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Lo sai che? Il comodato di una casa è una donazione?

Lo sai che? Pubblicato il 6 febbraio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 6 febbraio 2018

Dare in prestito a una persona un appartamento per viverci si può considerare un regalo da considerare ai fini dell’eredità?

Il comodato: un termine giuridico che possiamo tradurre, in parole comuni, con la parola «prestito». Dare in comodato una casa, un appartamento o qualsiasi altro immobile significa prestarlo gratuitamente, senza voler nulla in cambio. Ovviamente non c’è uno scopo se non il fine stesso della generosità (in termini giuridici si chiama «spirito di liberalità»). A questo punto è legittimo chiedersi se il comodato di una casa è una donazione, ossia l’attribuzione di un diritto a titolo gratuito come può essere ad esempio la consegna di una somma di denaro, di un’auto o di qualsiasi altro bene. È vero, c’è una differenza di fondo: nel comodato il bene va sempre restituito alla scadenza concordata, mentre nella donazione no. Una cosa regalata non può essere più chiesta indietro. Ma non c’è dubbio che, quando il comodato ha oggetto un immobile, il vantaggio consiste già solo nel fatto di un notevole risparmio di soldi per l’affitto che, altrimenti, il comodatario avrebbe dovuto sborsare in favore di un ipotetico padrone di casa. Il risultato, alla fine dei conti, è lo stesso di un regalo avente ad oggetto una discreta somma di denaro. Insomma, il comodato potrebbe apparire, a tutti gli effetti, come una donazione indiretta, con lo scopo di procurare cioè una specifica utilità. Se il comodato di una casa è una donazione o meno non è questione di pura “lana caprina”, ma ha degli effetti importantissimi nel momento in cui si va a dividere l’eredità di una persona. A breve spiegheremo il perché con un esempio pratico. La questione è stata di recente affrontata dal Tribunale di Padova con una sentenza che chiarisce se dare in prestito una casa a una persona per viverci è un regalo o meno.

Immaginiamo che una coppia di genitori, con due figli, dia in prestito, ad uno di questi, un appartamento per viverci, in attesa che abbia un reddito sufficiente per poterne acquistare uno proprio. L’utilizzo dura almeno dieci anni. Alla morte della coppia viene divisa l’eredità, costituita appunto da tale immobile e da un conto in banca. Tuttavia, l’altro fratello chiede di ottenere anche 50 mila euro quale controvalore del godimento dell’appartamento dei genitori, utilizzato quale abitazione privata del primo figlio. Si sarebbe trattato, infatti, di una donazione indiretta, che avrebbe dovuto essere oggetto di collazione, ossia di quella verifica che si fa alla morte di una persona per calcolare, oltre ai beni dati in eredità, anche quelli già donati in vita ed evitare così sperequazioni.

Una domanda di questo tipo ha fondamento giuridico? Ecco qual è stata la risposta del tribunale di Padova.

Le caratteristiche tipiche del comodato gratuito sono l’obbligo di restituzione della cosa data in prestito e una durata prestabilita. Tali elementi sono incompatibili con la donazione che, invece, si caratterizza per un gesto di puro altruismo. Pertanto la concessione dell’uso di un appartamento costituisce un semplice contratto di comodato e mai una donazione indiretta, seppure finisce per dare un’utilità pari al risparmio per un affitto. L’arricchimento procurato dalla donazione, infatti, non può coincidere con il vantaggio che il comodatario trae dall’uso personale dell’immobile.

In sostanza, conclude il Tribunale, «la predeterminazione del periodo di durata del rapporto nascente dal comodato e dunque la delimitazione nel tempo del beneficio attribuito dal comodante al comodatario costituiscono elementi peculiari di tale contratto, estranei alla struttura ed alla finalità della donazione».

Quindi, nel caso di specie, il fratello coerede che ha ottenuto metà del patrimonio dei genitori non potrà chiedere all’altro fratello, che in più ha già ricevuto il beneficio di vivere per numerosi anni nel loro appartamento, una somma di denaro quale controvalore per l’utilizzo dell’appartamento, quasi come se fosse un canone di affitto. Il vantaggio procurato in vita dai genitori con il contratto di comodato – la casa in prestito – non viene diviso con l’eredità.

note

[1] Trib. Padova, sent. n. 2081/2017.

