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Premi di risultato ai dipendenti: come si disdicono?

6 febbraio 2018


Premi di risultato ai dipendenti: come si disdicono?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 febbraio 2018



Premi aziendali: la disdetta verbale fatta dal datore di lavoro ha valore?

Il datore di lavoro ti ha erogato, per alcuni anni, un premio aziendale collegato al risultato. Nel patto che ne prevedeva l’istituzione, era chiaramente indicato che il premio non avrebbe avuto una durata limitata nel tempo, ma sarebbe stato confermato ogni anno, con rinnovo automatico, salvo disdetta. Così, tutte le volte in cui sei riuscito a realizzare gli obiettivi di risultato prefissati di volta in volta dall’azienda, hai anche ottenuto il bonus. Senonché, quest’anno, l’azienda non ha più comunicato l’obiettivo da raggiungere, comunicando verbalmente ai propri dipendenti che non ci sarebbe stato più alcun premio aziendale. A tuo avviso però la comunicazione è stata tardiva perché, confidando nel rinnovo automatico, la tua prestazione lavorativa è stata sempre rivolta a realizzare il massimo utile per il datore. Soprattutto non ti convince il fatto che la diretta del premio ai dipendenti sia avvenuta verbalmente e non per iscritto come invece era stato istituito. In un eventuale contenzioso con la ditta datrice di lavoro, chi vincerebbe? La questione è stata risolta di recente dalla Cassazione [1]. La Suprema Corte si è cioè preoccupata di chiarire come si disdicono i premi di risultato ai dipendenti.

Nel nostro ordinamento, vale il principio generale della «libertà di forma»: contratti, accordi e tutto ciò che regola i rapporti tra privati non deve essere necessariamente scritto, salvo casi straordinari laddove è la legge stessa a richiedere in modo espresso un documento firmato. Questo principio di libertà di forma si applica anche ai premi aziendali, benché questi siano stati istituiti con accordi contratti collettivi di lavoro. Dunque la disdetta può avvenire non solo oralmente, ma anche con fatti concludenti, ossia con comportamenti taciti che denotano la volontà di non voler più rinnovare il premio.

Secondo il tribunale di Napoli [2], il premio di risultato aziendale può essere revocato unilateralmente dal datore di lavoro solo se tale facoltà gli era stata riservata nell’accordo iniziale. In caso contrario, se manca il consenso di entrambe le parti, una di queste – nella specie il datore di lavoro – non può recedere autonomamente e improvvisamente dal patto di risultato. «L’instaurazione di un rapporto contrattuale, stipulato in forza di un valido ed efficace accordo negoziale comporta la nascita di un vincolo che non può essere posto nel nulla per iniziativa unilaterale salvo che non siano previste disposizioni contrattuali che attribuiscono ad una o entrambe le parti il potere di estinguere unilateralmente  il rapporto attraverso l’esercizio del potere di recesso. Il datore di lavoro può dare disdetta all’accordo collettivo aziendale che ha istituito un premio di risultato se tale facoltà è prevista dall’intesa originaria e viene esercitata entro i termini pattuiti tra le parti».

La tematica è stata materia di interesse di svariate pronunce giurisprudenziali, le quali:

  • hanno sancito la legittimità del potere di unilaterale risoluzione (da parte del datore di lavoro) del contratto collettivo aziendale, anche laddove privo di termine di scadenza e quindi senza bisogno del consenso del lavoratore;
  • hanno delineato il perimetro di un gruppo di diritti inviolabili- i cosiddetti diritti quesiti – i quali devono essere sempre garantiti ai dipendenti anche nel momento dell’interruzione dell’efficacia del predetto contratto collettivo. Si tratta di quei diritti che integrano situazioni sostanziali protette che il lavoratore ha già maturato nell’ambito ed in esecuzione del rapporto di lavoro (durante il termine di efficacia del contratto collettivo) e sui quali la risoluzione dell’accordo non può incidere.

note

[1] Cass. sent. n. 2600/18 del 2.02.2018.

