarcimento di ogni tipo di danno avvenga solo se il soggetto richiedente sia in grado di provare adeguatamente di aver sofferto un danno di carattere patrimoniale o non patrimoniale, non essendo previsto alcun meccanismo risarcitorio forfettario ed automatico.

Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza 6 dicembre 2017 – 23 gennaio 2018, n. 1584
Presidente Vivaldi – Relatore D’Arrigo

Ritenuto

An. So. conveniva in giudizio, innanzi al giudice di pace di Roma, il vettore aereo EasyJet Airline Company Ltd, chiedendone la condanna alla compensazione pecuniaria di Euro 400,00 prevista dall’art. 7, comma 1, lett. b, del Regolamento (CE) n. 261/2004, nonché del risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale, ai sensi degli artt. 19 e 22 della Convenzione di Montreal del 1999, a seguito dell’asserito ritardo di 4 ore subito dal volo (omissis…) sulla tratta Berlino-Roma del 23 dicembre 2009; ritardo a causa del quale il So. aveva patito l’ulteriore danno di non potersi imbarcare su un secondo volo, da Roma a Palermo, e così raggiungere la propria residenza.
Nella contumacia del vettore, la domanda veniva rigettata per difetto di prova.
Il So. impugnava la decisione, la EasyJet si costituiva in giudizio e il Tribunale di Roma, in funzione di giudice di appello, respingeva il gravame, osservando che «è vero che […] la Convenzione di Montreal e le altre norme fanno gravare sul vettore aereo la prova liberatoria […]. La presunzione di colpa del vettore presuppone che sia stato però dimostrato il ritardo. In assenza di ritardo non si presume alcuna responsabilità- […] Invero la responsabilità presuppone un ritardo (e te stesso art. 19 della Convenzione di Montreal lo presuppone), altrimenti non avrebbe senso assegnare al vettore la prova liberatoria (da cosa dovrebbe liberarsi, per l’appunto, se non vi fosse un ritardo?). […] E’ dunque certo che il passeggero deve dimostrare e non semplicemente allegare la circostanza che il volo ha subito un ritardo. Ossia deve dimostrare l’inadempimento del vettore, la cui responsabilità poi si presume, nel senso che è quest’ultimo a dover fornire la prova liberatoria».
Il So. ricorre per la cassazione di tale decisione per due motivi. La EasyJet resiste con controricorso.

Considerato

1. Va premesso, in tema di rispetto dei requisiti formali del ricorso, che lo stesso non risulta sottoscritto dal difensore. Quest’ultimo, tuttavia, sottoscrivendo per autentica la procura in calce, ha in tal modo fatto proprio l’intero contenuto dell’atto. Infatti, la firma apposta dal difensore in calce o a margine del ricorso per cassazione ai fini dell’autenticazione della procura speciale vale anche quale sottoscrizione del ricorso, in quanto consente di attribuire al difensore che ha autenticato la sottoscrizione della procura speciale anche la paternità del ricorso (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 7443 del 23/03/2017, Rv. 643817).
2. Venendo all’esame delle censure prospettate dal ricorrente, con il primo motivo si denuncia la violazione o falsa applicazione degli artt. 1218 e 2697 cod. civ. e dell’art. 19 della Convenzione di Montreal del 28 maggio 1999 in materia di trasporto aereo internazionale.
Il So., anzitutto, censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha ritenuto che fosse onere dell’attore provare non soltanto l’esistenza del contratto di trasporto, ma anche l’inadempimento del vettore, ossia il ritardo del volo. In secondo luogo, contesta la decisione di subordinare l’applicabilità dell’art. 19 della citata convenzione di Montreal alla prova, da parte del passeggero, dell’effettivo orario di atterraggio dell’aeromobile. Osserva, più in generale, che il vettore deve ritenersi responsabile del regolare adempimento del contratto di trasporto fintantoché non fornisca la prova liberatoria della corretta esecuzione della prestazione.
Con il secondo motivo, si deduce l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, indicato nella copiosa giurisprudenza di merito che, in relazione al trasporto aereo, ha affermato che il passeggero che agisca per il risarcimento del danno da ritardo debba provare soltanto la fonte del suo diritto, limitandosi alla mera allegazione delle circostanze dell’inadempimento della controparte, mentre spetta al debitore convenuto provare la regolare esecuzione della prestazione.