Tribunale di Padova – Sezione I civile – Sentenza 5 settembre 2017 n. 2081

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI PADOVA

SEZIONE PRIMA CIVILE

Il Tribunale, nella persona del giudice unico Dott. Federica Sacchetto

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al ruolo al N. 2353/2014 R.G., promossa

DA

L.R. (c.f. (…)), con il patrocinio dell’avv. GA.LU., elettivamente domiciliata in VIA (…) PADOVA, presso il difensore avv. GA.LU.

– attore – CONTRO

(…)(C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. TO.MA., elettivamente domiciliata in VIA (…) PADOVA presso lo studio dell’avv. TO.MA.

– convenuto –

(…) (C.F. (…)) , con il patrocinio dell’avv. TO.MA., elettivamente domiciliata in VIA (…) PADOVA presso lo studio dell’avv. TO.MA.

– convenuto –

(…) (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. TO.MA., elettivamente domiciliato in VIA (…) PADOVA presso lo studio dell’avv. TO.MA.

– convenuto –

(…) (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. TO.MA. e elettivamente domiciliata in VIA (…) PADOVA presso lo studio dell’avv. TO.MA.

– convenuto –
OGGETTO: Divisione di beni caduti in successione MOTIVI DELLA DECISIONE

Con atto di citazione in data 27.2.2014, notificato a (…), (…), (…) e (…), l’attrice, (…), adiva questo Tribunale esponendo che in data 6.12.2006 era deceduto il proprio padre, (…),

lasciando eredi essa attrice, l’altra figlia, (…) e la moglie, (…), che quest’ultima era poi deceduta il 27.10.2007, lasciando eredi essa attrice e l’altra figlia, (…), che nelle eredità erano compresi un complesso immobiliare, che le sorelle avevano provveduto a dividere con scrittura privata, la cui autenticità era stata accertata nel corso di un successivo giudizio, e due depositi bancari, l’uno (n.(…)), cointestato al padre, alla madre e alla nipote (…), e l’altro (n.(…)) cointestato alla madre, ad essa attrice e alla nipote, (…), che in sede di divisione le era stata attribuita una quota del saldo dei depositi, inferiore a quella di 1⁄2 a lei spettante, considerato che la provvista dei conti proveniva esclusivamente dai genitori e non dalle altre cointestatarie, che inoltre, nell’ambito della controversia giudiziaria che aveva portato alla divisione immobiliare, essa aveva appreso che dai conti indicati erano fuoriuscite ingenti somme, destinate alla sorella, alle di lei figlie, (…) e (…) ed al di lei genero, (…), con l’emissione di assegni del complessivo importo di Euro.248.106,86, quanto al primo conto, ed Euro.23.259,90, quanto al secondo conto, che la domanda svolta nel suddetto giudizio, diretta ad ottenere la restituzione di quanto a lei spettante, era stata ritenuta inammissibile e che essa intendeva pertanto riproporre nella presente sede tale pretesa. L’attrice allegava inoltre che la sorella aveva fruito, a titolo di donazione indiretta, dalla madre, del godimento di uno degli appartamenti di proprietà della stessa, oltre che delle spese delle utenze relative, a carico dei genitori, attribuzione liberale che avrebbe dovuto essere oggetto di collazione, mediante il conferimento del controvalore di Euro.78.000,00, oltre che del corrispettivo delle spese per utenze; ciò premesso l’attrice concludeva come in epigrafe.

