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Lo sai che? Si possono pretendere soldi contanti?

Lo sai che? Pubblicato il 25 gennaio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 25 gennaio 2018

Quando si può chiedere il pagamento in soldi contanti, quando invece si è obbligati ad accettare l’assegno circolare. Si può rifiutare invece un assegno bancario?

Hai un credito verso una persona. Questa ha la fama di essere un “cattivo pagatore” e tale si è dimostrato anche con te, rinviandoti di mese in mese per la consegna dei soldi che ti deve. Non avendo più intenzione di attendere altro tempo, gli hai fatto scrivere dall’avvocato dandogli cinque giorni di tempo per pagare. Sollecitato dalla diffida, il debitore si è finalmente fatto vivo, dandoti appuntamento per “chiudere la partita” una volta per tutte. Convinto che si sarebbe presentato con i contanti, ti sei presentato all’incontro, ma lì hai constatato che questi aveva con sé solo il blocchetto degli assegni bancari. Al ché, prima che ne compilasse uno, hai manifestato il tuo netto rifiuto a ricevere quella che, a tuo avviso, è solo “carta straccia”. Lo hai quindi invitato a ritirare i contanti al più vicino sportello bancomat, avvertendolo che, in caso contrario, avresti agito legalmente nei suoi confronti già il giorno dopo. Lui però si è rifiutato facendone, più che altro, una questione di principio. A suo dire, l’assegno è un valido mezzo di pagamento e tu non puoi rifiutarlo. Chi dei due ha ragione? Si possono pretendere soldi contanti? Sulla quesitone è intervenuta in questi giorni la Cassazione [1] richiamando una precedente sentenza delle Sezioni unite dello stesso tenore [2]. Ecco cosa ne pensano i giudici dell’assegno bancario, dell’assegno circolare e dei contanti.

Prima di spiegare se è possibile rifiutare un assegno come strumento di pagamento di un debito, dobbiamo fare una precisazione non da poco: il problema si pone solo per le somme inferiori a 3mila euro. Difatti per quelle superiori, il creditore non può mai pretendere contanti, ma deve sempre accettare strumenti di pagamento tracciabili. A quel punto si potrà tutt’al più discutere se sia possibile rifiutare l’assegno bancario a favore invece di quello circolare o di un bonifico diretto.

Ricordiamo anche – perché a breve ci tornerà utile – qual è la differenza tra assegno bancario e assegno circolare. L’assegno bancario è quello che viene emesso dal titolare di un conto corrente (perché la banca gli ha consegnato il relativo carnet) ed è coperto con i soldi depositati sul conto stesso, soldi che possono esserci (in tal caso l’assegno sarà regolarmente pagato al prenditore) o meno (in tal caso l’assegno scoperto sarà protestato e il creditore avrà un titolo per agire con il pignoramento). L’assegno circolare è invece emesso dalla banca e consegnato al proprio cliente che ne abbia fatto richiesta, in favore di un soggetto indicato da quest’ultimo e il cui nome viene riportato sul titolo; l’emissione dell’assegno circolare è subordinata pertanto al deposito, da parte del richiedente, della corrispondente somma indicata sull’assegno stesso. Solo l’assegno circolare garantisce quindi la piena e certa copertura visto che viene rilasciato solo se prima viene versata la somma a copertura dello stesso, poi custodita dalla banca stessa in attesa che la reclami il futuro prenditore.

Vediamo ora se una persona può pretendere il pagamento in contanti di fronte al debitore che invece voglia pagare con assegno. Dobbiamo distinguere una serie di ipotesi.

Se il debitore vuol pagare con assegno bancario

Se la somma è inferiore a 3mila euro

Come abbiamo già spiegato in Il creditore può rifiutare il pagamento con assegno?, se il debitore pretende di pagare con assegno bancario, visto che non vi è certezza di copertura del titolo, il debitore potrà pretendere i contanti. L’assegno bancario, secondo la Corte di Cassazione, non costituisce un mezzo di pagamento di sicura copertura. Alla fine esso non è che un ordine alla propria banca di pagare un terzo, ma fa salva la presenza della provvista sul conto. Che, se assente, non comporta alcun pagamento. Di conseguenza, in tale ipotesi, il creditore può rifiutare di accettare il pagamento con assegno ed, eventualmente, fare causa alla controparte per inadempimento.

Se la somma supera 3mila euro

Se il debito è uguale o maggiore a 3mila euro, fermo restando che il debitore può rifiutare l’assegno bancario, non potrà però pretendere il pagamento in contanti in quanto vietato dalla legge. Così dovrà richiedere un assegno circolare o un bonifico bancario oppure il pagamento con carta di debito o di credito.