[2] Trib. Napoli, sent. n. 342/2017.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 8 novembre 2017 – 2 febbraio 2018, n. 2600
Presidente Napoletano – Relatore Manna

Fatti di causa

1. Con sentenza pubblicata il 30.5.12 la Corte d’appello di Milano confermava – per quel che rileva nella presente sede – la condanna di Billa Aktiengesellshaft, Sede secondaria in Italia, a pagare per il periodo ottobre 2004 – luglio 2005 ai suoi dipendenti di cui in epigrafe il premio aziendale previsto dagli accordi collettivi aziendali 5.7.74, 6.7.79 e successivi aggiornamenti.
2. Rilevava la Corte territoriale che tali accordi avevano previsto la possibilità di tacito rinnovo annuale, fatta salva eventuale disdetta da manifestarsi entro il 31 gennaio di ciascun anno. La società sosteneva di aver manifestato la propria disdetta dapprima verbalmente nel corso di una riunione con le organizzazioni sindacali tenutasi il 27.1.04, poi per iscritto con lettera del 29 gennaio 2004. Ma – notavano i giudici di merito essendo pervenuta ad una delle parti stipulanti solo il 3 febbraio successivo, la disdetta doveva considerarsi tardiva, con conseguente rinnovo degli accordi fino alla scadenza del luglio 2005.
3. Per la cassazione della sentenza ricorre Billa Aktiengesellshaft (oggi incorporata da Penny Market GmbH) affidandosi a sette motivi, poi ulteriormente illustrati con memoria ex art. 378 cod. proc. civ.
4. I controricorrenti di cui in epigrafe resistono con unico atto.
5. Gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva.

