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Differenza tra diritto soggettivo e interesse semplice

30 gennaio 2018


Differenza tra diritto soggettivo e interesse semplice

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 gennaio 2018



Le norme giuridiche creano i diritti soggettivi che possono essere tutelati davanti ai giudici; gli interessi semplici non sono presi in considerazione dall’ordinamento.

Il diritto può sembrare davvero incomprensibile per chi non ha studiato giurisprudenza all’università. Invece la legge è spesso molto semplice, anzi “naturale”: a volte le regole risiedono già dentro di noi, nella nostra morale o negli usi sociali, finanche nelle convinzioni religiose. Le difficoltà derivano più che altro dalle terminologie che usano i giuristi e, spesso, dalle procedure necessarie a far valere i propri diritti. Proprio di diritti vogliamo parlare in questo articolo. Cos’è un diritto e quando lo si può difendere? Già nella parola stessa «diritto» c’è il richiamo a un concetto forte, tutelato dalla legge e, quindi, anche dai giudici. Ma non sempre è facile capire quando c’è un diritto o un semplice interesse. A volte, poi, i diritti sono solo “sulla carta” e, sul piano pratico, non danno diritto ad alcuna tutela. Vuoi qualche esempio concreto? In questo articolo parleremo appunto di cosa sono i diritti e, più in particolare, della differenza tra diritto soggettivo e interesse semplice.

Cosa significa diritto soggettivo?

Quando l’avvocato usa l’espressione «diritto soggettivo» intende ciò che tu chiami semplicemente «diritto»: si tratta cioè di una condizione riconosciuta dalla legge ai cittadini che vantino un determinato interesse e che consente loro di farlo valere davanti a un giudice. Tale interesse è stato giudicato meritevole di tutela da una norma ed è proprio dalla norma che nasce il diritto.

Ad esempio sono diritti soggettivi: il diritto a farsi pagare per il lavoro svolto o per un oggetto venduto; il diritto a farsi risarcire per un incidente stradale; il diritto a manifestare il proprio pensiero, il diritto di riconoscere come proprio il figlio nato da un’unione occasionale, ecc.

Se c’è un diritto mi spetta il risarcimento?

Il diritto stesso, nel momento in cui viene riconosciuto, è anche tutelato dal giudice. Quindi alla lesione del diritto consegue sempre un risarcimento. La condizione però per chi agisce è duplice:

  • dimostrare di essere titolare di quel determinato diritto: ad esempio, chi sostiene che il vicino ha rotto dei vasi deve dimostrare di averne la proprietà;
  • dimostrare il danno: ad esempio, deve dimostrare il valore dei vasi rotti.

Per evitare l’inutile proliferare di cause per questioni di pura lana caprina, la Cassazione ha detto che i semplici fastidi della vita quotidiana non possono essere risarciti: un taglio di capelli fatto male, un tacco di una scarpa che si è rotto, la pagina di un libro strappata, uno spintone che però non abbia determinato una caduta a terra.

Quando nasce un diritto soggettivo?

Il diritto soggettivo è, per sua natura, generale e astratto, ossia riguarda tutta una serie di persone che si trovano tutte nella stessa condizione. Visto cioè che il nostro ordinamento è basato sul principio di uguaglianza non è possibile riconoscere un diritto a una sola persona e non anche a tutte le altre che hanno lo stesso interesse. Ad esempio, non è possibile riconoscere solo a cinque lavoratori il diritto alle ferie e non anche a tutti gli altri.

Proprio per questo, il diritto nasce sempre da una norma che riconosce come meritevole di tutela un determinato interesse.

Una sentenza, invece, può accertare un diritto già esistente per legge, ma non può crearlo dal nulla. In più la sentenza, al contrario della legge, non vale per tutti i cittadini ma solo per le parti in causa. Ad esempio, se un pubblico dipendente fa causa all’amministrazione per ottenere delle differenze retributive e le ottiene ciò non significa che anche tutti i suoi colleghi possono rivendicare il medesimo trattamento ma, se lo vorranno, dovranno fare apposita richiesta ed, eventualmente, anche loro agire i tribunale.

Tutti i diritti sono tutelabili davanti al giudice?

