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Violenza privata: cosa significa

2 febbraio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 febbraio 2018



La violenza privata limita la libertà di autodeterminazione della vittima. Vediamo cos’è e in quali casi costituisce reato.

La legge italiana punisce forme diverse di violenza: quella fisica, quella morale o psicologica, quella sessuale e anche quella privata. Cosa significa violenza privata? Costituisce reato? Scopriamolo insieme.

Violenza privata: cos’è?

Il concetto di violenza privata potrebbe far pensare all’esercizio della forza fatta in un luogo non pubblico: ad esempio, tra le mura domestiche. Così non è.

Per violenza privata, infatti, si intende la condotta di chi, attraverso la prepotenza, obbliga un’altra persona a fare o a tollerare qualcosa. In altre parole, la violenza non si esercita aggredendo il corpo della vittima, cioè percuotendola o arrecandogli lesioni, bensì in modo tale da costringerla.

Secondo il codice penale, chi, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare, od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni [1].

Quand’è violenza privata?

Secondo la giurisprudenza, la violenza privata si identifica con qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente della libertà di determinazione e di azione la vittima [2]. Ad esempio, si pensi a chi afferra e trattiene qualcuno per le spalle, impedendogli di allontanarsi.

Per capire ancora meglio cosa significa violenza privata, si prenda il classico esempio di chi parcheggia la propria autovettura in modo tale da bloccare il passaggio, impedendo così all’altra parte di muoversi. Ebbene, anche in questo caso la Corte di Cassazione ha ravvisato il delitto di violenza privata, in quanto il requisito della violenza si identifica in qualsiasi condotta volta a privare l’offeso della libertà di determinazione e di azione [3].

Continuando con le esemplificazioni “automobilistiche”, commette il reato di violenza privata anche chi, nel corso di una lite per motivi di viabilità stradale, si appropri delle chiavi di avviamento del motore dell’auto dell’atra parte, così impedendo a quest’ultima di riprendere la marcia [4]. Anche in questa circostanza, secondo i giudici, la vittima subisce una limitazione della sua libertà di autodeterminazione.

Integra altresì il reato di violenza privata la condotta del conducente che compie deliberatamente manovre insidiose al fine di interferire con la guida di un’altra persona, realizzando così una privazione della libertà di azione della vittima [5].

Infatti, il reato di violenza privata sussiste anche quando la vittima è posta di fronte all’alternativa di non muoversi o di muoversi col pericolo di arrecare danno ad altri, anche qualora, in quest’ultimo caso, si trattasse del reo stesso: è il caso di chi, per impedire che il guidatore di un’autovettura proceda liberamente, si sieda sul cofano o si ponga davanti ad essa, costringendo così il guidatore a fermarsi [6].

La giurisprudenza ha ravvisato il delitto di violenza privata in condotte molto diverse tra loro. Ad esempio, può sussistere il reato di violenza privata anche quando si obbliga taluno a firmare un documento. La Corte di Cassazione ha detto che colui che, avendo trovato in casa un uomo in intimo colloquio con la moglie, costringe costui, con minacce, a rilasciargli una dichiarazione scritta nella quale confessa di essere l’amante della donna, costituisce il reato di violenza privata, poiché non esiste un obbligo giuridico a riconoscersi colpevole [7].

Violenza privata: come riconoscerla?

Da tutti gli esempi sopra citati si evince che sussiste il reato di violenza privata ogni volta che la libertà di qualcuno venga limitata. Questa libertà può essere intesa sia come libertà di movimento (quindi di potersi spostare a proprio piacimento, di poter muover il proprio corpo anche all’interno di ridotti spazi), sia come libertà morale o di pensiero (cioè di poter esprimere la propria opinione o il proprio volere).

note

[1] Art. 610 cod. pen.

[2] Cass., sent. n. 3403/2009 del 29.01.2004.

[3] Cass., sent. n. 21779/2006 del 22.06.2006.

[4] Cass., sent. n. 36082/2007 del 02.10.2007.

[5] Cass., sent. n. 32001/2002 del 26.09.2002.

[6] Cass., sent. n. 9451/1974 del 03.12.1974.

[7] Cass., sent. del 15.06.1962.


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