Si costituivano in giudizio i convenuti, che contrastavano le pretese dell’attrice, in particolare allegando che le somme fuoriuscite dai conti dei defunti erano state destinate ai bisogni domestici e personali degli stessi, che avevano avuto necessità di essere assistiti da badanti, retribuite con pagamenti in contanti, in un contesto in cui (…) aveva continuato a gestire personalmente, fino alla sua morte, i propri averi, avvalendosi di essi convenuti, di volta in volta, secondo la disponibilità, soltanto per cambiare assegni e prelevare somme dal suo conto corrente, al fine di provvedere con i contanti così ottenuti a tutte le esigenze familiari, sicché non vi era stato alcun rapporto di mandato o di gestione d’affari da parte di essi convenuti; deducevano che soltanto gli assegni per complessivi Euro.5.590,00, emessi dal padre fra il 2004 e il 2005 in favore della figlia (…), erano stati destinati ai bisogni della stessa, ed in particolare al pagamento di spese dentistiche, in un periodo in cui essa non lavorava a ed accudiva i genitori, e non erano dunque qualificabili come donazioni e, se tali, rientravano nei regali d’uso, non soggetti a collazione; allegavano inoltre che la cointestazione del conto n.(…) a (…) era funzionale ad attribuire alla stessa la quota di 1/3 del deposito, per ricompensarla dell’opera continua di assistenza prestata ai nonni e dunque non costituiva donazione, ma controprestazione di tale attività; negavano infine che il godimento dell’abitazione di proprietà della madre da parte di (…) costituisse donazione, trattandosi della controprestazione dell’attività di assistenza continua, che la figlia, per la vicinanza dell’abitazione, aveva prestato ai genitori, e negavano altresì che le spese per le relative utenze fossero state sostenute dai defunti, avendo l’abitazione utenze distinte, intestate al marito della convenuta R. e chiedevano il rigetto delle domande.

Osserva il Tribunale che le domande dell’attrice sono solo parzialmente fondate e vanno pertanto accolte nei limiti che si vanno ad indicare.

Invero va rilevato che appare fondata la pretesa dell’attrice di condanna della convenuta (…) alla restituzione della somma di Euro.19.092,55, pari alla metà dell’importo che essa ha trattenuto al momento della chiusura del conto n.(…), cointestato alla stessa ed ai nonni materni, dopo la morte di questi ultimi. In proposito va osservato che l’attrice ha correttamente evidenziato che il conto era alimentato esclusivamente dalle pensioni dei defunti, oltre che dai proventi dei loro risparmi (cedole di titoli), e dunque il denaro depositato era di esclusiva proprietà dei medesimi. La stessa convenuta ha ammesso la circostanza ed ha tuttavia sostenuto che l’intestazione sarebbe stata voluta dai nonni, per attribuirle la corrispondente quota di denaro, a titolo di corrispettivo per l’attività di assistenza loro prestata in vari anni. Tale assunto della convenuta non è in alcun modo provato, in quanto non è accertata alcuna, espressa manifestazione di volontà in tal senso dei proprietari del denaro ed il mero fatto della cointestazione del conto corrente non è indice di una volontà tacita nello stesso senso, apparendo la cointestazione meramente formale e funzionale a consentire alla nipote di compiere operazioni sul conto.

Tale giudizio è fondato sulle risultanze dell’istruttoria documentale e della CTU, che hanno consentito di accertare che l’impiego del denaro presente nel conto n.(…), avveniva con una modalità consolidata, rappresentata dall’emissione di assegni, in massima parte sottoscritti da (…), prevalentemente con beneficiario se medesimo o la nipote (…), incassati dallo stesso fino all’agosto 2001 e successivamente, in via prevalente od esclusiva, dalla nipote (…), impiegata bancaria. Il fatto che gli assegni emessi fossero sottoscritti quasi totalmente da (…), anche quando beneficiaria ne risultava la nipote, dimostra che il nonno considerava proprio e non anche della nipote tutto il denaro. E’ particolarmente significativo in proposito l’assegno di Euro.16.000,00, emesso da (…) il 9.9.2002, sulla cui matrice risulta apposta la dicitura “a (…) e (…) vedi ricevuta” poiché, se il denaro fosse appartenuto alla stessa (…), come da lei affermato, essa lo avrebbe prelevato direttamente dal conto, trattandosi di importo inferiore ad 1/3 dell’intero deposito.

La suindicata modalità operativa si è conservata fino alla morte del (…), all’età di 91 anni, e dopo la sua morte è stato aperto un secondo conto, cointestato alla stessa attrice, oltre che alla madre e alla nipote (…), nel quale è confluita parte del denaro del primo conto (Euro 10.000) e sono state poi accreditate le pensioni di (…), conto che è stato utilizzato con l’emissione di assegni, sottoscritti da (…), o in proprio favore, o. in favore della madre o della sorella, essendo la (…), affetta da demenza senile (doc. 22 convenuti), incapace di far fronte alla cura personale e domestica ed assistita da una badante.

