Diritto e Fisco | Articoli

Pesce surgelato non indicato sul menu: che fare?

2 febbraio 2018


Pesce surgelato non indicato sul menu: che fare?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 febbraio 2018



Cibo al ristorante: i rischi per il ristoratore che mette in pericolo la salute dei clienti non indicando che il cibo è surgelato.

È sabato sera e con gli amici stai cercando un locale dove cenare. Ad un tratto vi avvicinate all’insegna di un ristorante che ha esposto una serie di fotografie di piatti di pasta al pesce, di crostacei e di molluschi. Attratti dalle immagini indicative di preparazioni succulente e dai prezzi abbordabili, entrate e vi soffermate sulla lista del menu. Lì ritrovate le stesse foto che erano state esposte all’esterno del locale, con l’indicazione del relativo nome del piatto: linguine all’astice, risotto ai funghi di mare, spaghetti e vongole, aragosta, grigliata mista, pesce spada, ecc. Il menu conferma i prezzi indicati all’esterno, così fate le vostre ordinazioni. Senonché, all’arrivo della pietanza, il più esperto di voi in gastronomia si accorge che si tratta di pesce surgelato. Lo fa presente al ristoratore il quale si scusa sostenendo che la stagione non è quella propizia per la pesca, il che è un fatto notorio: un cliente normalmente accorto avrebbe dovuto immaginare sin dall’inizio di mangiare cibo non fresco. Del resto – continua scusandosi il titolare del locale – lui si è limitato a stampare sul menu le fotografie dei piatti, senza indicare gli ingredienti e tanto basta a non costituire una reticenza o una menzogna. Per voi invece si tratta di una bella e buona frode e avete intenzione di non pagare il conto. Chi ha ragione? La questione è stata affrontata da una recente sentenza della Cassazione [1] che ha spiegato che si rischia se sul menu non è indicato che il pesce è congelato.

Chi vende cibo surgelato o congelato senza prima specificarlo, in modo espresso, al cliente rischia la reclusione fino a 2 anni e la multa 2.065 euro. È il reato di frode in commercio. Il reato si dice «consumato» quando il cliente ingerisce il cibo surgelato spacciato per fresco, ma può anche essere «tentato», quando ancora il cibo non viene ingerito ma viene semplicemente offerto al pubblico. Ebbene, secondo la Cassazione, per configurare il tentativo di frode in commercio basta la semplice esposizione di immagini raffiguranti cibo (nella fattispecie pesce) apparentemente fresco ma che tale non è. Il tentativo – dice la Corte – scatta tutte le volte in cui il ristoratore compie atti idonei diretti in modo inequivoco a consegnare ai clienti una cosa per un’altra oppure una cosa, per origine, qualità o quantità diversa da quella pattuita o dichiarata.

Di conseguenza costituisce tentato del delitto di frode in commercio anche il semplice fatto di non indicare nella lista dei cibi che determinati prodotti o ingredienti sono congelati, giacché il titolare del locale ha l’obbligo di dichiarare la qualità della merce offerta ai consumatori.

Secondo le Sezioni Unite della Cassazione [3], se il prodotto viene esposto sui banchi del negozio o comunque offerto al pubblico, la condotta posta in essere dal ristoratore è sufficiente a far scattare il tentativo di frode in commercio, perché dimostra l’intenzione di vendere proprio quel prodotto. La lista dei cibi contenuta nel menu consegnato ai clienti o sistemato sui tavoli di un ristorante equivale a una proposta contrattuale e manifesta l’intenzione di offrire i prodotti indicati nella lista. In sintesi anche la semplice disponibilità di alimenti surgelati, no indicati come tali nel menu, nella cucina di un ristorante, configura il tentativo di frode in commercio, indipendentemente dall’inizio della concreta contrattazione con il singolo avventore, ossia anche prima che questi abbia fornito le proprie ordinazioni al cameriere.

Anche l’esposizione di immagini del prodotto offerto, al posto della sua descrizione nel menu, è idonea a configurare il reato, vista la natura diretta a incentivare la consumazione del prodotto. Anche l’immagine fotografica del prodotto costituisce infatti offerta al pubblico, sicché la scelta del ristoratore di offrire un alimento attraverso le immagini, al posto di quella descrittiva, non esclude il reato.