Questo secondo motivo rappresenta, in realtà, una argomentazione di diritto a sostegno degli argomenti illustrati nel primo motivo, piuttosto che un’autonoma censura. Esso, pertanto, può essere esaminato congiuntamente al primo.
3. Il ricorso è fondato.
4. La questione di diritto sottoposta all’attenzione di questa Corte concerne l’ampiezza dell’onere probatorio gravante sul passeggero che intenda agire in giudizio nei confronti del vettore aereo chiedendo il risarcimento dei danni da ritardo. In particolare, le parti controvertono sulla circostanza se il passeggero possa limitarsi a provare l’esistenza del contratto di trasporto (ossia l’avvenuto acquisto del biglietto aereo) e ad allegare il ritardo del volo; oppure se egli sia onerato di fornire la prova piena anche di questo secondo elemento, gravando sul vettore il solo onere della prova liberatoria.
5. La Convenzione di Montreal (sottoscritta dalla Comunità Europea il 9 dicembre 1999, approvata con decisione del Consiglio 5 aprile 2011, 2001/539/CE e ratificata e resa esecutiva in Italia con legge n. 12 del 2004) non detta una regola specifica in ordine alla prova dell’inadempimento.
Però, ai sensi dell’art. 19, «il vettore è responsabile del danno derivante da ritardo nel trasporto aereo di passeggeri, bagagli o merci. Tuttavia il vettore non è responsabile per i danni da ritardo se dimostri che egli stesso e i propri dipendenti e preposti hanno adottato tutte le misure che potevano essere ragionevolmente richieste per evitare il danno oppure che era loro impossibile adottarle».
La Convenzione, pertanto, introduce una presunzione di responsabilità del vettore aereo, che costui può superare solamente offrendo la prova liberatoria dell’imprevedibilità del danno, tale che non era ragionevole ex ante adottare delle misure idonee ad evitarne l’avveramento, ovvero dell’oggettiva impossibilità di adottarle. In sostanza, l’esenzione del vettore aereo gioca sul piano del caso fortuito o della forza maggiore.
Il successivo art. 22 pone limitazioni quantitative alla responsabilità risarcitoria del vettore, nel trasporto di persone, merci e bagagli. Per quanto qui di interesse, in caso di danno da ritardo nel trasporto di persone, la responsabilità del vettore è limitata alla somma di «4150 diritti speciali di prelievo» per ciascun passeggero (per la conversione dei diritti speciali di prelievo in unità monetarie, si veda l’art. 23 della medesima Convenzione; v. pure Sez. 3, Sentenza n. 14667 del 14/07/2015, Rv. 636276).
6. Il Regolamento CE n. 261/2004 istituisce regole comuni in materia di compensazione e assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, di cancellazione del volo o di ritardo prolungato. A seconda dei casi, al passeggero è riconosciuto il diritto al rimborso del costo del biglietto o all’imbarco su un volo alternativo, alla cd. assistenza (pasti, alloggi e ulteriori servizi minori) e ad una compensazione pecuniaria di importo crescente in proporzione alla gravità del ritardo. Con particolare riferimento a quest’ultima ipotesi, la normativa comunitaria identifica diverse ipotesi di gravità del ritardo, commisurate alla lunghezza della tratta. Quindi, dal punto vista oggettivo, il Regolamento introduce una tipizzazione legale della soglia oltre la quale l’inesatto adempimento (ritardo) del vettore diviene “grave” e genera obblighi risarcitori.
Anche il Regolamento, al pari della Convenzione di Montreal, non contiene alcuna disposizione in ordine all’onere della prova circa la durata del ritardo.
7. La Corte di Giustizia ha ripetutamente affermato che i passeggeri di voli ritardati di un tempo pari o superiore a tre ore possono essere assimilati ai passeggeri di voli cancellati e, pertanto, anch’essi possono reclamare il diritto alla compensazione pecuniaria previsto dall’art. 7 del Regolamento (Corte di Giustizia 19 novembre 2009, C-402/07 Christopher Sturgeon, Gabriel Sturgeon e Alana Sturgeon contro Condor Flugdienst GmbH e C-432/07Stefan Bòck e Cornelia Lepuschitz contro Air France SA; Corte di Giustizia, Grande Sezione, 26 febbraio 2013, C-11/11 Air France contro Heinz-Gerke Folkerts e Luz-Teresa Folkerts, con riferimento al volo con una o più coincidenze; Corte di Giustizia 23 ottobre 2012, C-581/10, Nelson/Deutsche Lufthansa AG e C-629/10 British Airways EasyJet e International Air Transport Association / Civil Aviation Authority).