Va sottolineato poi che dagli estratti dei conti emerge che non vi era alcun pagamento, se non di alcune utenze, che venisse effettuato tramite banca, il che dimostra che tutte le loro esigenze, venivano fronteggiate abitualmente dai coniugi (…) con pagamenti in contanti (cfr. CTU e allegati 6 e segg.).

Tale giudizio trova ulteriore conferma nel fatto che dopo la morte di (…), che risulta aver emesso assegni fino a pochi giorni prima della sua morte, tale prassi si è perpetuata con riferimento al conto n. (…), nel quale confluivano le pensioni della madre, in quanto era la nipote (…) ad emettere gli assegni necessari per procurare la liquidità con la quale venivano

sostenute le spese, evidentemente necessarie, per il mantenimento di (…) e per la retribuzione della sua badante. Particolarmente significativo è il fatto che la stessa attrice, contitolare di detto conto, all’evidenza aperto per consentire alla madre di attingere il denaro necessario per i suoi bisogni personali e domestici, abbia assentito alla cointestazione dello stesso alla nipote L. e alla possibilità di costei di operare disgiuntamente, ben sapendo che la madre, effettiva titolare del denaro, era incapace e non avrebbe potuto effettuare i prelievi necessari, poiché dimostra la piena consapevolezza in capo all’attrice delle modalità con cui il denaro sarebbe stato utilizzato, che erano quelle da sempre attuate anche dal padre, e la sua tacita adesione alle operazioni compiute dalla nipote.

La richiamata situazione di fatto appare univocamente dimostrativa di ulteriori circostanze. In primo luogo risulta avvalorato l’assunto dei convenuti, secondo cui è stata la figlia (…) insieme alle di lei figlie a seguire i genitori, ultraottantenni (il padre nato nel (…), la madre nel (…)) nelle loro esigenze, negli ultimi anni di vita, prestandosi dunque a perfezionare operazioni bancarie e verosimilmente, come allegato, accompagnando il R. e la moglie nei luoghi in cui essi avevano necessità di recarsi (per spese alimentari e personali, visite a parenti e amici, controlli medici, ecc.) rappresentando dunque i familiari di riferimento per i due anziani.

Risulta altresì confermata l’allegazione dei convenuti, secondo cui le somme portate dagli assegni erano destinate ai bisogni dei due anziani, poiché il complessivo importo delle somme prelevate (al netto di alcuni importi che si esamineranno in seguito) appare più che proporzionato alle presumibili esigenze dei coniugi. Va invero considerato che in periodo non sospetto, e cioè fra il maggio ed il dicembre 2001, (…) ha emesso assegni, quasi esclusivamente in proprio favore, per complessivi Euro 16.268,41, il che fa presumere che nell’intero anno, per le esigenze della sua famiglia, egli abbia prelevato non meno di Euro 24.000,00, e cioè Euro 2.000,00 mensili. In seguito si è resa necessaria l’assunzione di Una badante a tempo pieno, convivente (docc. 7 – 8 convenuti), il che rende plausibile che gli esborsi mensili si siano incrementati di un importo di Euro 1.000 – 1.500,00, tenuto conto della retribuzione, dei contributi e del vitto e alloggio per la badante (doc. 8 convenuti). Ne consegue che risulta temeraria la pretesa dell’attrice di considerare somme abusivamente utilizzate dai convenuti tutte quelle che il padre ha prelevato dal suo conto in sette anni, in primo luogo per mantenere sé e la moglie invalida e che, al contrario, un esborso complessivo, medio di circa Euro 3.000 – 3.500,00 mensili, quale risulta dai prelievi accertati, appare conforme alle esigenze di mantenimento della famiglia. Va invero sottolineato che i coniugi erano entrambi ex dipendenti pubblici (titolari di pensione INPDAP), con un tenore di vita che è plausibile non fosse dunque modestissimo, e disponevano dei mezzi necessari per farvi fronte, godendo di pensioni per circa complessivi Euro.2.400,00 mensili fino al 2003 e poi di circa Euro.2.900,00, oltre che di risparmi consistenti, presenti nel conto e in un deposito titoli (docc. 1 – 2 attrice).

