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Licenziamento: come funziona per gli statali

25 gennaio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 25 gennaio 2018



Per i dipendenti pubblici resta valido l’articolo 18 con qualche ritocco della riforma Madia. Per i privati, invece, valgono la riforma Fornero ed il Jobs Act.

Ci sono dipendenti e dipendenti. Così come ci sono licenziamenti e licenziamenti. Las legge del lavoro non è uguale per tutti: un lavoratore del settore privato, assunto dopo l’entrata in vigore della riforma Fornero e del Jobs Act, può essere messo alla porta secondo tali normative. Se, invece, è un dipendente statale, sempre assunto dopo l’entrata in vigore della riforma Fornero o del Jobs Act, verrà messo alla porta secondo quanto disposto dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Così ha stabilito la Cassazione.

Certo, in entrambi i casi si finisce per essere licenziati. La differenza (non da poco) sta nelle tutele riservate ad uno o all’altro: minori per il dipendente privato, maggiori per l’impiegato statale. In altre parole, a differenza di quanto succede nel settore privato, dunque, è come se il governo Monti prima e quello Renzi poi non fossero mai intervenuti sulle norme che regolano i licenziamenti.

Tuttavia, c’è un’altra riforma che ha introdotto regole più severe per quanto riguarda il licenziamento dei dipendenti statali. Si tratta di quella firmata nel 2017 dal ministro Marianna Madia [1], che modifica i tempi massimi per concludere questo provvedimento e stabilisce un nuovo codice disciplinare.

Quindi, dopo con questa normativa, come funziona la disciplina del licenziamento per gli statali? E quali sono le differenze rispetto al settore privato?

Licenziamento statali: quali sono i tempi massimi?

Secondo la riforma Madia, il licenziamento degli statali ha un tempo massimo per la conclusione dell’azione disciplinare. Questo tempo è fissato in 120 giorni e non più in 90 giorni, come previsto in precedenza. Si tratta di un termine perentorio che non può essere superato.

C’è, però, un’eccezione: riguarda quei casi in cui il dipendente viene sorpreso in flagranza a commettere un illecito (chi si porta via qualcosa dall’ufficio, chi timbra e poi torna a dormire, ecc.). I tempi si accorciano drasticamente ed il termine per concludere il procedimento di licenziamento è fissato in 30 giorni.

Licenziamento statali: cosa prevede il codice disciplinare?

Come dicevamo, la riforma Madia ha introdotto un nuovo codice disciplinare che regolamenta il licenziamento degli statali. Tre i punti principali. Il primo, i casi in cui si può arrivare al licenziamento passano da 6 a 10. Tra questi:

  • la timbratura falsa (per sé o per un collega);
  • le assenze ingiustificate (anche a ridosso del week end o delle giornate festive o di riposo settimanale);
  • le false dichiarazioni per avere un posto o una promozione;
  • la violazione in modo grave e reiterato dei codici di comportamento;
  • l’inosservanza degli obblighi per i quali un dipendente è già stato sanzionato;
  • l’andare incontro a continue valutazioni negative durante i tre anni coperti dalla contrattazione.

Sono licenziabili in tronco anche i dipendenti pubblici riconosciuti colpevoli di più episodi di molestie sessuali.

Secondo punto del codice disciplinare della riforma Madia: i vizi formali non annullano le sanzioni disciplinari quando un dipendente ha sbagliato. Insomma, si chiede al lavoratore che si prenda in pieno le sue responsabilità.

Terza questione: le procedure di licenziamento avviate dopo l’entrata in vigore della riforma (quindi dopo il 7 giugno 2017, data della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale) vengono regolamentate dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori con una piccola (per dire) modifica: le mensilità riconosciute come indennizzo se il giudice ordina il reintegro del dipendente vengono limitate a 24.

Licenziamento: cosa cambia tra pubblico e privato?

Dunque, come abbiamo detto in apertura, il procedimento di licenziamento degli statali è regolamentato dal vecchio caro articolo 18 e non dal Jobs Act o dalla riforma Fornero, come per i lavoratori del settore privato. Cosa prevede l’articolo 18 e com’è stato modificato negli ultimi anni? In altre parole: qual è la differenza tra il licenziamento degli statali e quello dei dipendenti pubblici?

Licenziamento: cosa dice l’articolo 18

L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori [2] è una disposizione a tutela di chi subisce un licenziamento illegittimo, cioè senza comunicazione del motivo oppure ingiustificato o discriminatorio. Prevede il reintegro del dipendente con un risarcimento ed il pagamento di un’indennità in caso di mancato reintegro.