Ragioni della decisione

1.1. Il primo motivo di ricorso denuncia violazione o falsa applicazione dell’art. 1373 cod. civ. in riferimento agli artt. 1334, 1350, 1362, 1351 e 1352 stesso codice, per avere l’impugnata sentenza negato efficacia alla disdetta degli accordi relativi al premio aziendale manifestata oralmente dalla società (nel corso dell’incontro del 27.1.04 con le organizzazioni sindacali), ritenendo all’uopo necessaria la forma scritta, nonostante che – obietta la ricorrente – per il recesso tale forma sia dovuta solo se espressamente pattuita o se concernente un contratto solenne ex art. 1350 cod. civ.; nel caso di specie la disdetta, espressa dapprima in forma orale dalla società alle organizzazioni sindacali il 27.1.04, doveva quindi considerarsi tempestiva.
1.2. Il secondo motivo deduce violazione o falsa applicazione degli artt. 1373, 1334 e 1350 cod. civ., in relazione agli artt. 1351 e 1352 stesso codice, nella parte in cui la sentenza impugnata ha ritenuto dovuta la forma scritta della disdetta perché pretesa dalle parti collettive nella riunione del 27.1.04: oppone la società la non conferenza del richiamo, operato dalla Corte territoriale, alla ben diversa ipotesi del rapporto fra contratto preliminare e contratto definitivo e a precedenti giurisprudenziali concernenti contratti che la legge espressamente considera solenni.
1.3. Con il terzo motivo ci si duole di omesso esame d’un fatto decisivo e controverso oggetto di discussione tra le parti, consistente nella avvenuta disdetta verbale manifestata nel corso della riunione del 27.1.04 e nella relativa istanza di prova testimoniale coltivata dalla società.
1.4. Analoga doglianza viene fatta valere anche con il quarto motivo, sotto forma di denuncia di violazione o falsa applicazione dell’art. 111 Cost. in relazione agli artt. 24 Cost. e 101 cod. proc. civ..
1.5. Il quinto motivo denuncia omesso esame d’un fatto decisivo e controverso oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’asserito accordo fra loro intervenuto nel corso della riunione del 27.1.04 affinché la disdetta fosse manifestata per iscritto, accordo apoditticamente affermato dalla sentenza impugnata senza che su di esso sia stato svolto alcun accertamento istruttorio.
1.6. Il sesto motivo prospetta violazione o falsa applicazione dell’art. 641 cod. proc. civ. in relazione al motivo di gravame con cui la società aveva sostenuto la nullità dei decreti ingiuntivi nn. 16871/08 e 16872/08 (l’opposizione ai quali, da parte della società, aveva originato il presente giudizio) in quanto privi dell’indicazione del termine entro il quale pagare la somma ingiunta: su tale motivo di gravame – lamentava la società ricorrente – nulla aveva risposto la sentenza impugnata.
1.7. Il settimo motivo denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 139, 148 e 149 cod. proc. civ., in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., nella parte in cui la Corte territoriale non ha considerato che la decadenza dalla disdetta è impedita già dalla mera consegna della relativa lettera all’agente postale, di guisa che il dichiarante non può soffrire le conseguenze sfavorevoli di eventuali ritardi altrui.
2.1. I primi due motivi di ricorso – da esaminarsi congiuntamente perché connessi – sono fondati.
Per quanto concerne gli accordi o contratti collettivi di lavoro, una volta venuto meno l’ordinamento corporativo e, con esso, l’art. 2072 cod. civ., inizialmente Cass. n. 5119/87, Cass. n. 5034/89 e Cass. n. 823/93 affermarono la necessità della forma scritta ad substantiam, desunta vuoi dal rispetto del principio dell’affidamento vuoi da norme come, ad esempio, gli artt. 2113 e 2077 cod. civ., l’art. 3 legge n. 741 del 1959 o l’art. 425 cod. proc. civ., che implicitamente presuppongono una forma scritta.
Difforme statuizione fu adottata da Cass. n. 8083/87 nel risolvere il diverso, ma connesso, problema della necessità della forma scritta per il mandato conferito dai lavoratori ai rappresentanti sindacali, relativo alla conclusione di un accordo aziendale avente ad oggetto la sospensione del rapporto: tale sentenza ritenne valido il mandato, conferito con comportamenti concludenti, in quanto non era prevista la forma scritta ad substantiam per la stipulazione dell’accordo aziendale (Cass. n. 8083/87).
Ancora per la non configurabilità d’una forma scritta ad substantiam si pronunciò Cass. n. 4030/93.
Si giunse, infine, alla sentenza n. 3318/95, con cui le S.U. di questa S.C. statuirono che, in mancanza di norme che prevedano, per i contratti collettivi, la forma scritta e in applicazione del principio generale della libertà della forma (in base al quale le norme che prescrivono forme peculiari per determinati contratti o atti unilaterali sono di stretta interpretazione, ossia insuscettibili di applicazione analogica), un accordo aziendale è valido anche se non stipulato per iscritto.
In senso conforme si pronunciò Cass. n. 11111/97.
