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Lo sai che? Quando denunciare per minacce verbali

Lo sai che? Pubblicato il 7 febbraio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 7 febbraio 2018

Casi in cui è possibile presentare la querela per minaccia: è necessario che il male prospettato, che non deve necessariamente essere alla persona, sia serio e tale da incutere timore.

Se anche la minaccia indicata dal codice penale [1] è quel comportamento di chi rappresenta ad altri il pericolo di un «ingiusto danno», solo quando questo pericolo è effettivo e serio, tale cioè da intimorire una persona media, in realtà è molto diffuso, anche nel dialogo comune tra due litiganti, ricorrere a espressioni minacciose di tutti i tipi che poi, a conti fatti, sono proferite solo come mezzo di aggressione verbale, senza reale intenzione di passare “dalle parole ai fatti”.  Ne sono un esempio: «Te la faccio pagare…», «Non hai idea di quello che ti succede…», «Non sai con chi stai parlando…», «Hai detto le tue ultime parole…», «Guardati intorno quando esci di casa…», «Sei avvertito….», «Ti faccio chiudere l’azienda…», «Ho amici importanti…», «Non farti più vedere altrimenti finisce male…», «Vieni fuori che facciamo a pugni…», «Paga o ci saranno conseguenze più serie…», «Fai subito quello che ti ho detto altrimenti rivelo a tutti che….». Ciò nonostante la giurisprudenza ha sempre assunto un comportamento molto rigoroso di fronte alle parole: per configurare il reato di minaccia – ha più volte detto la Cassazione – non interessa che vi sia un’effettiva lesione dei diritti del soggetto minacciato, ma la semplice esposizione al pericolo. Pertanto, ciò che vanno valutate sono proprio le frasi e non l’effettiva intenzione di chi minaccia di concretizzare le proprie “profezie”. Se dunque ti chiedi quando denunciare per minacce verbali devi fare attenzione a quanta serietà vi è nelle espressioni del colpevole, al contesto in cui tali espressioni sono state dette e al timore che tali espressioni possono suscitare in una persona comune. In questo articolo trarremo spunto da una recente sentenza della Cassazione proprio per spiegare cos’è la minaccia, quando la minaccia è seria e, alla luce di ciò, cercheremo di capire quando denunciare per minacce verbali.

Cos’è il reato di minaccia

Chiunque minaccia ad altri un ingiusto danno è punito, a querela della persona offesa, con la multa fino a 1.032 euro.

Si tratta di un reato che tutela la libertà morale dell’individuo.

Perché scatti il reato di minaccia non occorre che i fatti minacciati siano compiuti: basta il semplice pericolo.

Come si realizza una minaccia?

La minaccia può realizzarsi in qualsiasi modo e attraverso qualsiasi mezzo. Essa può essere esplicita o implicita, diretta o indiretta, reale o simbolica, purché sia idonea a intimorire il soggetto passivo. Il solo fatto di avvicinarsi con un bastone a una persona con cui si ha in corso una lite è considerabile una minaccia. Se si fa il gesto di voler sgozzare una persona, passandosi la mano sul collo a mo’ di lama, si incorre in una minaccia. Mettere la mano in una tasca interna della giacca, come a prendere una pistola che in realtà non esiste è reato di minaccia.

Ma non c’è bisogno di minacciare l’integrità fisica di una persona per rispondere di minaccia. Si può denunciare per minacce una persona che dichiara di voler aggredire il patrimonio altrui come chi dice «Ti faccio saltare in aria l’auto», «Ti faccio fallire», «Ti mando gli zingari a casa». L’ingiusto danno minacciato può infatti riguardare qualsiasi interesse giuridicamente rilevante.

La minaccia deve ovviamente consistere in un comportamento contrario alla legge, obiettivamente illecito o diretto a perseguire un fine diverso da quella consentito dalla legge. Per cui chi minaccia di adire le vie legali e di fare causa a una persona che non si comporta in un determinato modo, al di là se abbia ragione o meno, non sta commettendo il reato di minaccia; se anche la sua azione giudiziaria fosse temeraria, infatti, ci sarebbe sempre un tribunale a giudicarla e, quindi, la vittima non è rimessa al mero potere della controparte. Risultato: dire «Se non mi paghi, ti faccio causa», pur non avendo alcun diritto di credito o ragioni per dimostrarlo non è reato.