Facciamo un esempio. Mettiamo il caso di un lavoratore che viene licenziato il mese di gennaio. Se, ad esempio, il giudice stabilisce a giugno che il licenziamento è ingiustificato, l’azienda dovrà riassumerlo e risarcirlo con le mensilità mancanti da gennaio a giugno. Inoltre, se il reintegro non avvenisse (perché l’azienda è impossibilitata a riprenderlo o perché il dipendente lo rifiuta), il datore di lavoro dovrà corrispondere un’indennità sostitutiva.

L’articolo 18 riguarda, oltre ai dipendenti pubblici, altre categorie:

  • le unità produttive con più di 15 dipendenti (5 se si stratta di aziende agricole);
  • le unità con meno di 15 dipendenti (5 se agricole) se l’azienda occupa nello stesso comune più di 15 dipendenti in più unità;
  • le aziende con più di 60 dipendenti.

Le modifiche all’articolo 18

La disposizione dello Statuto dei lavoratori è stata modificata dalla legge 92/2012 firmata dall’allora ministro Elsa Fornero, che con gli articoli 13 e 14 ha cambiato le norme riguardanti la procedura e la giustificazione dei licenziamenti individuali.

Procedura:

  • la comunicazione del licenziamento deve specificare i motivi (prima era il lavoratore a doverli chiedere);
  • il ricorso può essere presentato entro 180 giorni (non più entro 270);
  • si introduce un tentativo di conciliazione presso la Direzione Territoriale del Lavoro, previo all’avvio dell’eventuale causa in Tribunale. In questa sede, viene valutato il comportamento delle parti per determinare risarcimento e pagamento delle spese legali.

Giustificazione:

  • licenziamento discriminatorio (violazione delle norme sostanziali): viene meno il limite dei 15 dipendenti o delle dimensioni delle aziende. La riforma riguarda anche i dirigenti.
  • licenziamento disciplinare (giusta causa o giustificato motivo soggettivo): se illegittimo, il giudice deve condannare il datore di lavoro al solo pagamento di un’indennità senza reintegro.
  • licenziamento economico (giustificato motivo oggettivo): se insussistente, non è più previsto il reintegro ma solo il risarcimento. Tuttavia, in caso di “manifesta insussistenza” il giudice può applicare la tutela speciale del rientro sul posto di lavoro.

L’articolo 18 è stato successivamente riformato dalla legge Renzi-Poletti, il cosiddetto Jobs Act, che limita il reintegro ai soli casi di licenziamento per motivi discriminatori. Per tutti gli altri è previsto solo un indennizzo economico.

È importante segnalare che l’articolo 18 viene applicato anche nelle controversie tra aziende e lavoratori quando il rapporto di lavoro è iniziato prima dell’entrata in vigore del Jobs Act. Quindi, se ho firmato un contratto nel 2006 e vengo licenziato nel 2018, la procedura da seguire è quella dell’articolo 18 e non quella nuova introdotta dal Governo Renzi.

Licenziamento degli statali: perché non è valido il Jobs Act?

Con una recente sentenza, che riportiamo in basso, la Cassazione [3], ha stabilito che tutte le modifiche apportate dal ministro Fornero e dal Jobs Act restano circoscritte al settore privato e non interessano i dipendenti pubblici. Questi ultimi, infatti, rimangono tutelati dal vecchio articolo 18 che garantisce loro il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa.

La decisione della Suprema Corte è nata da un ricorso del ministero delle Infrastrutture contro un funzionario licenziato perché svolgeva una doppia attività. La Corte d’Appello di Roma aveva riconosciuto al lavoratore sei mesi di indennità, come previsto dalla riforma Fornero in caso di violazione delle procedure di contestazione disciplinare. Il ministero aveva presentato ricorso in Cassazione proprio contro questo risarcimento.

Per la Corte, la legge Fornero è nata per soddisfare le esigenze del settore privato, in cui le regole in entrata e in uscita sono sempre state più flessibili rispetto a quello statale. Pertanto, le tutele per gli impiegati pubblici restano quelle stabilite dalla legge 300 del 1970.

note

[1] Dlgs. n. 75/2017.

[2] Legge n. 300 del 20 maggio 1970.

[3] Cass. sent. n. 11868 del 9.06.2016.


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