Va ancora osservato che (…) risulta aver frequentemente annotato sulla matrice degli assegni la destinazione della somma portata dal singolo titolo, molto spesso con la dicitura “per casa”. L’attrice ha dichiarato di “non riconoscere” la grafia del padre, ma anche a voler considerare inutilizzabili tali scritture, ovviamente prive di firma, la destinazione di molte delle somme

incassate “per casa” è dimostrata dal fatto che i coniugi dovevano mantenersi e che pagavano in contanti tutto quanto era loro necessario, escluse le utenze.

D’altra parte il fatto che le diciture sulle matrici non siano autentiche o manchino, non può essere valorizzato come indicativo della destinazione del denaro a terzi ed in particolare ai convenuti, a titolo di liberalità.

In altre parole il fatto che gli assegni siano stati incassati dai convenuti, non significa che le somme corrispondenti fossero loro destinate a titolo di liberalità, essendo invece del tutto verosimile che siano state consegnate al (…) per le sue spese, come si desume dal fatto che dal 2004 in poi tutti gli assegni, a prescindere dal beneficiario, risultano incassati da (…) e, se si dovesse ritenere per questo che il denaro fosse stato destinato alla stessa, ne deriverebbe che i nonni, per tre anni, non avrebbero avuto alcunchè per mantenersi. In definitiva, poiché la figlia e le nipoti si occupavano di coadiuvare i congiunti nelle incombenze quotidiane (la presenza di una badante non esclude la necessità della presenza dei familiari avendo la prima, del tutto verosimilmente, solo compiti di cura della casa e delle persone), si può presumere soltanto che questi ultimi ricambiassero l’aiuto o erogando somme in contanti, o emettendo direttamente alcuni assegni in favore dei congiunti, o acquistando beni per loro, ad esempio la benzina necessaria per il trasporto (come riconosciuto dalla stessa attrice), con ciò rimborsando le spese sostenute ed erogando un riconoscimento economico, come del resto avviene in molte famiglie, riconoscimento che ha dunque il carattere della liberalità correlata a servizi resi dalle congiunte e comunque conforme agli usi, non soggetto ad alcuna formalità.

Diversa considerazione va fatta per le somme che il padre ha certamente erogato alla figlia (…) con assegni in suo favore, in parte con la causale “spese dentistiche”, per complessivi Euro 5.590,00 nell’arco di due anni, essendo plausibile che egli abbia inteso sostenere la figlia che, per allegazione della stessa attrice, era priva di lavoro stabile (doc. 26 convenuti) e aveva verosimilmente difficoltà a sostenere spese straordinarie, notoriamente onerose, quali quelle dentistiche, e ciò in adempimento di un obbligo di solidarietà familiare che non integra liberalità.

Le considerazioni che precedono valgono pertanto a confermare l’esclusione della proprietà in capo ad (…) di 1/3 del denaro depositato nel conto n. (…), denaro che la predetta convenuta dovrà restituire all’attrice, nella misura di metà della quota di saldo percepita, di Euro 38.185,08. Le stesse considerazioni valgono, tuttavia, anche per escludere che la (…) o altro convenuto abbia ricevuto un mandato per amministrare il denaro dei conti, mandato il cui contenuto non è stato neppure allegato dall’attrice (quando è stato conferito il mandato, i convenuti erano tutti mandatari, singolarmente o congiuntamente, quali erano gli obblighi assunti, mandante era solo il padre o anche la madre, incapace) . Nel mentre è escluso che sul primo conto abbiano operato persone diverse da (…) e (…) (il che esclude qualunque rapporto, non solo di mandato, ma anche di gestione d’affari degli altri convenuti per tale conto) e che sul secondo conto abbia operato persona diversa da (…), (il che esclude qualunque rapporto, non solo di mandato, ma anche di gestione d’affari degli altri convenuti per tale conto), la formale cointestazione dei conti appare indicativa della volontà degli effettivi titolari delle

somme depositate di autorizzare le nipoti ad operare sui conti, eseguendo dunque le operazioni consentite loro dalla cointestazione e dal potere di firma disgiunta.

