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Cartelle di pagamento: le copie autenticate non sono valide

1 febbraio 2018


Cartelle di pagamento: le copie autenticate non sono valide

> Diritto e Fisco Pubblicato il 1 febbraio 2018



L’Agente per la Riscossione non può autenticare le cartoline delle raccomandate con avviso di ricevimento per dimostrare l’avvenuta notifica delle stesse.

Fuori gioco tutte le fotocopie prodotte dall’Agente della Riscossione. Anche se autenticate da un funzionario interno. A dirlo è la Cassazione [1] che torna a gamba tesa su uno dei punti più delicati del contenzioso tra contribuente ed esattore: la dimostrazione dell’avvenuta notifica della cartella di pagamento. La sentenza è di quelle – come si suol dire – “bomba” perché, se sarà seguita anche dai giudici di merito, renderà più difficile la difesa delle casse erariali in molte cause contro i contribuenti. Una vittoria per tutti? È troppo presto per dirlo, ma nel frattempo cerchiamo di spiegare meglio di cosa si tratta e perché la Cassazione ha detto che, in materia di cartelle di pagamento, le copie autentiche non sono valide.

Per capire meglio la questione ricorriamo a un esempio pratico, un caso di quelli che abbiamo già visto centinaia di volte.

Un contribuente subisce un pignoramento da parte dell’Agente della Riscossione, magari quello della casa o del quinto dello stipendio. Nell’avviso speditogli dall’esattore c’è un lungo elenco con una serie di codici riferiti a cartelle non pagate, alcune di queste da lui regolarmente ricevute, ma altre mai viste né sentite prima. Il sospetto, dunque, è che il fisco stia facendo il furbo e agisca contro di lui per debiti mai notificati. Per vederci chiaro, il contribuente presenta un’istanza di accesso agli atti amministrativi per visionare le copie delle cartoline a/r delle raccomandate (e rendersi conto se davvero le notifiche sono state fatte), ma nulla gli viene dato. Rafforzato nel suo sospetto, si decide a fare ricorso. In tribunale, però, l’Agente della riscossione produce una serie di fotocopie di avvisi di ricevimento; per dare valore alla fotocopia, ognuna di queste cartoline viene autenticata dal funzionario di turno. Secondo però il contribuente, trattandosi di fotocopie, tali documenti non dimostrano nulla, né l’autentica di un soggetto che non è un pubblico ufficiale potrebbe conferire loro quel valore di “originale” che non hanno. Chi ha ragione? La Cassazione spezza una lancia a favore del contribuente e dice «L’Agente della riscossione non può dichiarare la conformità agli originali delle copie delle cartoline di ricevimento delle notifiche delle cartelle di pagamento». Pertanto, se il contribuente disconosce le fotocopie, sostenendo di non aver mai ricevuto alcuna notifica, l’esattore deve immediatamente depositare gli originali delle stesse.

Il ragionamento svolto dalla Corte parte dalla legge. Un Decreto presidenziale del 2000 [2] attribuisce il potere di autenticare le copie a due categorie di soggetti:

  • al pubblico ufficiale con riferimento agli di atti da lui formati o detenuti (si pensi al caso del notaio che autentica un atto di vendita da lui stesso redatto o al cancelliere del tribunale che faccia un duplicato di una sentenza);
  • alle amministrazioni o ai «gestori di pubblici servizi» nel caso di documenti che il cittadino deve depositare presso di loro nell’ambito di specifici procedimenti.

Ora, sicuramente l’Agente della riscossione è un «gestore di pubblico servizio» e quindi potrebbe autenticare le copie, ma in questo caso il deposito non avviene – come dice la norma – presso la stessa amministrazione ma in giudizio, ossia in tribunale. Dunque l’autenticazione a fini processuali di copie di atti (cartoline di ricevimento) formati da terzi (l’agente postale) e detenuti dall’Agente della riscossione rientra nel precede caso e richiede la presenza di un «pubblico ufficiale». Ebbene, secondo la Cassazione i funzionari dell’Agenzia Entrate Riscossione non ricoprono questa veste. È vero: è ben possibile che soggetti privati abbiano la qualifica di pubblici ufficiali (un esempio è il medico di base), ma non è questo caso. La ragione è molto semplice: l’Esattore è parte in causa, ha un interesse economico a vincere il giudizio e quindi, se gli fosse data la possibilità di autenticare i suoi stessi documenti significherebbe dargli un’arma in più per vincere il giudizio, violando il principio di parità delle armi processuali. In buona sostanza, ricorrente e resistente devono avere gli stessi poteri. Questo concetto viene espresso dalla Cassazione con le seguenti parole, forse un po’ più arzigogolate, ma comunque chiari:  «non si può affermare che all’agente della riscossione, che è parte di un giudizio ed al quale è richiesto di dare prova dell’espletamento di una attività notificatoria, sia consentito di attribuire autenticità agli avvisi di ricevimento, che costituiscono documenti di provenienza dell’ufficiale postale, dato che l’autenticazione della copia può essere fatta: a) dal pubblico ufficiale dal quale l’atto è stato emesso; b) o presso il quale è depositato l’originale (come nel caso dei ruoli emessi dall’Agenzia delle entrate, nel qual caso il concessionario è autorizzato a rilasciarne copia, nell’interesse dei terzi, ai sensi dell’art. 14 della legge 4 gennaio 1968 n. 15)».

Il risultato è chiaro: se il contribuente sostiene di non aver mai ricevuto la cartella di pagamento e l’esattore, per dimostrare il contrario, deposita le fotocopie autenticate delle cartoline a/r, ove queste fotocopie siano state disconosciute dalla controparte, esse non hanno più alcuna validità. Dunque il giudice dovrà ritenere che le cartelle stesse non siano mai state notificate e, di conseguenza, annullarle.

note

[1] Cass. ord. n. 1974/18 del 26.01.2018.

[2] Art. 18, Dpr 445/2000. Art. 18 (L – R) Copie autentiche

1. Le copie autentiche, totali o parziali, di atti e documenti possono essere ottenute con qualsiasi procedimento che dia garanzia della riproduzione fedele e duratura dell’atto o documento. Esse possono essere validamente prodotte in luogo degli originali. (L)

2. L’autenticazione delle copie può essere fatta dal pubblico ufficiale dal quale è stato emesso o presso il quale è depositato l’originale, o al quale deve essere prodotto il documento, nonché da un notaio, cancelliere, segretario comunale, o altro funzionario incaricato dal sindaco. Essa consiste nell’attestazione di conformità con l’originale scritta alla fine della copia, a cura del pubblico ufficiale autorizzato, il quale deve altresì indicare la data e il luogo del rilascio, il numero dei fogli impiegati, il proprio nome e cognome, la qualifica rivestita nonché apporre la propria firma per esteso ed il timbro dell’ufficio. Se la copia dell’atto o documento consta di più fogli il pubblico ufficiale appone la propria firma a margine di ciascun foglio intermedio. Per le copie di atti e documenti informatici si applicano le disposizioni contenute nell’articolo 20. (L)

3. Nei casi in cui l’interessato debba presentare alle amministrazioni o ai gestori di pubblici servizi copia autentica di un documento, l’autenticazione della copia può essere fatta dal responsabile del procedimento o da qualsiasi altro dipendente competente a ricevere la documentazione, su esibizione dell’originale e senza obbligo di deposito dello stesso presso l’amministrazione procedente. In tal caso la copia autentica può essere utilizzata solo nel procedimento in corso. (R)

Autore immagine: 123rf com


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