Se il debitore vuol pagare con assegno circolare

Se la somma è inferiore a 12.500 euro

Nelle obbligazioni che hanno ad oggetto il pagamento di somme di denaro, il cui importo sia inferiore a 12.500 euro o per le quali non sia imposta per legge una diversa modalità di pagamento, il debitore ha facoltà di pagare con assegno circolare. Il creditore non può impedirglielo, salvo vi sia un giustificato motivo, da valutare secondo le regole della correttezza e della buona fede oggettiva.

Se la somma è superiore a 12.500 euro

In questo caso, per le regole sull’antiriciclaggio è necessario pagare con bonifico bancario.

note

[1] Cass. sent. n. 1573/2018.

[2] Cass. S.U. sent. n. 26617/2007.

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Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 28 novembre 2017 – 23 gennaio 2018, n. 1573
Presidente Chiarini – Relatore Porreca

Fatti di causa

La s.p.a. Poste Italiane si opponeva all’esecuzione promossa nei suoi confronti da L.M. in forza di un’ordinanza di assegnazione pronunciata, il 3 novembre 2010, all’esito di una distinta esecuzione in cui la società era stata terzo pignorato.
A fondamento dell’opposizione deduceva che il L. aveva notificato l’ordinanza in uno al precetto e alle relative spese ivi autoliquidate, e aveva proceduto all’esecuzione nonostante Poste avesse pagato l’importo specificato nell’ordinanza al netto delle spese stesse.
Il giudice di pace di Roma, davanti al quale era stato riassunto il giudizio all’esito della sospensione disposta dal giudice dell’esecuzione, accoglieva l’opposizione.
Il tribunale in sede di appello confermava la decisione osservando che l’ordinanza in parola aveva assegnato un termine di venti giorni per adempiere sicché, se mai si fosse ritenuto legittimo notificarla unitamente al precetto, non potevano comunque considerarsi dovute le spese ivi autoliquidate, anche tenuto conto che, nel termine sopra menzionato, il debitore aveva spedito un assegno circolare a saldo, potendo quindi ritenersi avesse adempiuto in ottica di diligenza e correttezza.
Avverso questa decisione ricorre per cassazione L.M. affidandosi a due motivi.
Resiste con controricorso la società Poste Italiane.
Il ricorrente ha presentato memoria e il pubblico ministero ha depositato conclusioni scritte.