In caso di cancellazione del volo, l’art. 5, comma 3, del Regolamento prevede che il vettore non è tenuto al pagamento della compensazione pecuniaria se ha tempestivamente avvertito il passeggero della cancellazione ovvero se dimostra che la stessa è dovuta a circostanze eccezionali che non si sarebbero comunque potute evitare anche se fossero state adottate tutte le misure del caso.
Dunque, come già previsto dalla Convenzione di Montreal, la responsabilità del vettore è elisa solamente dal caso fortuito o dalla forza maggiore, cui si aggiunge però l’ipotesi del congruo preavviso che consenta al passeggero di organizzarsi diversamente, così minimizzando le conseguenze del disagio (quanto al termine entro cui deve essere dato il preavviso, perché possa sortire effetti liberatori, si veda l’art. 5, comma 1, lett. c).
L’art. 5, comma 4, aggiunge: «l’onere della prova, per quanto riguarda se e quando il passeggero è stato avvertito della cancellazione del volo, incombe al vettore aereo operativo».
8. Il Regolamento CE n. 261/2004 e la Convenzione di Montreal contengono due discipline compatibili e congiuntamente applicabili, senza antinomie.
La Corte di Giustizia ha, infatti, specificato che le normative non si escludono l’un l’altra (Corte di Giustizia, Grande Sezione, 10 gennaio 2006, C-344/04 International Air Transport Association, European Low Fares Airline Association / Department for Transport). La Convenzione di Montreal detta le condizioni per l’esercizio di azioni giudiziarie per il risarcimento danni promosse dinanzi ad organi giurisdizionali. Ciò tuttavia non è d’ostacolo all’adozione di una concorrente disciplina comunitaria, anche migliorativa, per assicurare la tutela degli interessi dei passeggeri, al fine di garantire agli stessi adeguata assistenza nel momento in cui si verificano gli inconvenienti previsti e in modo da consentire adeguati indennizzi che possono essere richiesti e accordati senza l’esperimento di azioni giudiziarie.
Nel complesso, entrambe le normative si basano sull’affermazione del principio di presunzione di responsabilità del vettore aereo. Dunque, una volta provato l’inadempimento – o, più esattamente, l’inesatto adempimento – l’imputabilità dello stesso al vettore aereo costituisce oggetto di una presunzione superabile, tanto che si faccia riferimento alla Convenzione di Montreal quanto che si applichi il Regolamento CE, solamente attraverso la prova liberatoria del caso fortuito o della forza maggiore.
L’affermazione della presunzione di colpa del vettore in caso di ritardo o, comunque, inesatto adempimento di un contratto di trasporto aereo di persone era presente, del resto, anche nelle precedenti convenzioni internazionali (Convenzione di Varsavia del 12 ottobre 1929, artt. 17,18 e 19, emendata dal protocollo de L’Aja del 28 settembre 1955), di cui questa Corte ha già avuto occasione di occuparsi (Sez. 3, Sentenza n. 20787 del 27/10/2004, Rv. 577848).
Si deve quindi ribadire che rimangono a carico del vettore i danni determinati da causa ignota, mentre il caso fortuito e la forza maggiore, quali fattori estranei all’organizzazione del trasporto, costituiscono causa non imputabile ex art. 1218 cod.civ. e portano ad escludere la responsabilità del vettore se egli dimostri di non essere riuscito ad impedire l’evento nonostante l’adozione di ogni misura idonea a garantire la puntuale esecuzione del trasporto.
Si sottrae alla presunzione di responsabilità solamente il caso della cancellazione (cui può essere equiparato il ritardo pari o superiore a tre ore) tempestivamente prevista e della quale sia stato dato avviso al passeggero nel rispetto dei termini di cui all’art. 5, comma 1, lett. c, del Regolamento.
9. La presunzione di responsabilità del vettore opera, com’è ovvio, sul piano dell’imputabilità dell’inadempimento, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., non su quello della prova oggettiva dello stesso.
È quindi possibile dire che né la Convenzione di Montreal, né il Regolamento CE n. 261/2004 contengono alcuna regola specifica in tema di onere della prova dell’inadempimento (negato imbarco o cancellazione del volo) o dell’inesatto adempimento (ritardato arrivo rispetto all’orario previsto).