Non si ravvisano ragioni idonee a mutare quest’ultimo indirizzo interpretativo, a tal fine non bastando le pur evidenti esigenze funzionalistiche che consigliano l’adozione d’un testo scritto, ma che di per sé non possono imporlo in difetto d’una sanzione a pena di nullità prevista dalla legge o dall’autonomia privata.
Per questa ragione non vale invocare gli artt. 2077 o 2113 cod. civ., l’art. 3 legge n. 741 del 1959, l’art. 425 cod. proc. civ. od altre analoghe disposizioni in cui il testo scritto – non sancito a pena di nullità – è implicitamente presupposto a fini meramente ricognitivi.
In altre parole, va mantenuto saldo il consolidato principio dottrinario e giurisprudenziale in virtù del quale le norme secondo cui determinati contratti o atti devono essere posti in essere con una forma particolare sono di stretta interpretazione.
Ciò sia detto in ossequio al principio di libertà delle forme che deriva dall’art. 1325 n. 4 cod. civ. (fermo restando che qualsiasi atto, per esistere nel mondo giuridico, deve pur sempre manifestarsi all’esterno ed assumere, quindi, una qualche forma, sia essa verbale, scritta, per fatti concludenti etc.).
Ne discende che è corretto parlare comunemente di forma libera, come regola, di forma vincolata, come eccezione.
È pur vero che in alcune ipotesi questa Corte ha statuito la necessità della forma scritta anche in assenza di espressa disposizione normativa, ma ciò è avvenuto in base ad un’interpretazione estensiva e non analogica di norme che imponevano la redazione per iscritto di atti connessi, come avvenuto – ad esempio – per il contratto che risolva un preliminare comportante l’obbligo di trasferire la proprietà o diritti reali su immobili (v. Cass. n. 13290/15 fino a risalire, indietro nel tempo, a Cass. S.U. n. 8878/90).
Una volta stabilita la libertà della forma dell’accordo o del contratto collettivo di lavoro, la medesima libertà deve essere ravvisata anche riguardo agli atti che ne siano risolutori, come il mutuo dissenso (art. 1372, comma 1, cod. civ.) o il recesso unilaterale (o disdetta) ex art. 1373, comma 2, cod. civ.
Tanto deriva dal consolidato principio dottrinario e giurisprudenziale per cui il recesso è un negozio recettizio che, pur non richiedendo formule sacramentali, nondimeno resta assoggettato agli stessi vincoli formali eventualmente prescritti per il contratto costitutivo del rapporto al cui scioglimento sia finalizzato (cfr. Cass. n. 14730/2000, Cass. n. 5454/90 e Cass. n. 5059/86).
Ove tali vincoli non siano previsti – come nel caso degli accordi o dei contratti collettivi di lavoro – si riespande il principio della libertà della forma della manifestazione di volontà, tanto per il contratto quanto per i negozi connessivi (come il recesso unilaterale ex art. 1373, comma 2, cod. civ.).
È, poi, opportuno precisare che anche per la forma ad probationem tantum è necessaria un’apposita previsione (che nel caso di specie non sussiste) e che esula dalla presente sede il discorso attinente alla forma definita “integrativa” da quella parte della dottrina che la ricava dalle norme che prevedono una determinata forma al solo fine di far sì che il contratto produca tra le parti effetti ulteriori rispetto a quelli tipici e immediati (v., ad es., artt. 1524, 1605, 2787 e 2800 cod. civ.).
2.2. La qui ribadita libertà della forma del contratto collettivo di lavoro e dei negozi connessivi (come il recesso unilaterale ex art. 1373, comma 2, cod. civ.) reca con sé la fondatezza – nei sensi qui di seguito meglio chiariti – degli ulteriori motivi di censura riferiti alla mancata ammissione delle prove testimoniali a tal fine chieste e coltivate dalla società ricorrente.
Essa è onerata ex art. 2697, comma 2, cod. civ. della dimostrazione (in quanto ricopre il ruolo sostanziale di convenuto eccipiente) sia dell’esistenza d’una effettiva disdetta verbale espressa nel corso della summenzionata riunione del 27.1.04 sia del carattere meramente confermativo della successiva lettera del 29 gennaio 2004, per superare la contraria affermazione degli odierni controricorrenti, secondo i quali, invece, in quella riunione le parti avrebbero pattuito la comunicazione scritta del recesso.
A sua volta l’onere di comunicare per iscritto la disdetta, ove pattuito nel corso della summenzionata riunione del 27.1.04, risulterebbe rilevante non ai fini degli artt. 1351 o 1352 cod. civ., ma perchè una pattuizione del genere equivarrebbe ad una concorde richiesta di ripensamento tale da inficiare un’ipotetica iniziale volontà di recesso da parte aziendale, così implicandone l’assenza o (il che è lo stesso ai presenti fini) la non attualità alla data del 27.1.04.
Nel caso di specie comunque non soccorrerebbe l’art. 1351 cod. civ. (applicabile solo quando una determinata forma sia stabilita dalla legge e non pure quando essa sia stata prevista dalle parti per un contratto per il quale la legge non dispone alcunché: cfr. Cass. n. 3980/81) né l’art. 1352 cod. civ. (perché il vincolo d’una futura forma può, a sua volta, essere posto soltanto per iscritto).