Ragioni della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso il ricorrente prospetta la violazione e falsa applicazione degli artt. 474 e 553, cod. proc. civ., posto che il terzo pignorato sarebbe divenuto debitore con la pubblicazione dell’ordinanza, dal che conseguirebbe sia l’illegittimità del termine assegnato nel provvedimento, da considerarsi non apposto, sia il diritto di notificare immediatamente il titolo in uno al precetto.
Con il secondo motivo di ricorso il ricorrente prospetta la violazione dell’art. 1277, cod. civ., poiché il pagamento era avvenuto con assegno postale vidimato, sicché il tempo dell’adempimento non poteva coincidere con la spedizione dello stesso ma con il suo incasso che concretizzava la disponibilità della somma dovuta. Con la conseguenza che il precetto sarebbe stato correttamente spiccato in difetto di adempimento.
2. Il primo motivo di ricorso è infondato.
Come già statuito da Cass., 10/08/2017, n. 19986, vanno richiamati i principi di diritto affermati da Cass. 10/05/2016, n. 9390: 1) l’ordinanza con la quale il giudice dell’esecuzione assegna in pagamento al creditore procedente la somma di cui il terzo pignorato si è dichiarato debitore nei confronti del debitore espropriato, costituisce titolo esecutivo nei confronti del terzo e a favore dell’assegnatario (cfr. Cass. 02/02/2017, n. 2724; Cass. 25/02/2016, n. 3712; Cass. 03/06/2015, n. 11493), ma acquista tale efficacia soltanto dal momento in cui sia portata a legale conoscenza del terzo o dal momento successivo a tale conoscenza che, come nella specie qui in scrutinio, sia specificamente indicato nell’ordinanza di assegnazione. Tale conoscenza, logicamente, potrà avvenire dalla comunicazione o notificazione del provvedimento, salva la presenza, all’udienza, del terzo davanti al giudice dell’esecuzione che, contestualmente, abbia pronunciato ordinanza di assegnazione, nel rito anteriore alle norme, qui inapplicabili “ratione temporis”, approvate progressivamente con la legge 24 dicembre 2012 n. 288, con il decreto-legge 12 settembre 2014 n. 132, convertito dalla legge 12 novembre 2014 n. 162, e, da ultimo, con il decreto-legge 27 giugno 2015 n. 83, convertito dalla legge 6 agosto 2015 n. 132. Riforme che, come già rilevato (Cass., n. 9390 del 2016, pag. 16 della motivazione), non hanno ad ogni modo comportato una diversa posizione del “debitor debitoris”, che continua a essere estraneo al processo esecutivo. Anzi, questa estraneità è fisicamente riscontrata dalla oramai normale assenza del terzo all’udienza fissata ex art. 543, n. 4, cod. proc. civ., dovendo il terzo rendere la dichiarazione per iscritto al creditore.
Corollari di tale principio sono i seguenti: 2) il creditore procedente potrà comunicare l’ordinanza di assegnazione al terzo ovvero potrà notificargli lo stesso provvedimento in forma esecutiva; ma, in tale seconda eventualità, non potrà essere contestualmente intimato il precetto, risultando inapplicabile il disposto dell’art. 479, terzo comma, cod. proc. civ.; 3) se l’ordinanza di assegnazione viene notificata al terzo in forma esecutiva contestualmente all’atto di precetto, senza che gli sia stata preventivamente comunicata né altrimenti resa legalmente nota l’ordinanza, è inapplicabile l’art. 95, cod. proc. civ., e le spese sostenute per il precetto restano a carico del creditore procedente. Il corrispondente vizio del precetto, per la parte in cui sono pretese tali spese, può essere fatto valere mediante opposizione all’esecuzione, in quanto si contesta il diritto del creditore a procedere esecutivamente per il rimborso delle somme autoliquidate nel precetto.
Anche Cass. 24/05/2017, n. 13112, ha sottolineato, in questo quadro, che l’ordinanza di assegnazione, pur ritenendosi suscettibile di essere notificata unitamente al precetto in quanto titolo esecutivo nei confronti del terzo pignorato, può contenere un termine, decorrente dalla notifica, per effettuare il pagamento, sicché, in tale ipotesi, il terzo che adempia entro la scadenza non può essere tenuto a sopportare le spese del precetto, ove intimate, perché superflue e in quanto il credito (se ancora sussistente) non era eseguibile al momento del precetto stesso.
Come sopra già rilevato, il precetto della cui legittimità qui si discorre è stato intimato in forza di un’ordinanza di assegnazione recante un termine dilatorio per l’adempimento al terzo pignorato, con una statuizione non impugnata con il solo mezzo consentito, ovvero l’opposizione agli atti esecutivi.
Al titolo esecutivo giudiziale è dunque correlato l’effetto di conformazione del rapporto obbligatorio al contenuto precettivo del provvedimento, che riguarda non soltanto l’oggetto della prestazione, ma anche le modalità (il verificarsi di condizioni, il decorso del tempo, il compimento di determinate attività) dell’adempimento.
