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Quando si può violare il segreto professionale?

29 Gennaio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 Gennaio 2018



Quali professionisti sono vincolati al segreto sulle informazioni ricevute dai propri assistiti? Quali sono le sanzioni? Quando è possibile la divulgazione?

Alcune figure professionali sono tenuti a mantenere il segreto sulle informazioni ricevute dai propri assistiti. Si tratta per lo più di professionisti (medici, avvocati, psicologi) che, per dovere deontologico e, a volte, addirittura giuridico, sono obbligati a non divulgare le notizie apprese dai propri clienti o assistiti.

Questo avviene perché tra il professionista e la persona che a lui si rivolge si instaura un rapporto di fiducia che implica la rivelazione di notizie talvolta molto private, se non addirittura intime.

Quello del segreto professionale, quindi, è un vero e proprio obbligo al quale, però, talvolta ci si può sottrarre. Vediamo quando si può violare il segreto professionale.

Segreto professionale: cos’è?

Abbiamo già detto cos’è il segreto professionale è a chi è rivolto. In realtà, volendo esser più precisi, occorre dire che il segreto può essere di diverse tipologie:

  • segreto aziendale: riguarda le informazioni di un’azienda, sia dal punto di vista economico che normativo;
  • segreto industriale: concerne le notizie e informazioni dell’impresa che possono essere conosciute soltanto da alcuni dipendenti, in virtù delle specifiche funzioni e mansioni che sono state assegnate loro dal datore di lavoro;
  • segreto professionale: al quale sono tenuti i liberi professionisti in base a specifiche disposizioni normative.

Il segreto professionale può essere un obbligo deontologico e/o un obbligo giuridico vero e proprio. Nel primo caso, il professionista è tenuto a non rivelare le informazioni avute durante l’esercizio del proprio mestiere per un dovere morale, legato al prestigio del lavoro svolto; la sanzione è di tipo disciplinare e proviene, in genere, dall’ordine di appartenenza. Nella seconda ipotesi, invece, la rivelazione del segreto costituisce un illecito vero e proprio, sanzionato a volte anche penalmente.

Segreto professionale: vi è tenuto l’avvocato?

Senza alcun dubbio l’avvocato rientra tra quei professionisti che sono tenuti a mantenere il segreto professionale. Questo obbligo è sancito direttamente dal codice deontologico forense [1], secondo cui è dovere fondamentale dell’avvocato mantenere il segreto e il massimo riserbo sull’attività prestata e su tutte le informazioni che gli siano fornite dal cliente, nonché su quelle delle quali sia venuto a conoscenza in dipendenza del mandato.

L’obbligo del segreto va osservato anche quando il mandato sia stato adempiuto, concluso, rinunciato o non accettato. In altre parole, se la causa è terminata e il difensore ha restituito il fascicolo al proprio cliente, non per questo è autorizzato a divulgare ciò che sa.

Se all’incontro tra cliente e avvocato partecipano anche i praticanti o i collaboratori di studio, l’avvocato deve adoperarsi affinché il rispetto del segreto professionale sia osservato anche da parte dei suoi dipendenti, praticanti, consulenti e collaboratori, anche occasionali, in relazione a fatti e circostanze apprese nella loro qualità o per effetto dell’attività svolta.

In altre parole, egli ha una responsabilità personale (deontologica) anche per il fatto dei terzi all’interno del suo studio, sempre che non dimostri di aver fatto il possibile per impedire la fuga di notizie.

Violazione segreto professionale: è reato?

Il codice penale punisce con la reclusione fino a un anno o con la multa da trenta a 516 euro chiunque, avendo notizia, per ragione del proprio stato o ufficio, o della propria professione o arte, di un segreto, lo rivela, senza giusta causa, ovvero lo impiega a proprio o altrui profitto [2]. La sanzione è subordinata al fatto che la rivelazione possa creare un danno.

Classico esempio di violazione del segreto è quello dell’impiegato della società che trasmette notizie segrete riguardanti la sua azienda a vantaggio di altra società [3].

Inerente proprio alla violazione del segreto professionale è la sentenza della Corte di Cassazione, secondo cui il reato di rivelazione di segreto professionale previsto dall’art. 622 c.p., nel caso in cui la rivelazione del segreto sia compiuta al fine di aiutare taluno ad eludere le investigazioni dell’autorità a suo carico, coesiste con il reato di favoreggiamento personale [4] data la diversa oggettività dei due reati ed attesa la strumentalità della rivelazione del segreto rispetto al favoreggiamento.

Segreto professionale: si può testimoniare?