Di tali principi non ha fatto applicazione la sentenza impugnata, che – in violazione degli artt. 24 e 111 Cost. – è pervenuta al diniego della prova (ritualmente chiesta dalla società ricorrente) in base all’erroneo presupposto che nella vicenda in esame la disdetta non potesse darsi che in forma scritta.
Vanno disattese le obiezioni mosse dai controricorrenti alla possibilità d’una prova testimoniale della disdetta, vuoi perché ex art. 421, comma 2, cod. proc. civ. nel processo del lavoro non si applicano i limiti alla prova testimoniale previsti dagli artt. 2721, 2722 e 2723 cod. civ. (cfr., per tutte, Cass. n. 9228/09), vuoi perché tali limiti sono riferibili ai soli contratti e non anche agli atti unilaterali (cfr., per tutte, Cass. n. 5417/14).
2.3. È fondato il quinto motivo di censura (scrutinabile come vizio di motivazione ex art. 360, comma 1, n. 5, cod. proc. civ., nel testo, applicabile ratione temporis, previgente rispetto alla novella di cui all’art. 54 d.l. n. 83/2012, convertito in legge 7.8.2012 n. 134): la sentenza impugnata ha affermato del tutto apoditticamente che nel corso della riunione del 27.1.04 le parti avrebbero pattuito la necessità d’una comunicazione scritta del recesso senza che, però, sia stato svolto alcun accertamento istruttorio a riguardo.
Per altro, tale affermazione dei giudici di merito, ancor prima che apodittica, è comunque superata dalla sopra chiarita inapplicabilità degli artt. 1351 e 1352 cod. civ..
2.4. È, invece, infondato il sesto motivo di ricorso.
Nel vigente ordinamento processuale, ispirato ad un assetto teleologico delle forme, la loro inosservanza importa nullità solo se espressamente comminata dalla legge (v. art. 156, comma 1, cod. proc. civ.) o se tale da rendere l’atto inidoneo a raggiungere il suo scopo (v. art. 156, comma 2, stesso codice).
Non è questa l’ipotesi della fissazione del termine entro il quale pagare la somma ingiunta ex art. 641 cod. proc. civ..
È, poi, appena il caso di segnalare l’irrilevanza del motivo di censura, atteso che, per costante ed ultratrentennale insegnamento giurisprudenziale, l’opposizione a decreto ingiuntivo non costituisce un’impugnazione del decreto volta a farne valere vizi originari, ma dà luogo ad un ordinario giudizio di cognizione di merito inteso all’accertamento del credito inizialmente fatto valere in via monitoria.
Pertanto, la sentenza che decide la controversia deve accogliere la domanda dell’attore (vale a dire del creditore istante), rigettando conseguentemente l’opposizione, quante volte abbia a riscontrare che i fatti costitutivi del diritto azionato risultino esistenti e provati al momento della decisione, indipendentemente dall’ammissibilità o validità del decreto e/o dalla fondatezza della pretesa nel momento in cui fu presentato il ricorso ex art. 633 cod. proc. civ. (cfr., ex aliis, Cass. n. 20858/12; Cass. n. 9927/04; Cass. n. 6421/03; Cass. n. 2573/02; Cass. n. 5055/99; Cass. n. 1494/99; Cass. n. 807/99, Cass. n. 3628/87).
2.5. Ancora infondato è il settimo motivo, dovendosi dare continuità alla giurisprudenza delle S.U. di questa S.C. (v. sentenza n. 24822/15) secondo cui la regola della scissione degli effetti della notificazione per il notificante e per il destinatario – introdotta dall’art. 149, comma 3, cod. proc. civ., aggiunto dall’art. 2, comma 1, legge n. 263 del 2005 e, ancor prima, sancita dalla sentenza n. 477/02 della Corte cost. – si applica solo agli atti processuali e agli effetti sostanziali dei primi ove il diritto non possa farsi valere se non con un atto processuale, come avviene – ad esempio – riguardo all’interruzione della prescrizione di azione costitutiva, che non può realizzarsi se non esercitando in giudizio l’azione medesima.
Non è questo il caso in esame.
3.1. In conclusione, il ricorso è da accogliersi nei sensi di cui in motivazione, con conseguente cassazione della sentenza impugnata e rinvio, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Milano in diversa composizione, che dovrà accertare se e in che termini nella summenzionata riunione del 27.1.04 vi sia stata un’effettiva disdetta orale degli accordi collettivi aziendali 5.7.74, 6.7.79 e successivi aggiornamenti.
Ciò il giudice di rinvio dovrà verificare alla luce dei seguenti principi di diritto:
a) il principio di libertà della forma si applica anche all’accordo o al contratto collettivo di lavoro di diritto comune, di guisa che essi – a meno di eventuale diversa pattuizione scritta precedentemente raggiunta ai sensi dell’art. 1352 cod. civ. dalle medesime parti stipulanti – ben possono realizzarsi anche verbalmente o per fatti concludenti;
b) tale libertà della forma dell’accordo o del contratto collettivo di lavoro concerne anche i negozi connessivi, come il recesso unilaterale ex art. 1373, comma 2, cod. civ.;
c) la parte che eccepisce l’avvenuto recesso unilaterale è onerata ex art. 2697, comma 2, cod. civ. della prova relativa e, ove alla manifestazione orale segua, su richiesta dell’altro o degli altri contraenti, una dichiarazione scritta del medesimo tenore, è altresì onerata della prova del carattere meramente confermativo – anziché innovativo – di tale successiva dichiarazione.