Cosa può fare il cliente? In assenza di una accettazione espressa prima dell’ordine della pietanza può rifiutarsi di pagare il conto, essendo stata venduta una merce diversa da quella promessa, e può denunciare il fatto ai Nas.

note

[1] Cass. sent. n. 4735/2018.

[2] Art. 515 cod. pen.

[3] Cass. S.U. sent. n. 28/2000.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 19 ottobre 2017 – 1 febbraio 2018, n. 4735
Presidente Savani – Relatore Gai

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 31 gennaio 2017, la Corte d’appello di Bologna ha confermato la sentenza del Giudice dell’Udienza preliminare del Tribunale di Rimini con la quale T.M. era stato condannato, all’esito del giudizio abbreviato, alla pena sospesa di Euro 400,00 di multa, per il reato di cui all’art. 56, 515 cod.pen. perché, quale legale rappresentante della società Fricandò, proprietaria dell’esercizio commerciale “(omissis)”, deteneva per la vendita esclusivamente pesce congelato e compiva atti idonei alla somministrazione agli avventori dell’esercizio commerciale di ristorazione prodotti ittici surgelati in luogo di quelli freschi indicati nel menù. Fatto accertato in (omissis).
2. Avverso la sentenza ha presentato ricorso l’imputato, a mezzo del difensore di fiducia, e ne ha chiesto l’annullamento deducendo con un unico ed articolato motivo la violazione di cui all’art. 606 comma 1 lett. b), c) ed e) cod.proc.pen..
La Corte d’appello avrebbe erroneamente ritenuto sussistente l’ipotesi di reato di tentativo di frode in commercio dalla mera esposizioni di immagini ritraenti pietanze dalla quali non si potrebbe dedurre, in assenza di apposita lista, se i prodotti fossero freschi o surgelati, non potendo dalla mera immagine della pietanza ricavarne l’indicazione della natura dei prodotti impiegati nella sua preparazione; neppure potrebbe configurare l’”offerta in vendita” dalla mera immagine della pietanza posto che non vi sarebbero tutti gli elementi (prezzo) della offerta al pubblico disciplinata dal codice civile e l’immagine pubblicitaria avrebbe come unico scopo quello di incentiva il consumo, ma non potrebbe costituire un’offerta al pubblico. Conclusivamente, argomenta il ricorrente, che l’immagine pubblicitaria di una pietanza in sé non avrebbe alcuna valenza se non quella dimostrativa della presentazione del piatto perché è solo con l’inserimento nella lista data agli avventori o posizionata sul tavolo che si manifesta intenzione del ristoratore ad offrire quei prodotti. Da qui l’insussistenza del reato contestato di frode in commercio.
Censura, poi, la carenza di motivazione sulla doglianza difensiva che lamentava la mancata acquisizione dei menù posti sul tavolo, in ragione dell’operata scelta del rito abbreviato e la illogicità della motivazione in relazione alla inequivocità degli atti a commettere il reato contestato. La semplice esposizione all’interno dei locali di immagini raffiguranti le pietanze sarebbe diretta ad incentivare il consumo, ma non sarebbe condotta inequivoca a dimostrazione le qualità delle pietanze raffigurare nei menù e a manifestare l’intenzione del ristoratore a consegnare un prodotto diverso.
3. Il Procuratore Generale ha chiesto, in udienza, che il ricorso sia rigettato.