Ne deriva che il solo obbligo di rendiconto al quale le predette convenute possono considerarsi tenute è rappresentato dalla regolarità delle operazioni da loro compiute e non già dall’impiego del denaro ricavato da ciascuna operazione, come sostenuto dall’attrice. Invero di tale impiego si è occupato direttamente (…) fino alla sua morte, poiché gli assegni emessi sul primo conto risultano sottoscritti quasi totalmente da lui. Quanto invece agli assegni che (…) ha emesso personalmente, va rilevato che si tratta di un assegno di Euro 1.000,00, emesso in proprio favore il 28.3.2003, in coincidenza con il pagamento alla badante di un compenso in contanti di Euro 850,00, in un mese in cui risulta un solo altro assegno in favore di (…) per Euro 500,00, di un secondo assegno di Euro 1.100,00 emesso in favore del proprio coniuge il 31.12.2004, di un terzo assegno di Euro 1.000,00, emesso in proprio favore il 3.8.2005 e di due ulteriori assegni, emessi dopo la morte del nonno, l’uno in proprio favore di Euro 500,00 e l’altro in favore dell’impresa funebre di Euro 3.550,00.

Relativamente ai primi tre assegni va rilevato che l’epoca di emissione (in un contesto in cui (…) aveva il pieno controllo del conto ed emetteva periodicamente e personalmente numerosi assegni) ed il relativo importo, sono circostanze che inducono ad escludere l’illecita appropriazione dei corrispondenti importi da parte di (…), mentre gli ultimi due assegni, emessi dopo la morte del nonno, sono certamente destinati a spese nell’interesse dei titolari (ordinario compenso alla badante e spese funebri).

Quanto agli assegni è da (…) sul secondo conto, va rilevato che il rendiconto contenuto nella comparsa di risposta appare pienamente attendibile e coerente con le risultanze documentali inerenti i compensi erogati alla badante, oltre che con i presumibili oneri correlati al mantenimento di (…) e della stessa badante e alle spese funebri (non è dato comprendere come la madre dell’attrice, totalmente incapace e bisognosa di continua assistenza avrebbe potuto sostenere le spese del suo mantenimento per undici mesi di vita senza il denaro prelevato con gli assegni), sicché è infondata la pretesa dell’attrice di restituzione delle somme oggetto degli assegni emessi dalla nipote e la pretesa restitutoria va accolta nei limiti del più modesto importo di 1/2 di Euro.350, 00, trattenuto da (…) relativamente al conto n.(…) al momento del saldo.

Va conclusivamente osservato che, anche a prescindere dalla richiamata ricostruzione dei conti, trattandosi di mandato a compiere operazioni bancarie sui conti stessi, appare chiaro che con la loro chiusura e con l’incasso da parte dell’attrice del saldo, essa, quale erede dei presunti mandanti e mandante in proprio per il secondo conto, ha accettato il rendiconto implicitamente reso dalle cointestatarie formali, non avendo formulato alcuna riserva in ordine alla correttezza del saldo. Né il fatto che ciò sia avvenuto con dichiarazione resa alla banca esclude tale valutazione, essendo gli atti formati congiuntamente da tutti i titolari del conto, oltre che dalla banca (docc. 11 convenuti).

Quanto agli assegni di importi più significativi emessi da (…) in favore delle nipoti, del marito della nipote (…), (…), e della figlia va rilevato quanto segue.

La convenuta (…) ha ammesso che l’assegno di Euro 16.000,00 emesso in suo favore dal nonno il 9.9.2002 costituisce donazione per le sue nozze. Tale allegazione appare del tutto plausibile, poiché, pur non essendovi coincidenza temporale fra la dazione della somma ed il matrimonio, avvenuto nel febbraio 2003, la circostanza che la somma, stessa sia stata erogata congiuntamente ai due fidanzati (tale è la dicitura della matrice, che sebbene contestata appare del tutto verosimile) rende del tutto plausibile che essa rappresenti un donativo effettuato in occasione delle nozze della nipote, essendo ragionevole ritenere che in vista della cerimonia nuziale ma prima di essa, la coppia dovesse sostenere spese ingenti, e che i nonni, come spesso avviene, effettuassero un regalo in denaro per sostenerle.