10. L’assenza di una norma speciale, impone di far riferimento ai criteri ordinari di riparto dell’onere della prova, di cui all’art. 2697 cod. civ., e alla giurisprudenza di questa Corte stratificatasi, con plurime pronunce, senza più incertezze dal noto arresto delle Sezioni unite del 2001.
Costituisce, infatti, oramai vero e proprio ius receptum il principio di diritto secondo cui, in tema di prova dell’inadempimento di un’obbligazione, il creditore che agisca per la risoluzione contrattuale, per il risarcimento del danno, ovvero per l’adempimento deve soltanto provare la fonte (negoziale o legale) del suo diritto e il relativo termine di scadenza, limitandosi alla mera allegazione della circostanza dell’inadempimento della controparte, mentre il debitore convenuto è gravato dell’onere della prova del fatto estintivo dell’altrui pretesa, costituito dall’avvenuto adempimento. Anche nel caso in cui sia dedotto non l’inadempimento dell’obbligazione, ma il suo inesatto adempimento, al creditore istante sarà sufficiente la mera allegazione dell’inesattezza dell’adempimento (per violazione di doveri accessori, come quello di informazione, ovvero per mancata osservanza dell’obbligo di diligenza, o per difformità quantitative o qualitative dei beni), gravando ancora una volta sul debitore l’onere di dimostrare l’avvenuto, esatto adempimento (Sez. U, Sentenza n. 13533 del 30/10/2001, Rv. 549956; fra le più recenti, Sez. 3, Sentenza n. 826 del 20/01/2015, Rv. 634361; Sez. 1, Sentenza n. 15659 del 15/07/2011, Rv. 618664).
11. Facendo applicazione di tali regole nel caso in esame, va affermato il seguente principio di diritto:
“il passeggero che agisca per il risarcimento del danno derivante dal negato imbarco o dalla cancellazione (inadempimento) o dal ritardato arrivo dell’aeromobile rispetto all’orario previsto (inesatto adempimento), deve fornire la prova della fonte (negoziale) del suo diritto e il relativo termine di scadenza, ossia deve produrre il titolo o il biglietto di viaggio o altra prova equipollente, potendosi poi limitare alla mera allegazione dell’inadempimento del vettore. Spetta a quest’ultimo, convenuto in giudizio, dimostrare l’avvenuto adempimento, oppure che, in caso di ritardo, questo sia stato contenuto sotto le soglie di rilevanza fissate dall’art. 6, comma 1, del Regolamento CE n. 261/2004”.
12. All’affermazione di tale principio non è d’ostacolo il principio cd. di “prossimità della prova”, poiché, nei rapporti fra passeggero e vettore aereo è vero semmai il contrario. Mentre il passeggero di regola non ha disponibilità di una prova diretta del ritardo dell’aeromobile su cui viaggiava (tranne, in ipotesi, la riproduzione fotografica dei tabelloni informativi dell’aeroporto), il vettore aereo – che opera in un regime di controllo e verifica, da parte delle autorità aeroportuali, del tracciato aereo di ogni volo – ha agevole facoltà di accesso alla prova ufficiale dell’orario esatto in cui il veicolo è atterrato.
Non risulta indicativo, infine, neppure il tenore testuale del già citato art. 5, comma 4, del Regolamento, a mente del quale «l’onere della prova, per quanto riguarda se e quando il passeggero è stato avvertito della cancellazione del volo, incombe al vettore aereo operativo». La norma, infatti, risulta perfettamente allineata a quanto disposto dall’art. 2697 cod. civ., trattandosi di fatto estintivo dell’altrui pretesa, che va dunque provato da chi lo eccepisce.
A contrario, si potrebbe osservare che, proprio perché altrimenti la norma sarebbe superflua, dovrebbe affermarsi indirettamente l’esistenza in subiecta materia di un principio opposto a quello generale, con conseguente collocamento dell’onere della prova dell’inadempimento in capo all’attore. Un simile ragionamento, tuttavia, sarebbe basato su un argomento non decisivo, né convincente, anche perché non terrebbe conto della circostanza che la disciplina comunitaria, volta ad assicurare l’omogeneo trattamento della posizione del passeggero in tutti gli Stati membri, è ben possibile che ponga talune regole coincidenti con quelle dell’ordinamento interno di uno Stato membro e divergenti da quelle di un altro. La sovrapponibilità del criterio contenuto nell’art. 5, comma 4, del Regolamento ai principi generali in tema di onere della prova di cui l’art. 2697 cod. civ., non è quindi indicativa della necessità di configurare una ricostruzione sistematica alternativa.
