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Studio legale con praticanti: paga l’Irap?

25 gennaio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 gennaio 2018



Praticanti negli studi di avvocati o commercialisti: quando deve essere pagata l’Irap?

La presenza di un praticante avvocato può apportare un valore aggiunto all’attività professionale dello studio legale, incrementandone la produttività. In questo caso l’avvocato titolare dello studio potrebbe essere soggetto al pagamento dell’Irap (imposta regionale sulle attività produttive). È quanto ribadito da una recente ordinanza della Cassazione [1].

Vediamo perché la presenza di uno o più praticanti in uno studio professionale potrebbe legittimare il Fisco a riscuotere l’Irap.

Quando si deve pagare l’Irap

Secondo la legge, il presupposto dell’Irap è l’esercizio abituale di una attività diretta alla produzione o allo scambio di beni ovvero alla prestazione di servizi. I giudici precisano però che l’esercizio di attività di lavoro autonomo è soggetta Irap solo qualora essa sia autonomamente organizzata.

Il requisito dell’autonoma organizzazione, accertabile dal giudice, ricorre quando il professionista impiega beni strumentali eccedenti il minimo indispensabile per lo svolgimento della propria attività e/o si avvale in modo non occasionale del lavoro altrui.

In pratica, il professionista che ha uno studio dotato delle attrezzature essenziali (mobili da ufficio, computer, banche dati ecc.) e si avvale della collaborazione occasionale di altri professionisti, praticanti o segretaria, non può automaticamente essere considerato dall’Agenzia delle Entrate come titolare di un’autonoma organizzazione. È necessario accertare in cosa consiste effettivamente l’organizzazione professionale e verificare:

  1. se i beni strumentali eccedono quelli che obiettivamente servono al comune professionista per lo svolgimento del proprio lavoro;
  2. se le collaborazioni di terzi soggetti sono occasionali e comunque relative a mansioni esecutive e di segreteria.

Irap per collaboratori, praticanti o segretarie

Ciò che occorre ai fini della tassazione Irap è l’esistenza di un valore aggiunto rispetto alla semplice attività intellettuale svolta dal professionista, attività di per sé produttiva di reddito e quindi già tassata. L’Irap va infatti ad incidere su quel complesso di fattori che, per numero (per esempio più di due collaboratori), importanza (per esempio ingenti investimenti di capitale) e valore economico (per esempio attrezzature non indispensabili e costose), creano un surplus rispetto all’attività lavorativa, incrementandone potenzialmente la produttività. La giurisprudenza esige un “quid pluris” rispetto alla produttività auto organizzata del solo lavoro personale.

Non è detto dunque che l’attività intellettuale svolta dal praticante apporti allo studio un aumento della produttività. È un accertamento da effettuare nel caso concreto, verificando se il professionista che se ne è avvalso ha, con tale apporto, certamente di natura intellettuale e proprio della professione da questi esercitata, accresciuto il valore della consulenza fornita ai clienti dello studio.

Irap: se il praticante viene retribuito

Secondo la giurisprudenza, la presenza di praticanti nello studio di un commercialista o di un avvocato, non può quindi  determinare di per sé la stabile e autonoma organizzazione del professionista, il quale non è quindi tenuto a pagare l’Irap.

Secondo i giudici, infatti, il praticante non può essere paragonato ad un lavoratore dipendente in quanto non partecipa alla formazione del reddito dello studio professionale in modo autonomo, ma svolge un iter formativo.

Diverso è il caso in cui il praticante riceva un compenso tale per cui la sua collaborazione è assimilabile a quella di un dipendente. In questa ipotesi, la sua prestazione professionale potrebbe rivelare l’esistenza di un’autonoma organizzazione dello studio e comporta il pagamento dell’imposta per il titolare dello studio stesso. Ferma restando comunque la possibilità per quest’ultimo di provare l’inesistenza dei presupposti dell’Irap [2].

note

[1] Cass. ord. n. 1723 del 24.01.2018.

[2] Cass. sent. n. 17920/13 .


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