In altri termini, la riconduzione di un provvedimento nell’ambito della categoria dei titoli esecutivi giudiziali di cui all’art. 474, comma 2, n. 1, cod. proc. civ., non si traduce sempre nell’immediata e automatica attribuzione d’idoneità all’attuazione coattiva del diritto ivi accertato, potendo dal tenore dello stesso provvedimento (o in alcuni casi dalla legge: cfr., a titolo di esempio, il cd. “spatium deliberandi” previsto dall’art. 14 del decreto-legge 31 dicembre 1996, n. 669, convertito dalla legge 28 febbraio 1997, n. 30) essere stabilite delle limitazioni o condizioni all’efficacia esecutiva.
È tale il significato della previsione del termine per l’adempimento nell’ordinanza di assegnazione “de qua”: una condizione apposta all’esigibilità del credito e all’efficacia esecutiva del titolo, allo scopo (ritenuto dal giudice emittente l’ordinanza e per quanto detto non più discutibile in questa sede) di salvaguardare la posizione del terzo assegnato e di consentirgli l’adempimento spontaneo senza aggravi (quali le spese di precetto) a lui non imputabili.
Pertanto, nel caso di specie, la società, avendo pagato quanto indicato come dovuto nell’ordinanza di assegnazione, non era obbligata per le pretese spese autoliquidate, non essendo spirato il termine per l’adempimento della sua obbligazione al momento del pagamento a mezzo di assegno “circolare”.
Dal che deriva l’infondatezza del motivo, come pure rilevato dal pubblico ministero.
Al contempo deve disattendersi la sollecitazione di rimessione alle Sezioni Unite formulata in memoria da parte ricorrente posto che, come desumibile dalla giurisprudenza sopra richiamata, l’attuale orientamento può dirsi costante e univoco.
2.1. Il secondo motivo è parimenti infondato.
In primo luogo, come visto, al momento della notifica del precetto le spese ad esso relative non potevano essere autoliquidate e non poteva ritenersi sussistente alcun inadempimento. Sicché l’opposizione era per ciò solo fondata.
Inoltre, la sentenza gravata – non impugnata, per quanto qui ancora possibile, sul punto – ha accertato che la notifica dell’ordinanza in uno al precetto avvenne il 09/12/2010 e l’assegno postale vidimato fu inviato il 21/12/2010 con incasso il 30/12/2010.
Secondo la condivisibile nomofilachia (Cass., Sez. U., 18/12/2007, n. 26617 e succ. conf.), nelle obbligazioni pecuniarie, il cui importo sia inferiore a 12.500 Euro o per le quali non sia imposta per legge una diversa modalità di pagamento, il debitore ha facoltà di pagare, a sua scelta, in moneta avente corso legale nello Stato o mediante consegna di assegno circolare. Nel primo caso il creditore non può rifiutare il pagamento. Se, invece, il debitore paga con assegno circolare o con altro sistema che assicuri ugualmente la disponibilità della somma dovuta (come nel caso dell’assegno postale vidimato che parimenti vede precostituita la provvista), il creditore può rifiutare il pagamento solo per giustificato motivo che deve allegare e all’occorrenza anche provare; in questo caso l’effetto liberatorio si verifica quando il creditore acquista la concreta disponibilità della somma. Resta fermo che la valutazione del comportamento del creditore va fatta in base alla regola della correttezza e della buona fede oggettiva (cfr., per analogo richiamo alla correttezza e buona fede in punto di tempo dell’adempimento fatto con assegno circolare, anche Cass., 20/06/2011, n. 13482, citata in ricorso, punto 6.2.5. della motivazione: “il tempo dell’adempimento di un’obbligazione pecuniaria in caso di pagamento a mezzo di assegno circolare va quindi identificato in quello in cui il creditore, che non si dolga dell’imperfezione del mezzo di pagamento o non adduca altri giustificati motivi, riceve, cambiandolo nelle forme prescritte dalla legge ed usando al riguardo l’ordinaria diligenza, il controvalore pecuniario del detto titolo di credito”).
Ciò posto, non risulta violato l’art. 1277, cod. proc. civ., né la disciplina normativa inerente al tempo della “solutio” implicitamente invocata, poiché il tribunale ha correttamente affermato i suesposti principi (pag. 4 della sentenza gravata), specificando che l’adempimento doveva ritenersi tempestivo “in un’ottica di rispetto dei principi di diligenza e correttezza”. Ciò valutando, evidentemente, alla luce del fatto che non era stato rifiutato il mezzo di pagamento e né allegata una sua ricezione tardiva, ossia tale da non permettere, usando l’ordinaria diligenza, di ricevere tempestivamente quel controvalore entro il ventesimo e non il ventunesimo giorno.
3. Spese secondo soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente alla rifusione delle spese processuali della controricorrente liquidate in Euro 2.800,00, oltre a Euro 200,00 per esborsi, oltre al 15% per spese generali, oltre accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso.