13. Il vettore aereo sostiene che al caso di specie non potrebbe applicarsi l’art. 2697 cod. civ., non versandosi in ipotesi di responsabilità contrattuale, bensì di una responsabilità sui generis, come si dovrebbe ricavare dalla circostanza che tale responsabilità può farsi valere anche nei confronti del vettore di fatto.
La difesa si espone a molteplici critiche, ciascuna delle quali decisiva. Fra le varie, è assorbente la considerazione che, pure nel caso di “vettore di fatto”, che poi sarebbe un mero sub-vettore, la responsabilità nei confronti del passeggero è di natura contrattuale, basandosi o sul rapporto di subvezione quale contratto per conto a favore di terzi, o, in subordine, su un rapporto contrattuale di fatto.
Il controricorrente sostiene, inoltre, che nella specie non vi sarebbe stato inadempimento, in quanto le Condizioni generali, approvate dal passeggero al momento dell’acquisto del biglietto, aereo prevedono che gli orari non sono garantiti e non costituiscono parte del contratto di trasporto.
La questione è carente di autosufficienza. Infatti, non vi è alcuna evidenza dell’effettivo contenuto delle Condizioni generali, né che le stesse siano state mai acquisite agli atti del processo. Peraltro, trattandosi di una eccezione relativa all’oggetto del contratto, il vettore avrebbe dovuto dimostrare di averla tempestivamente formulata nel corso del giudizio di merito. In ogni caso, una simile clausola di esonero del vettore dalla responsabilità prevista dalle convenzioni internazionali sarebbe nulla, in quanto in contrasto con norme imperative, o quantomeno vessatoria, sicché occorrerebbe la dimostrazione della prova della specifica approvazione per iscritto.
Né vale osservare che, in tal modo, si penalizzerebbe il convenuto che restasse contumace. Infatti, se è vero che la contumacia in sé non ha un significato diretto sul piano probatorio, è pur vero che, ove si faccia questione dell’inadempimento di un’obbligazione, il convenuto, che è tenuto a provare di aver regolarmente adempiuto al proprio debito, non può pretendere di sottrarsi all’onere che grava su di lui, adducendo a proprio discarico la scelta – per l’appunto, processualmente neutra – di restare contumace. La contumacia del convenuto, pertanto, non ha significato di prova diretta dell’inadempimento; comporta, semmai, il difetto di prova rispetto a un fatto estintivo del diritto di controparte; fatto che, ai sensi dell’art. 2697 cod. civ., deve essere provato dal convenuto.
14. In base alle precedenti considerazioni, va cassata la decisione del Tribunale di Roma, secondo cui l’onere della prova del ritardo dell’aeromobile spettava al So..
Non è condivisibile, in particolare, l’argomento secondo cui a una simile conclusione dovrebbe pervenirsi considerando che, altrimenti, non si comprenderebbe il senso della prova liberatoria. Quest’ultima, come s’è già detto, opera sul piano della imputabilità soggettiva dell’inadempimento, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., mentre il problema dell’onere della prova sta sul piano del fatto oggettivo costituito, a seconda dei casi, dal negato accesso, dalla cancellazione del volo o dal ritardato arrivo.
Sono dunque erronee anche le conclusioni cui è pervenuto il giudice d’appello. Non e vero il passeggero deve dimostrare, e non semplicemente allegare, l’inadempimento del vettore, la cui responsabilità poi si presume, salva la prova liberatoria. Al contrario, il passeggero deve dimostrare solamente la fonte del proprio diritto e può limitarsi ad allegare l’inadempimento del vettore, il quale potrà difendersi su due piani differenti: o dimostrando che l’inadempimento non vi è stato o che, se v’è stato, non ha superato (in caso di ritardo) le soglie di rilevanza fissate dal Regolamento CE; oppure, dimostrando che l’inadempimento, pur essendosi obiettivamente consumato, è dipeso da forza maggiore o da caso fortuito, che rendono il fatto non imputabile al suo autore.
15. La sentenza impugnata deve essere quindi cassata con rinvio al Tribunale di Roma, in funzione di giudice di appello, affinché, attenendosi al principio di diritto sopra formulato in tema di onere della prova, valuti la fondatezza nel merito della domanda del So. e l’eventuale diritto risarcitorio dello stesso.
Al giudice del rinvio va demandato anche il regolamento delle spese processuali del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

accoglie il ricorso nei termini di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia al Tribunale di Roma, in persona di diverso magistrato, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

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