In generale, chi è titolare di un diritto lo può sempre tutelare davanti a un giudice. Ma attenzione: in alcuni casi questo non è più possibile. È ad esempio l’ipotesi di chi non esercita per lungo tempo il proprio diritto, disinteressandosene e lasciando così che questo «cada in prescrizione». La prescrizione è diversa a seconda del tipo di diritti (ad esempio il diritto di credito da un contratto si prescrive in 10 anni; quello da un risarcimento del danno in 5 anni).

Ci sono poi dei diritti cosiddetti «programmatici» che la legge, pur dichiarandone l’esistenza, non riconosce effettivamente ma si impegna a far sì che lo Stato cerchi di promuoverne la tutela. Ad esempio: il diritto al lavoro non implica che, se un’azienda si rifiuta di assumere un dipendente, questi possa rivolgersi a un giudice per ottenere il posto di lavoro; il diritto alla salute non implica che se il medico non fa guarire l’ammalato possa essere chiamato a risarcirgli i danni, e così via.

Cos’è l’interesse semplice?

Nel creare un diritto soggettivo, la legge deve sempre fare una valutazione di interessi contrapposti e giudicare quale è più meritevole di tutela. Ad esempio, al diritto del proprietario di un appartamento di far quello che vuole dentro casa si contrappone quello del vicino che non vuol sentire rumori; così, nella valutazione degli interessi contrapposti, quest’ultimo potrà far valere il suo diritto al risarcimento del danno solo se i rumori superano la normale tollerabilità.

Gli interessi semplici invece sono appunto «interessi» che, a differenza dei diritti soggettivi, non sono stati disciplinati da nessuna norma e, quindi, come tali, non possono essere tutelati davanti a un giudice. Ad esempio, è interesse di ogni cittadino che le strade siano sempre libere e non trafficate, tuttavia la legge si guarda bene dal riconoscere questo diritto poiché, diversamente, vorrebbe dire impedire la circolazione a gran parte degli automobilisti. È interesse di tutti ottenere spiagge pulite, ma lo Stato non ha i soldi per pulirle costantemente per cui, di fronte a questa situazione, si limita a metterle quantomeno in condizioni di sicurezza.

Riassumendo: il diritto soggettivo è il potere attribuito a un soggetto di far valere davanti a un giudice un proprio interesse riconosciuto prevalente da una norma presente nell’ordinamento.

L’interesse semplice è invece un interesse che ancora non è stato preso in considerazione dalla legge.

Cosa sono gli interessi legittimi?

Per concludere dobbiamo distinguere – anche se le parole si assomigliano – il concetto di interesse semplice da quello di interesse legittimo. L’interesse legittimo è quello che ogni cittadino vanta nei confronti della pubblica amministrazione a che questa svolga in modo corretto, efficiente e imparziale i propri compiti. L’interesse del singolo è quindi un interesse della collettività e intanto il primo può essere tutelato in quanto corrisponda a quello del gruppo. Ad esempio, immaginiamo un concorso pubblico al quale però una persona, che ritiene di essere preparata, viene ingiustamente scartata. Questa può far ricorso al giudice per essere riammessa in quanto il proprio interesse (quello alla partecipazione al concorso) corrisponde a quello collettivo (l’assunzione del più bravo dei candidati in modo da garantire un’amministrazione efficiente). Se non c’è questa coincidenza tra l’interesse del singolo e quella della collettività il primo non può essere tutelato in quanto non si avrà un interesse legittimo. Sul punto leggi Diritto oggettivo, soggettivo e interesse legittimo: che significa?

A tutti sarà capitato di avere rapporti con la pubblica amministrazione: ad esempio un vigile ci contesta una multa, un dipendente del Comune ci deve rilasciare un documento, una commissione di esame deve valutare la nostra idoneità, ecc. In questi casi, e in molto simili, è sicuramente nostro interesse che questi organi svolgano la loro funzione nel rispetto della legge. Il candidato non ha un diritto soggettivo ad essere assunto ma un interesse legittimo a che le procedure di verifica si realizzino correttamente e nel rispetto dell’imparzialità. La legge chiama questa posizione interesse legittimo.

Riassumendo: l’interesse legittimo è l’interesse di ogni cittadino a che gli organi della pubblica amministrazione svolgano la loro funzione nel rispetto delle norme giuridiche poste per regolare la loro attività.

La violazione dell’interesse legittimo può consentire di ricorrere al giudice solo che in questo caso non è più il tribunale ma il Tar, ossia il tribunale amministrativo regionale.

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