P.Q.M.

accoglie il ricorso nei sensi di cui in motivazione, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’appello di Milano in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.


Tribunale Napoli Nord, sez. lav., 07/02/2017, ud. 07/02/2017,  n. 342

TRIBUNALE DI NAPOLI NORD

SEZIONE LAVORO

Il  Giudice  del Tribunale di Napoli Nord, dott.ssa Chiara Cucinella in funzione

di   Giudice  del  lavoro, all’udienza del 07/02/2017 ha pronunciato la seguente

sentenza nella causa iscritta al n. 778/2016 vertente

TRA

(omissis)  nato  a (omissis) il (omissis) elettivamente domiciliata in (omissis)

unitamente all’avv. (omissis) al quale è rappresentato e difeso come in atti

RICORRENTE

E

(omissis)  in    persona  del  legale  rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliato  in    (omissis)  presso  lo  studio dell’avv. (omissis) dal quale è

rappresentato e difeso unitamente agli avv.ti (omissis) come in atti

RESISTENTE

OGGETTO: diritto alla corresponsione del premio di risultato

CONCLUSIONI: come in atti e verbali di causa

Fatto

FATTO E DIRITTO

Con ricorso depositato in data 27.1.2016 il ricorrente in epigrafe, premesso di essere dipendente della (omissis) presso la dipendenza (omissis) dal 1.8.2005, in qualità di operaio, inquadrato nel 7° livello CCNL Metalmeccanica, chiedeva accertarsi e dichiararsi l’illegittimità del comportamento aziendale consistente nel non aver corrisposto al ricorrente il premio di risultato, quantomeno per la parte fissa, per gli anni 2013, 2014 e 2015 e per l’effetto condannare la convenuta al pagamento del predetto premio.

A fondamento del diritto esponeva che in data 25.6.2002, tra (omissis) le OO.SS. FIM. FIOM e UILM, in linea con l’accordo del 8.5.2002, veniva siglato accordo integrativo aziendale, a livello nazionale, che in sostanza prevedeva: l’assorbimento della quattordicesima e dei precedenti premi di risultato, l’introduzione di un superminimo individuale non riassorbibile e la previsione di un nuovo premio di risultato. Tale premio di risultato, secondo la prospettazione attorea, avrebbe, poi, costituito parte fissa e costante della retribuzione annuale percepita. Parte ricorrente allegava, inoltre che in data 10.7.2012 la (omissis) comunicava che, a seguito di disdetta dei contratti integrativi, non avrebbe più erogato il premio di risultato, nelle sue componenti fissa e variabile (c.d. A+B). Di conseguenza la convenuta, dall’anno 2013 in poi, ha smesso di erogare il premio di risultato.

Sottolineava, infine, che il premio di risultato, sancito nell’accordo del 25.6.2002, era direttamente regolamentato dall’art. 9 CCNL Metalmeccanici 8.6.1999, il quale esclude che i premi di produzione possano essere oggetto di successiva contrattazione collettiva e, dunque, disdettati in via unilaterale, quantomeno nella parte “fissa” dal datore di lavoro.

Si costituiva la convenuta che resisteva al ricorso, chiedendone il rigetto.

Istruita documentalmente, all’odierna udienza la causa veniva discussa e decisa.

***

Rileva il Tribunale che la domanda di pagamento del premio di risultato relativo agli anni 2013-2015 è infondata e va pertanto respinta.

Dall’istruttoria documentale è emerso che la fonte del diritto al conseguimento del premio di risultato è costituita dall’accordo del 25.6.2002, preceduto dall’accordo del 8.5.2002, nonché dal successivo accordo del 21.5.2008.

L’accordo firmato il data 25.6.2002 prevede, infatti, l’introduzione del “Premio di Risultato”, a decorrere dal 2002, individuando gli aventi diritto al premio, l’individuazione dei fattori di successo e degli obiettivi e i criteri di quantificazione dello stesso.

