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Lo sai che? Grave errore dell’avvocato: il cliente è responsabile

Lo sai che? Pubblicato il 30 gennaio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 30 gennaio 2018

La responsabilità processuale aggravata ricade sempre sul cliente che, oltre alla condanna alle spese risarcisce per la cosiddetta lite temeraria.

Se l’avvocato perde la causa è il cliente a farne le spese. Difatti, chi viene sconfitto deve rimborsare all’avversario i costi del giudizio. È ciò che viene detta «regola della soccombenza» o «condanna alle spese processuali». Solo eccezionalmente è possibile «compensare le spese» tra le parti in causa (il che significa che ognuno paga le proprie attività) come, ad esempio, se la questione è completamente nuova, se vi è stato un mutamento dell’interpretazione dei giudici o in ipotesi soccombenza da ambo le parti. Se poi lo sbaglio dell’avvocato è evidente e notevole, il cliente paga molto di più: a dirlo è la Cassazione con una recente ordinanza [1]. Scatta infatti la cosiddetta «responsabilità aggravata» [2]. In altre parole è il cliente responsabile per il grave errore dell’avvocato. Se risulta infatti, da parte di questi, un’ignoranza inescusabile delle norme di diritto (ossia una colpa grave), l’assistito deve risarcire la controparte per averla trascinata in una causa di cui ben si poteva fare a meno.

La responsabilità grave dell’avvocato ricade sul cliente

Chi sceglie un avvocato incompetente se ne assume la responsabilità. Così come se la deve assumere chi impone al legale una strategia propria che quest’ultimo non condivide. Difatti, in entrambi i casi, le ripercussioni della sconfitta ricadono sempre sulle tasche della parte e non del difensore. È questi infatti che, se perde la causa, subisce la condanna del giudice a pagare le spese processuali all’avversario ed in più, se ha agito o resistito in giudizio in mala fede o colpa grave, deve anche versare il risarcimento del danno. Risarcimento che, quindi, si aggiunge alla normale condanna alle spese e può far lievitare di tanto l’importo da corrispondere.

A quanto ammonta il risarcimento? Di solito è commisurato sia alla gravità degli errori giuridici commessi che alle tribolazioni imposte alla controparte nelle varie fasi di giudizio. Nel caso di specie il giudice lo ha quantificato di 10mila euro.

Perché mai il grave errore dell’avocato ricade sul cliente? La norma è scritta nel codice civile [3]: chi si vale, per l’esecuzione dei propri affari, di altri soggetti è responsabile dei comportamenti di questi ultimi. E ciò vale anche tra avvocato e cliente.

C’è però un fatto da tenere conto: l’avvocato deve sconsigliare ai clienti azioni inutili e gravose, informandoli delle conseguenze. Se lo fa, allora la colpa della sconfitta della causa è del cliente stesso e, quindi, non si può – a rigore – parlare di una responsabilità dell’avvocato. Non solo: al dovere di informazione, si aggiunge anche un dovere di dissuasione vero e proprio [4]. Il professionista deve, in altri termini, mettere da parte il proprio interesse economico all’avvio del giudizio per privilegiare invece quello del cliente e, in definitiva, dell’intero sistema “giustizia” della nazione, che vieta strumentalizzazioni delle aule giudiziarie.

Se invece il legale non pone in essere questi comportamenti è responsabile personalmente: per cui è vero che l’assistito pagherà le spese processuali alla controparte e magari anche il risarcimento, ma poi si potrà rivalere contro il proprio difensore che non lo aveva informato dei rischi del giudizio.

Responsabilità dell’avvocato e risarcimento

Fuori dal caso appena citato di mancata comunicazione preventiva dei rischi della causa – situazione che fa sempre scattare la responsabilità dell’avvocato – è possibile chiedere il risarcimento al difensore che abbia sbagliato la causa, ma in questo caso l’accoglimento della domanda di risarcimento non è così automatico. Come abbiamo infatti già spiegato in Responsabilità dell’avvocato, intanto il legale risarcisce i danni al proprio cliente in quanto l’esito della causa, senza l’errore, sarebbe stato positivo. Come dire che, se le causa è persa sin dall’inizio perché non c’erano i presupposti, non sarà certo lo sbaglio del professionista la causa del danno per la parte processuale. In ogni caso, c’è sempre l’obbligo dell’assicurazione obbligatoria.

In particolare, la responsabilità professionale dell’avvocato che sbaglia la causa scatta solo se il cliente dimostra che, senza l’errore, avrebbe verosimilmente vinto il giudizio (la certezza è impossibile da raggiungere anche e soprattutto perché ogni giudice ha la sua interpretazione del diritto). In particolare, per dimostrare la violazione della «diligenza professionale media esigibile», l’assistito non deve solo prospettare il tipo di strumenti che si sarebbe dovuto mettere in campo, ma anche argomentare perché, seguendo quel percorso, “ragionevolmente” l’esito del processo sarebbe stato diverso.

In pratica la responsabilità dell’avvocato non si può affermare solo per il suo non corretto adempimento dell’attività professionale. Occorre invece verificare tre fattori:

  1. se l’evento che ha causato il pregiudizio lamentato dal cliente sia direttamente riconducibile all’avvocato (insomma ci deve essere un rapporto di causa-effetto tra il danno e l’errore del legale);
  2. se vi sia stato effettivamente un danno (per esempio: non potrebbe esserci risarcimento solo prendendo le mosse da un’azione “per una questione di principio”);
  3. se, con un comportamento diverso dell’avvocato, il diritto del cliente sarebbe stato riconosciuto. Infatti, se anche tenendo la corretta condotta, le sorti per il diritto del cliente non sarebbero mutate, allora alcuna responsabilità può essere addebitata al legale.

note

[1] Cass. ord. n. 2089/2018 del 29.01.2018.

[2] Art. 96 cod. proc. civ.

[3] Art. 2049 cod. civ.

[4] Cass. sent. n. 6782/2015, n. 24544/2009.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 4 dicembre 2017 – 29 gennaio 2018, n. 2089
Presidente Amendola – Relatore Tatangelo

Fatti di causa

L.S.M. ha proposto opposizione all’esecuzione e agli atti esecutivi, ai sensi degli artt. 615 e 617 c.p.c., nel corso di una procedura esecutiva promossa nei suoi confronti dall’amministratore di sostegno e legale rappresentante di F.M. sulla base di una sentenza penale di condanna al risarcimento dei danni derivanti dal reato di circonvenzione di incapace. Nel giudizio si è costituita F.M. , in proprio, aderendo alle ragioni dell’opponente, in favore del quale ha dedotto di avere rimesso il debito azionato. Il Tribunale di Torino ha rigettato l’opposizione.
La Corte di Appello di Torino, rilevata l’inammissibilità del gravame con riguardo ai motivi di opposizione agli atti esecutivi (art. 617 c.p.c.), ha confermato la decisione di primo grado in relazione al’opposizione all’esecuzione proposta ai sensi dell’art. 615 c.p.c..
Ricorre il L.S. , sulla base di cinque motivi.
Resiste con controricorso il tutore della F. , G.A. .
Non hanno svolto attività difensiva in questa sede gli altri intimati.
È stata disposta la trattazione in camera di consiglio, in applicazione degli artt. 375, 376 e 380-bis c.p.c., in quanto il relatore ha ritenuto che il ricorso fosse destinato ad essere dichiarato manifestamente infondato.
È stata quindi fissata con decreto l’adunanza della Corte, e il decreto è stato notificato alle parti con l’indicazione della proposta.
Il collegio ha disposto che sia redatta motivazione in forma semplificata.

Ragioni della decisione

1. Con il primo motivo del ricorso si denunzia “illegittimità della procedura esecutiva sia per la violazione dell’art. 404 c.c., dell’art. 407 c.c. e dell’art. 410 c.c. che dei principi cardine dell’istituto dell’amministrazione di sostegno”.
Con il secondo motivo si denunzia “improcedibilità della procedura esecutiva a causa del mancato esperimento del tentativo obbligatorio di mediazione di cui al D. Lgs. 4 marzo 2010 n. 28”.
I primi due motivi del ricorso sono manifestamente inammissibili.
Le censure in essi esposte non sono rivolte direttamente e specificamente nei confronti della sentenza impugnata, limitandosi il ricorrente ad affermare (peraltro in modo del tutto generico) l’illegittimità e l’improcedibilità della procedura esecutiva, senza neanche chiarire, in violazione dell’art. 366, comma 1, n. 6, c.p.c., se le relative questioni erano state poste nei gradi di merito, se erano state decise dal giudice di primo grado e se (ed in che termini) la decisione era stata eventualmente oggetto di gravame.
Non è possibile pertanto scrutinare nel merito detti motivi di ricorso, per l’evidente difetto di specificità dell’impugnazione.
2. Con il terzo motivo si denunzia “incompatibilità dei giudici secondo l’art. 51 c.p.c.”.
Anche questo motivo è manifestamente inammissibile, oltre che manifestamente infondato.
È sufficiente osservare che il ricorrente non chiarisce neanche se era stata proposta istanza di ricusazione dei giudici di appello, nei termini previsti dall’art. 52 c.p.c..
Inoltre il dedotto obbligo di astensione è ricondotto ad una circostanza (pronunzia della sentenza di interdizione della F. ) assolutamente non documentata, in palese violazione degli artt. 366, comma 1, n. 6, e 369, comma 2, n. 4, c.p.c., e che comunque non integra alcuna delle fattispecie previste dall’art. 51 c.p.c..
3. Il quarto motivo è così rubricato: “in ordine all’estinzione della pretesa creditizia per la sopraggiunta rimessione del debito dispositivo dell’art. 1236 c.c.”.
Il motivo è manifestamente inammissibile.
Il ricorrente deduce che l’atto di rimessione del debito posto a base della sua opposizione all’esecuzione sarebbe stato erroneamente ritenuto, nella sentenza impugnata, oggetto di annullamento da parte del GT (e cioè del giudice tutelare, presumibilmente) in data 9 maggio 2011, e poi di successiva conferma da parte della corte di appello in data 8 giugno 2012.
Il motivo non coglie la ratio decidendi della pronunzia impugnata, nella quale non si afferma affatto che l’atto di rimes-sione del debito da parte della F. è stato annullato dal giudice tutelare, ma si dichiara espressamente la nullità e l’assoluta inefficacia dello stesso, sia in quanto ritenuto incompatibile con le disposizioni dettate in sede di apertura dell’amministrazione di sostegno, sia perché nullo ai sensi dell’art. 1418 c.c., per contrasto con norma imperativa, in quanto frutto del reato di circonvenzione di incapace.
Le effettive ragioni poste dalla corte di appello alla base della decisione non risultano specificamente censurate, e dunque anche il motivo di ricorso in esame non può ritenersi ammissibile.
4. Con il quinto motivo si denunzia “mancato rispetto della previsione di cui all’art. 156 disp. att. c.p.c. e di cui all’art. 497 c.p.c. da parte dell’esecutante”.
Anche quest’ultimo motivo è manifestamente inammissibile. Esso riguarda motivi qualificabili come opposizione agli atti esecutivi ai sensi dell’art. 617 c.p.c., in quanto attinenti a questioni di regolarità della procedura esecutiva.
In relazione a detti motivi la corte di appello non si è affatto pronunziata nel merito, essendosi limitata a dichiarare (del tutto correttamente) inammissibile il gravame, in ragione della esclusiva proponibilità del ricorso straordinario per cassazione avverso le sentenze in materia di opposizione agli atti esecutivi.
Dunque, anche sotto questo aspetto, il ricorso non coglie la ratio decidendi della pronunzia impugnata ed è di conseguenza manifestamente inammissibile.
5. Il ricorso è dichiarato inammissibile.
Per le spese del giudizio di cassazione si provvede, sulla base del principio della soccombenza, come in dispositivo.
Deve inoltre farsi luogo alla condanna prevista dalla disposizione di cui all’art. 96, comma 3, c.p.c..
Il ricorso è stato infatti giudicato manifestamente inammissibile (oltre che, almeno in parte, manifestamente infondato), e dunque l’impugnazione risulta proposta da parte ricorrente con colpa grave, dovendosi certamente ritenere in una siffatta ipotesi percepibile dal legale abilitato all’esercizio presso le giurisdizioni superiori (professionista del cui operato la parte risponde ai sensi dell’art. 2049 c.c.: cfr. Cass., Sez. 3, Sentenza n. 20732 del 14/10/2016, Rv. 642925 – 01), sulla base della diligenza cui è tenuto per la prestazione altamente professionale che fornisce, la circostanza di perorare tesi palesemente infondate, e comunque di avanzare una impugnazione di legittimità non suscettibile di accoglimento.
La Corte stima peraltro equo contenere tale condanna nella misura di Euro 10.000,00 (importo pari a quello liquidato per le spese del giudizio di legittimità), in favore della parte controri-corrente.
Dal momento che il ricorso risulta notificato successivamente al termine previsto dall’art. 1, co. 18, della legge n. 228 del 2012, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti di cui all’art. 13, co. 1-quater, del D.P.R. n. 115 del 2002, introdotto dall’art. 1, co. 17, della citata legge n. 228 del 2012.

P.Q.M.

La Corte:
– dichiara inammissibile il ricorso;
– condanna il ricorrente a pagare le spese del giudizio di legittimità in favore della parte controricorrente, liquidandole in complessivi Euro 10.000,00, oltre Euro 200,00 per esborsi, nonché spese generali ed accessori di legge; condanna il ricorrente a pagare in favore della parte controricorrente l’ulteriore importo di Euro 10.000,00, ai sensi dell’art. 96, comma 3, c.p.c..
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17, della legge n. 228 del 2012, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.


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