Cassazione – Sezioni unite civili – sentenza 6 novembre – 18 dicembre 2007, n. 26617
Presidente Carbone – Relatore Durante
Pm Gambardella – conforme – Ricorrente Carlesi

Svolgimento del processo

Anna Maria Carlesi proponeva opposizione all’esecuzione immobiliare promossa da Luca Garofalo e Laura Ceccantini in base a sentenza di condanna.
Il tribunale di Prato rigettava l’opposizione; la corte di appello di Firenze confermava il rigetto con sentenza pubblicata il 12.3.2002.
La corte riteneva che l’offerta della somma dovuta con assegno circolare rifiutata dai creditori non aveva estinto l’obbligazione, per cui il titolo esecutivo aveva conservato la propria efficacia.
La Carlesi ha proposto ricorso per cassazione, deducendo due motivi; gli intimati non hanno svolto attività difensiva.
Il ricorso, assegnato alla terza sezione civile, è stato rimesso alle Sezioni Unite per la risoluzione del contrasto di giurisprudenza circa l’efficacia estintiva del pagamento dei debiti pecuniari mediante assegno circolare.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo la ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 1210, 2910, primo comma, c.c., 615 c.p.c. in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c, sostiene che il giudice del merito avrebbe dovuto dichiarare estinta l’obbligazione ed accogliere l’opposizione dal momento che, come è pacifico, essa ha offerto con assegno circolare la somma indicata nel precetto e le spese della procedura esecutiva; richiama il principio affermato da Cass. 10.2.1998, n. 1351, secondo cui la consegna di assegni circolari, pur non equivalendo al pagamento effettuato con somme di denaro, estingue l’obbligazione quando il rifiuto del creditore appare contrario alle regole di correttezza che a norma dell’art. 1175 c.c. gli impongono di prestare la sua collaborazione all’adempimento dell’obbligazione.
2. Il motivo pone la questione se nelle obbligazioni pecuniarie abbia efficacia estintiva solo il pagamento in moneta contante, oppure anche mediante consegna di assegni circolari.
La questione si risolve in quella se il creditore possa rifiutare senza giustificato motivo il pagamento che il debitore intenda effettuare con assegni circolari e pretendere che avvenga con la corresponsione di denaro contante, pena l’inadempimento e gli effetti conseguenti di “mora debendi”.
Il tema dell’indagine è quindi il carattere obbligatorio della modalità del pagamento con dazione di moneta avente corso legale e correlativamente la rifiutabilità di mezzi alternativi di pagamento.
La soluzione presenta notevole interesse, considerato che nell’esperienza pratica ed ancor più nel mondo degli affari l’estinzione della maggior parte delle obbligazioni pecuniarie e della quasi totalità di quelle di importo rilevante avviene con assegni circolari o mezzi alternativi di pagamento.
3. Secondo l’orientamento largamente prevalente nella giurisprudenza di questa Corte l’invio di assegni circolari o bancari da parte del debitore obbligato al pagamento di somme di denaro si configura come “datio in solutum” o più precisamente come proposta di “datio pro solvendo”, la cui efficacia liberatoria dipende dal preventivo assenso del creditore (che può manifestarsi anche con comportamento concludente) ovvero dalla sua accettazione che è ravvisabile quando trattenga e riscuota l’assegno; in tale ipotesi la prestazione diversa da quella dovuta è da ritenere accettata con riserva, quanto al definitivo effetto liberatorio, dell’esito della condizione “salvo buon fine” o “salvo incasso” inerente all’accettazione di un credito anche cartolare, in pagamento dell’importo dovuto in numerario.
3.1. L’orientamento risale alla sentenza 22.7.1973, n. 2200, ed è stato seguito dalle sentenze 14.4.1975, n. 1412; 3.7.1980, n. 4205; 5.1.1981, n. 24; 16.2.1982, n. 971; 8.1.1987, n. 17; 19.7.1993, n. 8013; 3.2.1995, n. 1326; 3.4.1998, n. 3427; 21.12.2002, n. 18240; 10.2.2003, n. 1939; 10.6.2005, n. 12324; 14.2.2007, n. 3254.
La sua più completa espressione è nella sentenza 10.6.2005, n. 12324, il cui “iter” argomentativo si articola nelle seguenti proposizioni.
Il dato letterale dell’art. 1277, comma 1, c.c. comporta che i debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale; sebbene l’assegno sia bancario che circolare costituisca, a differenza della cambiale, mezzo di pagamento, la consegna o trasmissione di esso, salva diversa volontà delle parti, si intende fatta “pro solvendo” e non “pro soluto” con esclusione dell’immediato effetto estintivo del debito; l’invio di assegno circolare in luogo della somma di denaro configura violazione sia degli artt. 1277 e 1197 c.c. (rappresentando una “datio pro solvendo” in assenza di consenso del creditore) che dell’art. 1182 c.c. (secondo il quale l’obbligazione avente ad oggetto denaro deve essere adempiuta al domicilio del creditore) in quanto comporta la sostituzione del domicilio del creditore con la sede dell’istituto bancario presso cui è riscuotibile l’assegno; l’art. 1277 c.c. è norma derogabile che cessa di operare, rendendo inapplicabile il principio secondo cui il creditore di somme di denaro non è tenuto ad accettare in pagamento titoli di credito anche se assistiti da particolari garanzie di solvibilità dell’emittente come gli assegni circolari, quando esista una manifestazione di volontà espressa o presunta del creditore in tale senso; non si può ritenere che la consegna di assegni circolari, pur non equivalendo al pagamento in contanti, estingue l’obbligazione quando il rifiuto del creditore appare contrario alle regole di correttezza che gli impongono di prestare la sua collaborazione ai sensi dell’art. 1175 c.c. in quanto la collaborazione è dovuta solo per ricevere l’oggetto della prestazione e non un oggetto diverso; i principi sopra esposti valgono se il debito pecuniario non supera l’importo di euro 12.500; se lo supera vige una particolare disciplina (d.l. 143/1991 convertito in L. 197/1991) che conserva, tuttavia, piena valenza all’art. 1227.