Non appare ravvisabile una causa di nullità della donazione, per mancanza della forma prevista dall’art.782 c.c., atteso che la somma indicata, pur significativa, appare qualificabile di modico valore, ai sensi dell’art.783 c.c., trattandosi di importo pari a meno di 1/10 della liquidità di cui all’epoca disponevano i nonni, che erano inoltre proprietari di due abitazioni, e dunque di un valore inidoneo ad incidere in misura significativa sul patrimonio dei donanti (cfr. in tal senso Cass. 30.12.1994, n. 11304).

Quanto agli altri assegni di importo significativo emessi a favore dei convenuti dal defunto, va rilevato che non vi sono elementi per considerare le attribuzioni di denaro come donazioni nulle per difetto di forma. Invero, quanto all’assegno di Euro 6.500,00 emesso il 30.5.2005 in favore del convenuto (…), va rilevato che appare del tutto plausibile si sia tratto di un temporaneo prestito, risultando un bonifico sul conto del medesimo importo da parte del (…) il successivo 21.6.2005.

Quanto all’assegno di Euro 10.500,00 emesso in data 12.9.2005 in favore di R.G., va osservato che dalla comunicazione in data 22.7.2008 dell’attrice (doc. 31) si evince l’attendibilità dell’assunto della convenuta circa la destinazione, della somma ad un risarcimento in favore della suocera, per una causale non meglio accertata, circostanza che porta ad escludere che la dazione della somma integri una donazione del padre in favore della figlia.

Quanto infine all’assegno di Euro.15.390,00 emesso in favore di (…) il 13.3.2006, va osservato che la rilevanza dell’importo non è sufficiente ad affermare che si sia trattato di una dazione a titolo di donazione.

Ne consegue che è infondata la pretesa dell’attrice di restituzione delle somme indicate in quanto oggetto di donazioni asseritamente nulle.

Quanto al godimento gratuito di un’abitazione di proprietà della madre da parte di (…), va osservato che lo stesso non può considerarsi donazione indiretta. In proposito va rilevato, che la Suprema Corte, con motivazione che appare pienamente condivisibile, ha affermato che “il godimento, a titolo gratuito, di un immobile si inquadra necessariamente nel contratto di comodato, disciplinato dagli artt. 1803 e ss. c.c.” e che “la questione concernente la possibilità di qualificare la concessione gratuita dell’uso di un appartamento come donazione indiretta, soggetta come tale alla collazione” va risolta in senso negativo, poiché “l’arricchimento procurato dalla donazione non può essere identificato con il vantaggio che il comodatario trae dall’uso personale e gratuito della cosa comodata, utilità che non costituisce il risultato finale

dell’atto posto in essere dalle parti (come invece nella donazione), bensì il contenuto tipico del comodato stesso”, considerato che “l’obbligo di restituzione della cosa costituisce elemento essenziale del rapporto insito nello schema causale del comodato, cui è connaturata la temporaneità del godimento concesso al comodatario in relazione alla gratuità dell’uso, incompatibile con una illimitata rinuncia alla disponibilità del bene da parte del comodante. In altri termini la predeterminazione del periodo di durata del rapporto nascente dal comodato e dunque la delimitazione nel tempo del beneficio attribuito dal comodante al comodatario costituiscono elementi peculiari di tale contratto, estranei alla struttura ed alla finalità della donazione.

Tali differenziazioni comportano quindi l’insussistenza nel comodato dell’animus donandi, che pure costituisce requisito indispensabile della donazione, dovendosi escludere che le parti abbiano voluto il trasferimento della proprietà o di altro diritto reale di godimento sull’immobile oggetto del negozio, essendo lo scopo di liberalità limitato all’uso gratuito del bene ferma restando la titolarità di ogni diritto reale in capo al proprietario, circostanza che configura la causa tipica del contratto di comodato e ne evidenzia la differenza da quella che contraddistingue la donazione” (cfr. Cass. 23.11.2006, n. 24866).

