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Promessa di lavoro in cambio di voto: cosa si rischia?

6 febbraio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 febbraio 2018



La sola promessa di un favore in cambio di un voto configura il reato di corruzione elettorale. Anche se l’offerta non viene fatta direttamente dal candidato.

Maledetta crisi, quella che costringe un onesto cittadino a diventare meno onesto pur di mettere qualcosa a tavola per togliere la fame alla famiglia. Quella che suggerisce (e alla fine convince) una persona sempre integerrima a scendere a patti con i politici (con i politici…) pur di avere un lavoro e dare un senso (anche se amaro) alla sua giornata.

Maledetto sistema, quello della corruzione elettorale che propone un posto di lavoro in cambio di un voto giocando sulla crisi altrettanto maledetta e sapendo che il povero diavolo accetterà non perché creda in quel sistema ma perché è l’unico che gli offre qualcosa di concreto: l’altro «sistema», quello che dovrebbe essere pulito, gli nega di avere un’opportunità.

I «maledetti», però, non spiegano all’onesto cittadino quali rischi si corrono accettando un posto di lavoro in cambio di un voto. Si entra in un vortice che porta alla corruzione elettorale, cioè ad un reato. E chi sbaglia? Chi promette il lavoro o chi lo accetta? Purtroppo, il reato lo commettono entrambi, come stabilito dalla legge [1] e ribadito dalla Cassazione [2].

Vediamo nel dettaglio i rischi di accettare un posto di lavoro in cambio di un voto e come funziona questa squallida pratica messa in atto da chi, pur di assicurarsi una poltrona, cerca un consenso alle urne promettendo favori e certezze di futuro a chi ne ha più bisogno.

In che cosa consiste la corruzione elettorale?

È semplice: la corruzione elettorale avviene quando un candidato promette ad un elettore favori leciti o illeciti (tra cui, ad esempio, un posto di lavoro per l’elettore stesso o per un suo parente) in cambio di un voto o di un’astensione alle urne, a seconda della convenienza. Attenzione, però: il reato non si configura soltanto nel momento in cui quel candidato mantiene la sua parola e procura un tornaconto all’elettore ma anche nel momento stesso in cui fa la sua promessa o c’è un accordo tra le parti.

Il reato interessa sia il candidato sia l’elettore che viene a patti con il politico: entrambi rischiano il carcere, cioè la reclusione da sei mesi a tre anni e una multa da 309 euro a 2.065 euro.

La corruzione elettorale, dunque, viene commessa nel momento in cui si promette all’elettore un posto di lavoro ma anche un sussidio agevolato, un permesso edilizio, mancati controlli su un’attività illecita, ecc. Insomma, tutto quello che può significare un tornaconto economico per l’elettore, compresi quei favori simulati, come un’indennità pecuniaria data all’elettore per spese di viaggio o di soggiorno o di pagamento di cibi e bevande o rimunerazione sotto pretesto di spese o servizi elettorali.

Naturalmente, l’elettore non commette reato per il semplice fatto che il candidato abbia fatto una promessa: questa può sempre essere rifiutata. In questo caso viene punito soltanto il politico.

Una promessa generica è reato di corruzione elettorale?

Affinché si configuri il reato di corruzione elettorale, in questo caso per la promessa di un posto di lavoro in cambio di un voto, devono concorrere altri elementi, come ha precisato la Cassazione in una sentenza del 2016 [3].

Innanzitutto, la promessa fatta dal candidato al cittadino deve avvenire a ridosso del periodo delle elezioni. Se tale offerta viene avanzata, ad esempio, due o tre anni prima di andare alle urne, non c’è reato.

In secondo luogo, l’accordo tra il candidato corruttore e l’elettore corrotto sul voto in cambio di un’utilità deve essere preciso ed esattamente identificabile nei suoi aspetti. Che significa? Vuol dire che una promessa generica di un futuro posto di lavoro non costituisce reato.

L’offerta deve essere, quindi, concreta. Ad esempio. Commetto reato se dico: «Tu mi voti domani, e dopodomani – se vengo eletto – passa da me che firmiamo un contratto di lavoro presso la mia azienda o quella di un mio amico». Non commetto reato se dico: «Se verrò eletto farò il possibile perché ci sia lavoro per tutti, compresa la tua famiglia».

Se a fare la promessa non è il candidato c’è corruzione elettorale?

Il reato di corruzione elettorale scatta anche se a fare la promessa di un posto di lavoro in cambio di un voto non è il candidato politico: basta che sia un suo collaboratore ad offrire ad un elettore un tornaconto economico [4].

Pensiamo, ad esempio, al collaboratore del candidato che lavora nell’ombra per portare il maggior numero possibile di voti al suo politico di riferimento e che, per raggiungere quest’obiettivo, non si ponga troppi scrupoli. Magari il candidato nemmeno sa quali sono i metodi utilizzati dal suo collaboratore (qualche politico ingenuo ci può essere in giro, perché no?).

In questo caso, sarà il collaboratore che promette un posto di lavoro in cambio di un voto ad un certo candidato – e non il candidato stesso – a dover rispondere di corruzione elettorale, insieme al cittadino che, eventualmente, accetti l’accordo.

Come detto in precedenza, il reato si configura con la sola promessa di un’utilità. Quindi, la corruzione elettorale esiste anche se il collaboratore fa la sua offerta e il candidato non sarà in grado di rispettarla o nemmeno interverrà per farlo in un futuro.

note

[1] Art. 86 del Dpr 16 maggio 1960 n. 570.

[2] Cass. sent. n. 39064/2017.

[3] Cass. sent. n. 39462/2016.

[4] Cass. sent. n. 35495/2014.


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