3.2. Il concetto fondamentale è che l’adempimento dell’obbligazione pecuniaria avviene attraverso il trasferimento della moneta contante attuato con la consegna materiale di pezzi monetari nelle mani del creditore.
L’obbligazione pecuniaria è assimilata al debito di dare una quantità di cose fungibili (i pezzi monetari).
La titolarità della disponibilità monetaria è collegata al possesso e la sua circolazione importa la dazione di pezzi monetari considerati quali cose da trasferire in proprietà al creditore.
Come è stato osservato, l’adempimento con denaro contante realizza l’attribuzione della moneta al creditore con gli strumenti del terzo libro del codice civile attraverso le categorie del possesso e della proprietà.
4. Secondo altro orientamento assolutamente minoritario nella giurisprudenza di questa Corte la consegna di assegni circolari, pur non equivalendo a pagamento a mezzo somme di denaro, estingue l’obbligazione quando il rifiuto del creditore appare contrario alle regole di correttezza che gli impongono di prestare collaborazione all’adempimento dell’obbligazione a norma dell’art. 1175 c.c.
Sono espressive di questo orientamento le sentenze 16.2.1998, n. 1351; 7.7.2003, n. 10695.
L’orientamento è motivato considerando che gli assegni circolari in ragione delle modalità di emissione assicurano al legittimo portatore il conseguimento della somma di denaro indicata. Sebbene essi non siano denaro né possano svolgerne la funzione, la facilità della circolazione e la sicurezza della convertibilità in denaro possono rendere contrario a buona fede e quindi illegittimo il loro rifiuto da parte del creditore.
Pertanto, se il creditore non ha un apprezzabile interesse a ricevere il denaro contante né ha ragione di dubitare della regolarità ed autenticità degli assegni, la consegna di essi estingue l’obbligazione di pagamento sia pure con la clausola implicita del buon fine.
L’obiezione che il creditore deve recarsi presso la banca per riscuotere l’assegno, mentre di regola ha diritto di ricevere la prestazione al suo domicilio, è superata con il riferimento alla crescente considerazione sociale degli assegni circolari e con il fatto che normalmente il creditore ha un conto bancario sul quale deposita denaro e titoli.
4.1. La valutazione si sposta dal comportamento del debitore a quello del creditore ed ha come oggetto la verifica della legittimità del rifiuto del pagamento a mezzo assegno circolare alla luce del principio della correttezza e della buona fede oggettiva.
Il principio, desunto dall’art. 1175 (che impone l’obbligo di comportarsi secondo le regole della correttezza) e dall’art. 1375 c.c. (che stabilisce che il contratto deve essere eseguito secondo buona fede), costituisce il limite oltre il quale il rifiuto del creditore diventa illegittimo ed il pagamento con assegno circolare spiega efficacia solutoria salvo buon fine.
Con tale impostazione si introduce nel meccanismo estintivo dell’obbligazione pecuniaria il principio della correttezza e della buona fede nella prospettiva di adeguare il dato normativo alle esigenze della realtà concreta dove la circolazione del denaro a mezzo assegni circolari garantisce maggiore sicurezza e celerità, svincolandola da un aggancio a substrati fisici.
4.2. In dottrina si è osservato che sulla base del criterio della correttezza dell’adempimento si possono raggiungere i medesimi risultati dell’ordinamento tedesco che al § 362 del BGB stabilisce il principio che il rapporto obbligatorio si estingue quando la prestazione dovuta ha efficacia per il creditore e, cioè, quando si è definitivamente consolidata nel patrimonio dello stesso; questo principio ha consentito alla giurisprudenza tedesca di affermare che il pagamento eseguito mediante mezzi alternativi (nel caso mediante bonifico bancario) diventa definitivamente efficace per il creditore quando la somma di denaro entra nella sua piena e libera disponibilità (BGH 28.10.1998 in Neue Juristiche Wochenschrift, 1999, 210).
4.3. Costituisce riflesso dell’orientamento minoritario l’affermazione contenuta nella sentenza di questa Corte 6.9.2004, n. 17961, secondo la quale l’assegno circolare è considerato a tutti gli effetti equivalente al denaro contante, per cui il pagamento effettuato tramite la consegna di tale assegno estingue immediatamente l’obbligazione.
Si tratta, peraltro, di un “obiter” privo di supporto giustificativo.
Contiene una chiara esposizione dell’orientamento la sentenza 19.5.2006, n. 11851, laddove rileva che questa Corte non ha affermato che l’assegno circolare costituisce un mezzo di pagamento, ma soltanto che il rifiuto di esso nei rapporti tra debitore e creditore può essere contrario al principio di buona fede, stante la sicurezza del buon fine ed il minimo aggravio per il creditore, pur senza prendere posizione sulla questione ed anzi confermando che l’assegno circolare rimane un titolo di credito con tutte le conseguenze che ne derivano in base alla legge sulla circolazione del titolo.