Nel caso concreto è pacifica l’assenza dell’animus donandi, considerato che, sulla base delle stesse allegazioni dell’attrice, la concessione a titolo precario dell’immobile è stata correlata allo stato di bisogno della sorella, in un contesto in cui anche il marito era rimasto privo di lavoro, e dunque la concessione avrebbe rappresentato, non già un’attribuzione liberale, ma una contribuzione alle esigenze essenziali di mantenimento e dunque l’adempimento di un dovere sociale e morale, se non giuridico (in presenza dei presupposti per il riconoscimento degli alimenti), non suscettibile di ripetizione né di collazione.

Quanto alle pretese donazioni indirette, rappresentate dal pagamento delle utenze dell’abitazione della sorella, asseritamente unite a quelle dei genitori, va rilevato che era onere dell’attrice provare tali pagamenti, che non risultano ed anzi appaiono esclusi, in considerazione del fatto che le utenze di luce, acqua, gas dell’abitazione occupata dalla convenuta erano intestate al di lei marito, (…) (doc. 12 – 13), che non è beneficiario di alcuna somma.

In conclusione dunque va accolta la sola domanda dell’attrice diretta a far rientrare nell’eredità le somme indebitamente trattenute da (…) e (…) al momento della chiusura dei conti correnti, rispettivamente di Euro 38.185,10, ed Euro 350,00, domanda che l’attrice ha limitato alla quota di 1/2 di dette somme, a lei spettante, pur potendo agire, quale coerede, per l’intero.

Consegue che, pur essendo in astratto ammissibile, ai sensi dell’art. 762 c.c., un supplemento di divisione laddove vi siano beni dell’eredità non compresi nella divisione già effettuata, secondo l’attrice rappresentati da beni oggetto di donazioni nulle o di appropriazione indebita, nella specie la stessa attrice ha richiesto soltanto la restituzione della sua quota e dunque non vi è, per effetto dell’accoglimento, parziale, della domanda suindicata, alcuna comunione oggetto di scioglimento (e dunque non vi sarebbe spazio per la collazione,

invocata ne confronti di (…), che peraltro, per le ragioni indicate, non risulta beneficiaria di alcun atto suscettibile di collazione).

Le convenute vanno pertanto condannate al pagamento delle predette somme, previamente rivalutate secondo gli indici ISTAT del costo della vita e pari, a valori attuali (coef. 1,106), rispettivamente ad Euro 21.116,36 ed Euro 193,55, con interessi al tasso legale dalla data di chiusura del conto (14.5.2008) al saldo, da applicarsi sugli importi di Euro 19.092, 55 ed Euro 175,00, rivalutati di anno in anno, secondo gli indici ISTAT del costo della vita, dal 14.5.2008 alla data della presente decisone, trattandosi di obbligo di restituzione correlato a fatto illecito.

In considerazione della totale soccombenza dell’attrice nei confronti dei convenuti(…) e (…) e della parziale soccombenza nei confronti delle altre convenute, vi sono i presupposti per l’integrale compensazione delle spese del procedimento, avendo i convenuti svolto difesa congiunta.

Per le ragioni appena indicate le spese di CTU vanno poste in via definitiva a carico dell’attrice per 1/2 e delle convenute (…) e (…) per l’altra metà.

P.Q.M.

Il Tribunale, I sezione civile, in composizione monocratica, definitivamente pronunciando, così provvede: condanna (…) a pagare a (…) la somma di Euro 21.116,36, con gli interessi al tasso legale dalla data della presente decisione al saldo;

condanna (…) a pagare a (…) gli interessi al tasso legale sulla somma di Euro 19.092,55, rivalutata di anno in anno secondo gli indici ISTAT del costo della vita, dal 14.5.2008 alla data della presente decisione;

condanna (…) a pagare a (…) la somma di Euro 193,55, con gli interessi al tasso legale dalla data della presente decisione al saldo;

condanna (…) a pagare a (…) gli interessi al tasso legale sulla somma di Euro 175,00, rivalutata di anno in anno secondo gli indici ISTAT del costo della vita, dal 14.5.2008 alla data della presente decisione;

rigetta ogni altra domanda dell’attrice;
compensa interamente le spese del procedimento;

pone in via definitiva a carico dell’attrice per 1/2 e delle convenute (…) e (…) per 1/2 le spese di CTU.

Così deciso in Padova l’1 giugno 2017. Depositata in Cancelleria il 5 settembre 2017.

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