Nello stesso atto è previsto, inoltre, all’art. 6 che: “il presente accordo ha validità a tutto il 31.12.2005; l’ultima erogazione avverrà nel mese di maggio 2006.

Qualora non intervenga disdetta da una delle parti, a mezzo raccomandata A.R., almeno quattro mesi prima della scadenza, l’accordo verrà prorogato di anno in anno” (cfr. doc. n. 2 della produzione di parte resistente).

Nell’accordo del 21.5.2008, inoltre, le parti, preso atto della vigenza dell’accordo del 25.6.2002, individuano nuovi indicatori per il “Premio di Risultato”, intendendo così procedere al rinnovo della precedente statuizione. Anche in questo caso, individuati gli obiettivi, i fattori indicatori di successo e gli aventi diritto al premio, è statuito, all’art. 6, che: “il presente accordo ha validità per gli anni 2008-2011; l’ultima erogazione avverrà, verificandosene le condizioni nel mese di maggio 2012. Qualora non intervenga disdetta da una delle Parti, a mezzo raccomandata A.R., almeno tre mesi prima della scadenza, l’accordo verrà prorogato di anno in anno” (cfr. doc. n. 6 della produzione di parte resistente).

E’ opportuno premettere, in linea generale, che l’istaurazione di un rapporto contrattuale, stipulato in forza di un valido ed efficace accordo negoziale, comporta la nascita di un vincolo che non può essere posto nel nulla per iniziativa unilaterale, salvo che non siano previste previsioni contrattuali che attribuiscono ad una o a entrambe le parti il potere di estinguere unilateralmente il rapporto attraverso l’esercizio del potere di recesso.

Nel caso in esame è stato previsto dalla stessa normativa contrattuale l’istituto della disdetta (cfr. art. 6 accordi del 25.6.2002 e del 21.5.2008, in atti).

La disdetta è la dichiarazione con la quale si paralizza un meccanismo (legale o negoziale) di rinnovo automatico, alla scadenza di un rapporto contrattuale.

Dall’interpretazione letterale degli accordi aziendali posti a fondamento del diritto al conseguimento del “Premio di Risultato” si evince che entrambi gli accordi avevano una scadenza prefissata, nonché un sistema di rinnovo ogni successivo anno, salva la possibilità di disdetta, che doveva intervenire nei termini fissati nell’accordo (quattro mesi prima della scadenza, per l’accordo siglato nel 2002; tre mesi prima della scadenza, per l’accordo stipulato nel 2008).

Il rinnovo annuale, in assenza di disdetta, ha la durata di un anno solare, con scadenza il 31 dicembre.

A seguito dei taciti rinnovi, entrambi gli accordi sarebbero dovuti scadere, dunque, il 31.12.2012.

E’ fatto incontestato, nonché provato per tabulas che la (omissis) ha provveduto ad esercitare il proprio diritto a non rinnovare il contratto per l’anno 2013, 2.4.2012 (“la nostra società intende quindi denunziare con la presente tutti gli accordi sindacali, le prassi ed i contratti collettivi aziendali applicabili ed applicati dalla nostra società, compresi quelli che prevedono una clausola di rinnovo alla scadenza – per i quali la presente vale anche come espressa disdetta – il tutto con effetto a far data dal 15.4.2012” – cfr. doc. n. 7 della produzione di parte resistente).

La società convenuta ha, dunque, esercitato la disdetta nei termini (entro quattro/tre mesi prima della scadenza) e secondo le modalità previste dal contratto.

In sostanza con tale dichiarazione, prevista dall’art. 6 degli accordi del 25.5.2002 e del 21.8.2008 (doc. n. 3 e doc. n. 6 produzione resistente), la convenuta ha ottenuto l’effetto di paralizzare il meccanismo di rinnovo automatico del rapporto contrattuale, alla scadenza del 31.12.2012.

Inoltre, osserva il Tribunale, che il tenore onnicomprensivo della disdetta rende superflua la questione della qualificazione degli elementi, fissi e/o variabili, che componevano l’emolumento, dal momento che il mancato rinnovo ha interessato tutti gli accordi contrattuali aziendali esistenti, indipendentemente dal tipo di istituto retributivo, “fisso e/o variabile”; né sono emersi elementi che possono far desumere che la disdetta si applichi a solo una quota del premio di risultato.