Considerato in diritto

4. Il ricorso è manifestamente infondato e va, pertanto, dichiarato inammissibile.
Manifestamente infondata è la censura di violazione di legge e di vizio di motivazione in relazione alla configurazione del delitto tentato di frode in commercio.
Secondo l’indirizzo ormai consolidato di questa Corte di legittimità, il tentativo del reato di cui all’art. 515 cod.pen. è configurato e si verifica quando l’alienante compie atti idonei diretti in modo non equivoco a consegnare all’acquirente una cosa per un’altra ovvero una cosa, per origine, qualità o quantità diversa da quella pattuita o dichiarata.
Di conseguenza, come ripetutamente ribadito dalla giurisprudenza di legittimità, costituisce il tentativo del delitto di frode in commercio anche il semplice fatto di non indicare nella lista delle vivande che determinati prodotti sono congelati, giacché il ristoratore ha l’obbligo di dichiarare la qualità della merce offerta ai consumatori.
Il contrasto interpretativo in ordine alla configurabilità dei tentativo di frode in commercio, peraltro risalente nel tempo (cfr. per la tesi opposta Sez. 3, n. 37569 del 25/09/2002, P.M. in proc. Silvestro, Rv 222556), risulta definitivamente superato dalla giurisprudenza più recente, ma ormai consolidata, che, a partire dalle Sezioni Unite di questa Corte (S.U., n. 28, del 25 ottobre 2000, Morici, Rv 217295), hanno affermato il principio che se il prodotto viene esposto sui banchi dell’esercizio o comunque offerto al pubblico, la condotta posta in essere dall’esercente l’attività commerciale è idonea ad integrare il tentativo perché dimostra l’intenzione di vendere proprio quel prodotto. La lista delle vivande consegnata agli avventori o sistemata sui tavoli di un ristorante equivale ai fini che qui interessano, ad una proposta contrattuale nei confronti dei potenziali clienti e manifesta l’intenzione del ristoratore di offrire i prodotti indicati nella lista, dunque, “anche la mera disponibilità di alimenti surgelati, non indicati come tali nel menu, nella cucina di un ristorante, configura il tentativo di frode in commercio, indipendentemente dall’inizio di una concreta contrattazione con il singolo avventore” (Sez. 3, n. 39082 del 17/05/2017, P.G. in proc. Acampora, Rv. 270836; Sez. 3, n. 899 del 20/11/2015 Bordonaro, Rv. 265811; Sez. 3, n. 5474 del 05/12/2013, Prete, Rv. 259149; Sez. 3, n. 44643 del 02/10/2013, Pellegrini e altri Rv. 257624; Sez. 3, n. 6885 del 18/11/2008, Chen, Rv. 242736; Sez. 3, n. 24190 del 24/05/2005 Bala, Rv. 231946).
I giudici del merito hanno fatto corretta applicazione dello ius receptum e hanno congruamente motivato la responsabilità penale del ricorrente e, sulla scorta dell’accertamento fattuale insindacabile in questa sede, hanno ritenuto il tentativo di frode in commercio in presenza di detenzione all’interno dell’esercizio commerciale di gastronomia “(OMISSIS) ” di alimenti surgelati (pesce) destinati alla somministrazione, senza che nel menù fosse stata indicata tale qualità in assenza, oltretutto, di alimenti freschi essendo congelata la totalità delle provviste. Quanto poi alle modalità di rappresentazione dell’offerta dei prodotti, la corte territoriale ha condivisibilmente, ritenuto che anche l’esposizione di immagini del prodotto offerto, in luogo della sua descrizione nel menù, è idonea a configurare la condotta di reato, stante la natura diretta a incentivare la consumazione del prodotto. Anche l’immagine fotografica del prodotto costituisce offerta al pubblico, sicché la scelta del ristoratore di offrire un alimento attraverso la raffigurazione fotografica dello stesso, in luogo di quella descrittiva, non vale ad escludere la condotta di tentata frode in commercio qualora non contenga l’indicazione de qua.
Quanto, infine, al profilo di censura sulla mancanza di sequestro dei menù e, dunque, della prova dell’esistenza del menù, censura peraltro ripetitiva di quella già devoluta e disattesa dal giudice dell’impugnazione, rileva il Collegio che il ricorrente aveva scelto di essere giudicato con il giudizio abbreviato, giudizio a prova contratta nel quale assumono valore probatorio tutti gli atti di indagini compiuti, e che dalla sentenza del Giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Rimini risulta l’esistenza dei menù (cfr. pag. 2), sicché la doglianza, che prospetta un travisamento del fatto, non è proponibile in questa sede.
5. Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile e il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese processuali ai sensi dell’art. 616 cod.proc.pen. Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale in data del 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza “versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità”, si dispone che il ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI