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Mutuo sulla casa familiare: si può imporre il pagamento all’ex?

3 febbraio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 febbraio 2018



Il giudice della separazione può porre a carico di un genitore il pagamento del mutuo sulla casa familiare come forma di contributo per i figli; l’acquisto successivo dell’immobile può semmai giustificare una revisione dell’assegno.    

Ricevo da anni dal mio ex compagno gli alimenti per nostro figlio (ora maggiorenne). Il mio ex è molto facoltoso e vorrei che contribuisse ad estinguere il mutuo sulla casa che ho comprato dopo la separazione e in cui ho sempre vissuto con mio figlio al quale vorrei intestare il bene. C’è una legge a cui potrei appellarmi visto che il mio ex non ha mai contribuito alle spese per l’immobile?

Nessuna  norma di legge stabilisce un obbligo di contribuzione al pagamento del mutuo sulla casa familiare dopo la separazione dei coniugi o dei conviventi, sia pur in presenza di figli minori o non autosufficienti. Esistono tuttavia delle favorevoli pronunce sul tema che vanno, però, valutate con debita prudenza.

Mutuo sulla casa familiare: il pagamento può imporlo il giudice

Se è vero infatti che il giudice della separazione può imporre il pagamento delle residue rate di mutuo per l’acquisto della casa familiare come forma di contribuzione dell’ex coniuge al mantenimento dei figli, «trattandosi di voce di spesa sufficientemente determinata e strumentale alla soddisfazione delle esigenze in vista delle quali detto obbligo è disposto» [1], è anche vero che la situazione descritta dalla lettrice non è paragonabile a quella di un normale contesto separativo.

Qui infatti si parla di un acquisto effettuato dopo la separazione degli ex conviventi  e che, tra l’altro, fa seguito ad una pregressa decisione del giudice in merito al contributo al mantenimento per il figlio dovuto dal padre. Decisione che ha certamente già tenuto conto delle esigenze abitative del ragazzo, consentendo alla madre di provvedere con serenità ad assicurargli un adeguato habitat domestico.

In altre parole la lettrice afferma che il padre non ha mai contribuito alla situazione casa, ma in realtà il giudice, nel determinare l’importo complessivo dell’assegno, deve aver già tenuto conto dei costi legati alla casa.

La lettrice parla, infatti, di alimenti sempre versati dal padre. In realtà in questo caso non di soli alimenti si tratta (quelli, cioè, necessari a garantire ad un soggetto lo stretto necessario per vivere), ma di certo il contributo corrisposto dall’ex compagno può qualificarsi come assegno di mantenimento per il figlio; assegno che a suo tempo sarà stato determinato dal giudice tenendo conto di una molteplicità di fattori non solo legati al reddito dei genitori ma anche alle tante esigenze del figlio, quali quelle alimentari, scolastiche, sportive, sanitarie, sociali e, non in ultimo, abitative.

Assegno per i figli: dopo anni dalla separazione si giustifica la richiesta di aumento  

Il fatto che, però, ci sia un provvedimento del tribunale che ha stabilito l’ammontare di detto assegno di mantenimento non preclude alla lettrice possibilità di agire nei confronti dell’ ex compagno per ottenere un aumento del contributo che riceve per il figlio.

La legge, infatti, attribuisce ai genitori il diritto di chiedere in ogni tempo la revisione delle disposizioni relative alla misura e alla modalità del contributo al mantenimento dei figli [2]. Norma questa che va letta nel senso che ogni eventuale cambiamento (in questo caso di natura economica) in grado di avere una incidenza (in positivo o negativo) sulla sfera patrimoniale del figlio non economicamente autosufficiente, dà diritto alla domanda di modifica dell’assegno.

Ma vi è di più: i giudici si sono espressi più volte riguardo al fatto che la crescita dei figli comporta un automatico aumento delle loro esigenze [3]. Questa circostanza infatti rappresenta un frequente motivo di concessione dell’aumento dell’assegno di mantenimento e non richiede neppure una specifica prova. Una volta accertata, infatti, la disponibilità economica del genitore tenuto a versare l’assegno (che appare indubbia nel caso in esame), le aumentate esigenze dei figli giustificano da sole un aumento del contributo dovuto.

Considerato tutto questo e tenuto conto che certamente l’importo per il mantenimento del ragazzo stabilito dal giudice rimonda ad un momento passato, in cui (verosimilmente) il giovane era ancora minorenne e nel quale le sue esigenze erano senz’altro inferiori, ritengo che la lettrice possa certamente rivolgersi al giudice al fine di ottenere un aumento di detto assegno, anche considerando la sensibile disparità di reddito tra lei e il suo ex compagno.

La nuova contribuzione che il giudice andrà con tutta probabilità a determinare dovrà dunque tener conto di tutta una serie di nuovi fattori, legati alla attuale situazione di vita dei genitori e del figlio, ivi compresa la necessità della madre di estinguere le rate di mutuo sulla casa di abitazione.

Naturalmente la lettrice potrà anche proporre, nel contesto di questa domanda di revisione, che (in luogo dell’aumento dell’assegno) il padre del ragazzo provveda al pagamento del mutuo contratto per l’acquisto della casa, considerando che questa costituisce da sempre il luogo di residenza del figlio. Ma si tratta di valutazioni da farsi, unitamente al proprio avvocato, in base a tutte le circostanze del caso (tra cui anche dell’ammontare dell’importo residuo da versare).

Intestare la casa al figlio: prudenza è d’obbligo

Quanto alla intenzione della lettrice di intestare la casa al figlio, consiglierei di valutare con estrema ponderazione pro e contro una simile scelta. I ragazzi si trovano spesso in una fase delicata e volubile nella quale possono anche subire forti condizionamenti da parte di altre persone (specie se a queste legate sentimentalmente). Dunque, così facendo, la lettrice non potrà avere la certezza che il figlio non rivendichi la proprietà dell’immobile prima del tempo, per quanto tra loro ci sia un ottimo rapporto.

D’altronde la donna è ancora giovane e non può prevedere sin d’ora l’insorgenza di problemi di vario tipo (ad es. economici o di salute) che la portino in futuro alla necessità di vendere l’immobile.

note

[1] Cfr. Cass. civ., n. 20139/13.

[2] Ex art- 337 quinquies cod. civ.

[3] Cfr. Cass. Cass. sent. n. 8927/2012 e Trib. Milano, 19.03.2014.

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