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Lo sai che? Mantenimento all’ex: quando spetta?

Lo sai che? Pubblicato il 28 gennaio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 28 gennaio 2018

Alimenti solo per donne anziane e senza competenze o esperienze lavorative. L’autosufficienza non si può presumere.

Ti sei separato e, dopo un anno, hai ottenuto il divorzio dalla tua ex moglie. Dopo averle versato, nei primi tempi, un assegno mensile per consentirle di mantenersi in attesa di riorganizzare la propria vita, ora vorresti che fosse lei a pensare a se stessa, magari trovando un lavoro e non accontentandosi di un semplice part-time. Ma la tua ex non ne vuol sapere di impegnare tutta la giornata in un ufficio e sostiene che sia tu a doverla mantenere. Le fai presente che, ormai, gli alimenti non sono più dovuti, cancellati dalla famosa sentenza “Grilli” della Cassazione [1] del 10 maggio 2017. Lei invece non ne vuol sapere. Continua a sostenere che l’assegno di divorzio è comunque dovuto a chi non ha le capacità per provvedere a sé stesso e lei, nonostante sia ancora in giovane età, non riesce a trovare lavoro adeguato e con un buon stipendio. Chi dei due ha ragione? Quando spetta il mantenimento all’ex? Di tanto ci occuperemo in questo articolo in modo semplice e schematico, ripetendo le parole che ha di recente ribadito la Cassazione [2].

Assegno di divorzio: non è più dovuto a chi ha un reddito

Sul versamento dell’assegno di divorzio è definitivamente cambiata pagina: è vero, la svolta che ha riscritto le regole sul mantenimento all’ex coniuge non è contenuta in una legge ma in una sentenza della Cassazione [1]; tuttavia, a solo otto mesi dalla sua pubblicazione, tutti i tribunali d’Italia (ad eccezione solo di Udine) vi si sono adeguati. Anzi, c’è anche chi – come Milano e Roma – rivendica di aver anticipato la riforma con sentenze pilota. Per cui si può ormai dire che il principio – per quanto giovane – si è già consolidato.

Questo perché è cambiato il costume sociale e il “sentire” della gente – donne comprese – che non vede più nel matrimonio un’assicurazione sulla vita. In altri termini, chi è capace di mantenersi da solo non viva alle spalle dell’ex coniuge. Detto ciò, la Cassazione residua un margine di operatività delle vecchie regole in alcune eccezionali ipotesi. Vediamo quindi quando spetta il mantenimento all’ex coniuge.

L’assegno di mantenimento dopo la separazione

Dopo la separazione, al coniuge più debole economicamente spetta l’assegno di mantenimento. Il scopo di tale assegno è di garantire lo stesso tenore di vita che il coniuge con lo stipendio più basso (o disoccupato) aveva durante il matrimonio grazie alle “sovvenzioni” dell’altro coniuge. Quindi, quest’ultimo deve sostenere l’ex fino a che i due redditi non si equivalgano in linea tendenziale.

C’è comunque una sentenza del Tribunale di Roma di qualche giorno fa che ritiene che anche per la separazione sia venuto meno il criterio del tenore di vita, ma per ora si tratta di un precedente isolato (leggi Abolito anche l’assegno di mantenimento dopo la separazione).

L’assegno divorzile dopo il divorzio

Cambiano le regole dopo il divorzio (ossia dopo 6 mesi o 1 anno dalla separazione a seconda che quest’ultima sia avvenuta consensualmente o meno). Qui l’assegno divorzile non deve più garantire lo stesso tenore di vita, ma la possibilità all’ex di mantenersi da solo/a che sicuramente è inferiore rispetto al tenore di vita. Chi guadagna 3mila euro al mese non versare più nulla alla moglie che ne guadagna circa mille, quando prima invece le avrebbe dovuto dare almeno 800-900 euro al mese. Insomma, l’assegno di divorzio non spetta se l’ex coniuge è autosufficiente, al di là del suo reddito e del fatto che questo sia sensibilmente più basso rispetto al tenore di vita che aveva quando ancora la coppia era sposata.

A chi spetta l’assegno di divorzio?  

L’assegno di divorzio continua a spettare all’ex coniuge che non può lavorare per motivi di salute o anagrafici per aver superato 50 anni di età (secondo la Cassazione a 40 si è ancora in grado di trovare un lavoro) e pure se non ha mai avuto un’occupazione o non è abbastanza qualificato per trovarne una. Insomma, chi è sempre stato a casa, a fare i lavori domestici e l’età non gli consente più di reimpiegarsi nel mondo del lavoro, ha diritto al mantenimento. Se però lo stato di disoccupazione è volontario perché non ha accettato proposte lavorative o si è dato pena di cercarle, allora anche con “reddito zero” non può rivendicare il mantenimento.

Quando un coniuge si può dire autosufficiente?

Secondo la Cassazione non c’è un reddito predeterminato per stabilire chi è autosufficiente. Tutto va valutato in base all’ambiente circostante e al contesto socio-geografico. Secondo il tribunale di Milano, l’autosufficienza corrisponde a mille euro al mese (sotto tale soglia scatta infatti il diritto al gratuito patrocinio).

Con l’ultima sentenza la Corte suprema ha messo in guardia: no ai «pericolosi automatismi» nel calcolare l’autosufficienza economica; non ci si può riferire a standard fissi, tipo multipli della pensione sociale. Insomma ogni «singola persona» va considerata «nella sua specifica individualità».

Addio al criterio del tenore di vita uguale al matrimonio

In effetti stata la giurisprudenza a elaborare il criterio del tenore di vita perché nella legge divorzio non c’è alcun riferimento: vi si è ricorsi in buona sostanza per evitare sperequazioni fra uomini e donne, all’epoca molto più forti. Il cambio di interpretazione operato dalla Cassazione invece rispecchia di più il dato testuale della legge sul divorzio [3] che non prevede alcuna comparazione delle condizioni economiche dei coniugi quando si tratta di stabilire il diritto o no all’assegno. Largo, dunque, all’autosufficienza economica da individuare verificando redditi e possibilità di lavoro, possesso di beni mobili e immobili, considerando oneri connessi e costo della vita nel luogo di residenza. E sta al giudice di merito adeguare i parametri indicati dalla Suprema corte alle fattispecie concrete.

note

[1] Cass. sent. n. 11504/17 del 10.05.2017.

[2] Cass. sent. n. 2042/18 del 26.01.2018.

[3] Art. 5, co. 6, legge 898/70.


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