Per quanto riguarda, inoltre, la tesi sostenuta dall’attore in ordine alla impossibilità di disdettare il premio di risultato, in quanto istituito dal CCNL applicato da (omissis) osserva che dalla lettura dei contratti prodotti l’unico rapporto che si evince tra il CCNL e la contrattazione aziendale è la mera facoltà concessa dal primo alla seconda circa la possibile introduzione di forme variabili di retribuzione.

Al primo comma dell’art. 9 del ccnl si legge, infatti, che: “Nelle aziende di cui al punto 6) … (omissis) .. la contrattazione aziendale con contenuti economici è consentita per l’istituzione di un Premio annuale calcolato solo con riferimento ai risultati conseguiti… (omissis)”. L’uso della locuzione “è consentita” è indice della mera facoltà, rimessa alla contrattazione aziendale, di introdurre o meno il premio di risultato. Inoltre la riconducibilità dell’istituto alla contrattazione aziendale è confermata al terzo comma dello stesso articolo, quando si prevede che: “gli importi, i parametri ed i meccanismi utili alla determinazione quantitativa dell’erogazione connessa al premio di risultato saranno definiti contrattualmente dalle parti in sede aziendale”.

Dunque, la facoltà di introdurre il premio di produttività è rimessa alla contrattazione aziendale e non è imposta, a monte, dalla contrattazione collettiva.

Ciò è confermato dal fatto che il Premio di risultato è stato istituito nella compagine aziendale (omissis) dall’Accordo Aziendale del 25 giugno 2002 che, in ottemperanza a quanto concordato con il precedente Accordo dell’8 maggio 2002 (doc. 2 parte ricorrente), ha determinato i criteri, le condizioni e fissato i parametri per la quantificazione dello stesso.

E comunque, in ogni caso, in ordine alla prospettata irretrattabilità del premio di risultato, si osserva che l’art. 9 CCNL Metalmeccanici del 8.6.1999 di cui si discorre, all’ultimo comma, prevede che: “I premi di produzione di cui al comma precedente, gli altri premi ed istituti retributivi di analoga natura eventualmente già presenti in azienda non saranno più oggetto di successiva contrattazione; (omissis)”.

La norma contrattuale, nel prevedere l’irrevocabilità dei premi di produzione ed i premi ed istituti retributivi di analoga natura fa esplicito riferimento a quelli eventualmente già presenti in azienda alla data della stipula, e cioè alla data del 8.6.1999.

Parte ricorrente non ha allegato, prima ancora che provato, che il premio di produttività di cui si discorre fosse già presente in azienda e, dunque, riconosciuto in epoca antecedente al 1999. Anzi, al contrario è emerso che tale istituto è stato introdotto solo con l’accordo aziendale siglato nel 2002; pertanto non potrebbe in ogni caso applicarsi l’ultimo comma dell’art. 9 CCNL del 8.6.99 al premio di produttività oggetto di causa.

Non si riscontra, infine, un comportamento concludente, tenuto da parte convenuta volto a rinnovare, almeno in parte, l‘accordo che prevedeva l’erogazione del premio di risultato, emergendo, al contrario, dalla documentazione in atti (doc. nn. 10, 11, 12, 13 e 14 della produzione di parte convenuta), l’inequivocabile volontà di disdettare gli accordi collettivi aziendali ed in particolare l’erogazione del premio.

In conclusione, individuata la fonte del diritto al premio di risultato negli accordi aziendali, di cui in premessa, esclusa la riconducibilità dell’istituto all’art. 9 della contrattazione collettiva e verificato il corretto esercizio del potere di disdetta, può ritenersi legittimo il comportamento aziendale di non corrispondere il premio per gli anni successivi al 2012.

Il ricorso , pertanto, non può essere accolto.

Spese compensate, data la assoluta novità della questione trattata nonché la complessità dell’interpretazione della normativa contrattuale dirimente.

PQM

P.Q.M.

Il Tribunale di Napoli Nord, definitivamente pronunziando, respinta ogni diversa istanza, deduzione, eccezione, così provvede:

a) Rigetta il ricorso.

b) Compensa le spese di lite

Aversa, 07/02/2017


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