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Lo sai che? Termini per opposizione a decreto ingiuntivo

Lo sai che? Pubblicato il 26 gennaio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 26 gennaio 2018

Il debitore può opporsi all’ingiunzione di pagamento entro quaranta giorni, a meno che il termine non sia ridotto o aumentato. Vediamo quando.

Il nostro ordinamento consente a chi vanta un credito di adire il tribunale per ottenere la tutela delle proprie ragioni. Fin qui, nulla di nuovo. In determinati casi, la legge consente al creditore di recuperare le somme o i beni che gli spettano avvalendosi di un procedimento più veloce di quello tradizionale: parliamo del procedimento sommario d’ingiunzione.

Si tratta di una speciale procedura che consente di ricorrere al giudice e di ottenere direttamente da quest’ultimo il titolo (cioè il decreto) con il quale far valere la propria pretesa. Contro il provvedimento del giudice, però, è ammessa l’opposizione del debitore. Vediamo allora quali sono i termini per opposizione a decreto ingiuntivo.

Decreto ingiuntivo: cos’è?

Il decreto ingiuntivo è il provvedimento emesso dal giudice su ricorso del creditore. In breve, quando una persona ritiene di essere creditrice di un’altra, e il suo diritto è provato per iscritto, può chiedere direttamente al tribunale che il suo diritto gli venga riconosciuto con un provvedimento che, una volta definitivo, diverrà idoneo titolo esecutivo per agire anche coattivamente nei confronti del debitore.

La vera particolarità di questo procedimento (definito, appunto, sommario per via della sua celerità) sta nel fatto che il provvedimento è emesso dal giudice in assenza di contraddittorio (nel latinorum degli avvocati si dice inaudita altera parte): in altre parole, il debitore non verrà minimamente interpellato, trovandosi davanti ad un decreto senza che abbia potuto fare nulla.

Questo, però, non significa che egli non abbia la facoltà di difendersi. È qui che entra in gioco l’opposizione a decreto ingiuntivo.

Quali sono i termini per opposizione a decreto ingiuntivo?

Secondo la legge [1], il debitore a cui sia stato notificato il decreto ingiuntivo può proporre opposizione entro quaranta giorni dalla notifica stessa. Come si fa opposizione? Semplice: mediante un atto di citazione da notificare al creditore che ha promosso l’ingiunzione di pagamento.

Ed ecco la seconda anomalia del procedimento per ingiunzione: una volta verificatasi l’opposizione, si aprirà un giudizio ordinario dove, però, il convenuto dovrà dimostrare il suo diritto di credito mentre l’attore dovrà resistere sconfessando le pretese della controparte. Accade, cioè, tutto il contrario di ciò che avverrebbe in un normale giudizio, ove è l’attore a vantare una pretesa, da dover dimostrare, nei confronti del convenuto.

Nel procedimento che si instaura a seguito di opposizione a decreto ingiuntivo, invece, accade proprio l’esatto contrario: l’attore-opponente contrasta la pretesa creditoria del convenuto-opposto, il quale è tenuto a dimostrare il suo diritto.

Quali sono i termini ridotti per opposizione a decreto ingiuntivo?

Eccezionalmente, l’ordinario termine di opposizione al decreto ingiuntivo di quaranta giorni può essere ridotto oppure aumentato. Secondo la legge, quando concorrono giusti motivi, il termine può essere ridotto sino a dieci giorni oppure aumentato a sessanta. Quali sono i giusti motivi?

Il codice di procedura non fornisce alcun esempio a riguardo: ciò che è certo, è che il giudice deve motivare la scelta di ampliare o contrarre gli ordinari quaranta giorni di tempo utili per proporre opposizione. Soprattutto nel caso di riduzione a dieci giorni, che comporterebbero una vera e propria “corsa” del debitore allo studio del proprio avvocato per proporre opposizione nei termini.

Secondo la Corte di Cassazione, i motivi che consentono al giudice di ridurre o aumentare il termine entro il quale il debitore può proporre opposizione al decreto ingiuntivo, nonché le ragioni che li caratterizzano come “giusti”, devono essere sempre enunciati nel provvedimento [2].

Un giusto motivo per chiedere al giudice la riduzione dei termini può essere il timore che il debitore diventi definitivamente insolvente. Si pensi, ad esempio, al creditore che ha saputo che il suo debitore sta in qualche modo privandosi di ogni bene, oppure che altri creditori stanno agendo contro di lui. Il rischio è che, non agendo tempestivamente, il creditore non trovi nulla su cui soddisfarsi.

Se, invece, il debitore risiede in uno degli altri Stati dell’Unione europea, il termine è di cinquanta giorni, con possibilità di riduzione fino a venti giorni. Se l’intimato risiede in altri Stati, il termine è di sessanta giorni e, comunque, non può essere mai inferiore a trenta né superiore a centoventi. In questo caso, l’allungamento dei termini è giustificato dalla mera distanza geografica e dalla maggiore difficoltà del debitore di poter proporre opposizione in tempi brevi.

note

[1] Art. 641 cod. proc. civ.

[2] Cass., sent. n. 20561/2017 del 30.08.2017.

Autore immagine: Pixabay.com


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