Condivide l’orientamento minoritario la sentenza 19.12.2006, n. 27158, secondo la quale, se è vero che la consegna di un assegno circolare al creditore non equivale alla consegna di denaro contante, è altrettanto vero che, costituendo l’assegno circolare un mezzo di pagamento e non sussistendo alcun pericolo di mancanza della provvista presso la banca obbligata al pagamento, la “datio” di tale assegno secondo gli usi negoziali, come è prassi per i pagamenti delle società di assicurazione o, comunque, come accettata dal creditore, è sicuramente idonea ad estinguere l’obbligazione senza che occorra un preventivo accordo delle parti in tale senso o il rilascio di una quietanza liberatoria.
5. Nella dottrina più recente prevale la tesi che la regola, secondo la quale il denaro contante è l’unico mezzo legale di pagamento delle obbligazioni pecuniarie, va “scardinata” e va riconosciuta efficacia solutoria a mezzi alternativi di pagamento che eliminano il trasferimento materiale di moneta, come l’assegno circolare, dovendosi intendere per “somma di denaro” la funzione ideale del mezzo monetario.
In questo ambito si distingue fra moneta scritturale incentrata sulle scritturazioni bancarie, che riposa in definitiva sulla garanzia che offrono le banche, ed altri sistemi di pagamento, come la cambiale, precisandosi che l’effetto satisfattorio si realizza con la creazione della disponibilità monetaria a favore del creditore.
L’idea di fondo è la smaterializzazione del denaro con trasformazione del diritto reale sui pezzi monetari in diritto di credito ad una determinata somma di denaro.
Nella prospettiva della smaterializzazione il principio nominalistico (in base al quale il debitore si libera dal proprio debito con una quantità di moneta corrispondente a quella “nominalmente” dovuta a prescindere dalle variazioni del suo potere di acquisto) riguarda la disciplina dei mezzi di pagamento e, cioè, la determinazione della quantità della somma da offrire in pagamento e non la qualità dei mezzi di pagamento.
La linea di tendenza è verso l’eliminazione degli spostamenti di moneta contante, oltre che per esigenze di semplificazione della tecnica dei pagamenti (evitando l’impiego di notevoli quantità di numerario), perché la custodia, la circolazione e lo scambio attraverso moneta contante sono valutati inefficienti ed insicuri specialmente per importi rilevanti.
L’adempimento dell’obbligazione pecuniaria è inteso non come atto materiale di consegna della moneta contante, bensì come prestazione diretta all’estinzione del debito, nella quale le parti debbono collaborare osservando un comportamento da valutare per il creditore secondo la regola della correttezza e per il debitore secondo la regola della diligenza.
Ove avvenga con mezzi diversi, l’adempimento si può considerare efficace e liberatorio solo quando realizza i medesimi effetti del pagamento per contanti e, cioè, quando pone il creditore nelle condizioni di disporre liberamente della somma di denaro, senza che rilevi se la disponibilità sia riconducibile ad un rapporto di credito verso una banca presso la quale la somma sia stata accreditata.
Si è osservato che nell’ordinamento manca una regola di parificazione della moneta avente corso legale a quella scritturale; tale regola si può, però, desumere da un’abbondante legislazione speciale che si inserisce nella generale tendenza alla decodificazione caratteristica dell’epoca attuale.
6.1. Nell’interpretazione della normativa codicistica sul sistema di pagamento dei debiti pecuniari non si può prescindere dai numerosi interventi legislativi infittitisi negli ultimi tempi che hanno introdotto sistemi alternativi, rendendoli frequentemente obbligatori.
In questo ambito assumono particolare rilievo il d.l. 3.5.1991, n. 143, convertito con modificazioni in L. 5.7.1991, n. 197, che pone il divieto di effettuare pagamenti mediante trasferimento di denaro contante e titoli al portatore per somme superiori ad euro 12.500, ed il d. l. 4.7.2006, n. 223, convertito con modificazioni in L. 4.8.2006, n. 248, secondo cui i compensi in denaro per l’esercizio di arti e professioni sono riscossi esclusivamente mediante assegni non trasferibili o bonifici o altre modalità di pagamento bancario o postale nonché mediante sistemi di pagamento elettronici, salvo che per importi inferiori ad euro 100.
A seguito di questi interventi l’area di applicazione della normativa codicistica si è a tal punto ristretta che il sistema di pagamento da essa previsto è diventato addirittura marginale.
Né vale l’osservazione che siccome il d.l. 143/1991 conserva valenza all’art. 1277 c.c. il creditore ha il diritto di pretendere il pagamento in moneta avente corso legale, sia pure attraverso l’intermediario abilitato che subentra nella posizione del debitore (Cass. 10.6.2005, n. 12324), in quanto la convertibilità in denaro è tipica di qualsiasi sistema alternativo di pagamento, con la precisazione che il rischio di convertibilità e, cioè, l’eventualità che la banca non sia in grado di garantire la conversione in moneta legale dipende in definitiva dal grado di affidabilità della banca.
6.2. La disciplina del sistema codicistico di pagamento delle obbligazioni pecuniarie è contenuta negli artt. 1277, 1182, 1197 c.c.
6.3. Come già detto, l’interpretazione dell’art. 1277 privilegiata dalla prevalente giurisprudenza di questa Corte è che i debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato ed il creditore può rifiutare qualsiasi altro mezzo di pagamento, compreso l’assegno circolare che pure è assistito da una particolare affidabilità e sicurezza in relazione alle modalità di emissione.
In dottrina si è osservato che l’art. 1277 non riguarda le modalità di pagamento, ma il sistema valutario nazionale e la necessità, quindi, che i mezzi monetari impiegati si riferiscano ad esso, evidenziando che secondo la concezione moderna il denaro è unità ideale di valore cui l’ordinamento attribuisce la funzione di unità di misura dei valori monetari o secondo una concezione più raffinata “ideal unit”, astratta unità ideale monetaria creata dallo Stato.