L’ordinamento giuridico italiano ritiene così importante il segreto professionale da tutelarlo anche in sede processuale. Il codice di procedura penale, infatti, dice che non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, ufficio o professione, salvi i casi in cui hanno l’obbligo di riferirne all’autorità giudiziaria:

  • i ministri di confessioni religiose, i cui statuti non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano;
  • gli avvocati, gli investigatori privati autorizzati, i consulenti tecnici e i notai;
  • i medici e i chirurghi, i farmacisti, le ostetriche e ogni altro esercente una professione sanitaria;
  • gli esercenti altri uffici o professioni ai quali la legge riconosce la facoltà di astenersi dal deporre determinata dal segreto professionale;
  • giornalisti professionisti iscritti nell’albo professionale, relativamente ai nomi delle persone dalle quali i medesimi hanno avuto notizie di carattere fiduciario nell’esercizio della loro professione. Tuttavia, se le notizie sono indispensabili ai fini della prova del reato per cui si procede e la loro veridicità può essere accertata solo attraverso l’identificazione della fonte della notizia, il giudice ordina al giornalista di indicare la fonte delle sue informazioni.

Il giudice, se ha motivo di dubitare che la dichiarazione resa da tali persone per esimersi dal deporre sia infondata, provvede agli accertamenti necessari. Se risulta infondata, ordina che il testimone deponga.

Quando si può violare il segreto professionale?

La stessa norma penale che sanziona la rivelazione del segreto professionale ne esclude la punibilità in presenza di una giusta causa. Questo significa che, in presenza di determinate condizioni, il segreto professionale può (a volte deve) essere violato. Quando? Facciamo alcuni esempi.

In Italia, in linea generale, non esiste un obbligo di denuncia; in altre parole, il passante che assiste casualmente ad un fatto criminoso (ad esempio, ad un furto) non è tenuto a darne avviso alle autorità. Non sempre, però, è così.

La legge obbliga alcune persone a denunciare i reati di cui abbia avuto conoscenza a causa della professione svolta. Secondo il codice penale, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che omette o ritarda di denunciare all’autorità giudiziaria, o ad un’altra autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, un reato di cui ha avuto notizia nell’esercizio o a causa delle sue funzioni, è punito con una multa.

Se, invece, l’omissione di denuncia è commessa da un ufficiale o un agente di polizia giudiziaria, che ha avuto comunque (cioè, anche al di fuori dell’orario di servizio) notizia di un reato del quale doveva fare rapporto, la pena è della reclusione fino ad un anno.

Le sanzioni non si applicano se si tratta di delitto punibile a querela della persona offesa, cioè perseguibile penalmente soltanto dietro espressa richiesta della vittima [5].

Stesso obbligo grava sui medici. Secondo la legge, chiunque, avendo nell’esercizio di una professione sanitaria prestato la propria assistenza in casi che possono presentare i caratteri di un delitto per cui si procede d’ufficio, omette o ritarda di riferirne all’autorità competente, è punito con il pagamento di una multa. La disposizione non si applica quando il referto esporrebbe la persona assistita a procedimento penale [6].

Orbene, se un medico di pronto soccorso presta le sue cure ad una persona colpita da un proiettile, dovrà senz’altro riferire l’accaduto ai carabinieri o alla polizia. Questo obbligo viene meno soltanto se la sua denuncia esporrebbe l’assistito (cioè il malato) al rischio di incorrere in un procedimento penale. Ciò significa che l’obbligo di referto del medico termina laddove comincia il diritto del reo a difendersi.

Un altro esempio di violazione consentita del segreto professionale riguarda il consulto medico: anche in questo caso sussiste una giusta causa, visto che la divulgazione delle informazioni riguardanti la salute del paziente è necessaria ad una migliore cura dello stesso.

L’avvocato, invece, può derogare all’obbligo del segreto professionale qualora la divulgazione di quanto appreso sia necessaria per lo svolgimento dell’attività di difesa; per impedire la commissione di un reato di particolare gravità; per allegare circostanze di fatto in una controversia tra avvocato e cliente o parte assistita; nell’ambito di una procedura disciplinare.

In ogni caso, la divulgazione dovrà essere limitata a quanto strettamente necessario per il fine tutelato. Così, per esempio, se il cliente dovesse dire al proprio avvocato che in un dato giorno riceverà una grossa partita di armi, il legale sarebbe autorizzato a informarne le autorità pubbliche.

note

[1] Codice approvato dal Consiglio nazionale forense nella seduta del 31.01.2014.

[2] Art. 622 cod. pen.

[3] Cass., sent. del 04.09.1985.

[4] Cass., sent. n. 8635/1996.

[5] Art. 361 cod. pen.

[6] Art. 365 cod. pen.

Autore immagine: Pixabay.com


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