6.4. Considerato che nell’ambiente socio-economico l’assegno circolare e quello bancario costituiscono mezzi normali di pagamento; che la circolazione del denaro tende a realizzarsi con strumenti sempre più sofisticati affrancati dalla consegna materiale di numerario per ragioni di sicurezza e velocizzazione dei rapporti; che collateralmente alla disciplina codicistica è cresciuta una legislazione che ha introdotto sistemi alternativi di pagamento, rendendoli spesso obbligatori, si impone un’interpretazione evolutiva, costituzionalmente orientata, dell’art. 1277 che superi il dato letterale e, cogliendone l’autentico senso, lo adegui alla mutata realtà.
6.5. Si ritiene, pertanto, che l’espressione “moneta avente corso legale nello Stato al momento del pagamento” significa che i mezzi monetari impiegati si debbono riferire al sistema valutario nazionale, senza che se ne possa indurre alcuna definizione della fattispecie del pagamento solutorio.
Ed in altri termini la moneta avente corso legale non è l’oggetto del pagamento che è rappresentato dal valore monetario o quantità di denaro.
6.6. Con questa interpretazione dell’art. 1277 risultano ammissibili altri sistemi di pagamento, purché garantiscano al creditore il medesimo effetto del pagamento per contanti e, cioè, forniscano la disponibilità della somma di denaro dovuta.
Tale effetto sicuramente produce l’assegno circolare con il quale, stante la precostituzione della provvista, tramite l’intermediazione di una banca si realizza il trasferimento della somma di denaro con la messa a disposizione del creditore.
Il rischio di convertibilità e, cioè, l’eventualità che per qualsiasi ragione la banca non sia in grado di assicurare la conversione dell’assegno in moneta legale rimane a carico del debitore, il quale si libera solo con il buon fine dell’operazione.
6.7. Occorre precisare che lo schema della “datio pro solvendo” con l’applicazione della regola stabilita dall’art. 1197 c.c. rimane estraneo all’impiego del mezzo alternativo di adempimento in quanto la moneta avente corso legale non è l’oggetto del pagamento, costituito dal valore monetario o quantità di denaro, per cui tale mezzo non è niente altro che una diversa modalità di adempimento.
Diversamente opinando, si perverrebbe alla inaccettabile conclusione che sistemi diversi di pagamento, imposti per somme superiori a 12.500 euro, non siano ammessi per somme inferiori.
6.8. La raggiunta conclusione non trova ostacolo nell’art. 1182 c.c. sul luogo dell’adempimento.
Vale in proposito considerare che l’obbligazione pecuniaria non è assimilabile all’obbligazione di dare cose fungibili, sicché non risulta perfettamente adattabile lo schema di tale tipo di obbligazione, mentre assume rilevanza l’interesse del creditore alla giuridica disponibilità della somma invece che al possesso dei pezzi monetari.
In questa prospettiva il concetto di domicilio del creditore non coincide con il suo domicilio anagrafico soggettivamente riconducibile alla persona fisica, ma deve essere oggettivizzato e può individuarsi nella sede (filiale, agenzia o altro) della banca presso la quale il creditore ha un conto.
6.9. Mentre se il debitore paga in moneta avente corso legale il debito pecuniario di importo inferiore ad euro 12.500 o per il quale non sia imposta una diversa modalità di pagamento, il creditore non può rifiutare il pagamento e l’effetto liberatorio si verifica al momento della consegna della somma di denaro, se il debitore paga con assegno circolare o con altro sistema che assicuri ugualmente la disponibilità della somma dovuta, il creditore può rifiutare il pagamento solo per giustificato motivo che deve allegare ed all’occorrenza anche provare; in questo caso l’effetto liberatorio si verifica quando il creditore acquista la concreta disponibilità della somma.
La valutazione del comportamento del creditore va fatta in base alla regola della correttezza e della buona fede oggettiva.
7. Il contrasto va, pertanto, risolto nel senso che “nelle obbligazioni pecuniarie, il cui importo sia inferiore a 12.500 euro o per le quali non sia imposta per legge una diversa modalità di pagamento, il debitore ha facoltà di pagare, a sua scelta, in moneta avente corso legale nello Stato o mediante consegna di assegno circolare; nel primo caso il creditore non può rifiutare il pagamento, come, invece, può nel secondo solo per giustificato motivo da valutare secondo la regola della correttezza e della buona fede oggettiva; l’estinzione dell’obbligazione con l’effetto liberatorio del debitore si verifica nel primo caso con la consegna della moneta e nel secondo quando il creditore acquista concretamente la disponibilità giuridica della somma di denaro, ricadendo sul debitore il rischio dell’inconvertibilità dell’assegno”.
8. La sentenza non è in linea con l’enunciato principio e va, pertanto, cassata con rinvio ad altra sezione della corte di appello di Firenze affinché vi si adegui, pronunciando altresì sulle spese del giudizio di cassazione.
9. Il secondo motivo, con il quale la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 345, 474, 112, 113 c.p.c. in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c, rimane assorbito.

PQM

La Corte, a Sezioni Unite, accoglie il primo motivo del ricorso; assorbito il secondo; cassa in relazione la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della corte di appello di Firenze.


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