Quando la minaccia è grave

La minaccia è più grave (si dice aggravata) quando è commessa con armi, o da persona coperta in volto o nascosta, o da più persone riunite, o con scritto anonimo, o in modo simbolico, o valendosi della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, esistenti o supposte. In tal caso la pena è della reclusione fino a un anno.

Inoltre, le pene sono aumentate da un terzo alla metà se il fatto è commesso da persona sottoposta con provvedimento definitivo ad una misura di prevenzione personale durante il periodo previsto di applicazione e sino a tre anni dal momento in cui cessata l’esecuzione. In ogni caso si procede d’ufficio. Alla pena è aggiunta una misura di sicurezza detentiva.

Si può denunciare se non si hanno testimoni?

Ci sono molti reati che vengono consumati “a tu per tu”; proprio per questo il diritto penale consente alla vittima di denunciare o querelare il colpevole anche senza dover riferire nomi di testimoni. L’indagine proseguirà ugualmente in quanto le sole dichiarazioni della parte offesa sono di per sé prova dell’illecito compiuto se non contraddette da altri fattori esterni. Non deve quindi temere chi non ha prove delle minacce in quanto la legge lo tutela lo stesso.

In caso denuncio per minacce rischio una controquerela?

Si può essere controquerelati per calunnia solo nel caso in cui chi si rivolge alle autorità lo fa con la consapevolezza di incolpare un innocente ed è quindi in malafede. Non rischia quindi una controquerela chi non riesce a dimostrare le minacce o chi, ad esempio, ritiene che una determinata frase costituisca una minaccia mentre per il giudice non lo è.

Per la minaccia occorre la querela o la denuncia?

In realtà, non vi è una sostanziale differenza tra querela e denuncia, almeno da un punto di vista contenutistico. Si parla di querela per quei reati che possono essere perseguiti solo se lo chiede la vittima (la richiesta viene appunto fatta con la querela). Si parla invece di denuncia per quei reati in cui anche le autorità possono procedere a prescindere dalla richiesta della vittima la quale quindi funge da mera segnalazione (si pensi a un omicidio).

Ebbene, la minaccia è un reato procedibile solo su querela di parte. Per cui è più corretto parlare di querela e non di denuncia.

Se non ho paura è minaccia?

Con una sentenza pubblicata ieri, la Cassazione [2] ha detto che scatta il reato di minaccia anche se la vittima si dimostra coraggiosa e dimostra di non aver paura. Dire al colpevole «Non mi fai paura» non esclude la serietà della minaccia e quindi non impedisce di presentare la querela. Per parlare di «reato di minaccia» è sufficiente «la mera esposizione al pericolo del bene giuridico, senza che si verifichi l’effettiva lesione del bene». Di conseguenza, è sufficiente che «il male prospettato possa incutere timore» in un ipotetico destinatario, identificato con l’uomo comune, anche quando, come in questo caso, la persona minacciata abbia chiaramente detto di non avvertire alcuna paura.

Quanto conta il contesto della minaccia?

In ambienti particolarmente conflittuali, dove si è soliti ricorrere alle minacce verbali senza poi effettiva intenzione di porle in essere, è meno facile che si configuri minaccia. Così ad esempio in uno stadio o in una lite di condominio. Il giudice valuta quindi anche il contesto in cui è stata proferita la frase.

La Cassazione ha inoltre detto che si può avere minaccia anche se il male minacciato è indeterminato («Te la faccio pagare») piuttosto che specifico («Ti ammazzo»). È infatti sufficiente la prospettazione di un male oscuro, idoneo a creare turbamento e timore» nella persona presa di mira [3].

È possibile il tentativo di minaccia?

Secondo la giurisprudenza non è possibile parlare di tentativo di minaccia. Il reato o è consumato effettivamente oppure è inesistente.

note

[1] Art. 612 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 5454/18 del 6.02.2018.

[3] Cass. sent. n. 42752/17.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 18 gennaio – 6 febbraio 2018, n. 5454
Presidente Sabeone – Relatore Amatore

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza impugnata il Giudice di Pace di Eboli ha assolto i predetti imputati, in relazione al reato di cui all’art. 594 cod. pen., perché il fatto non è previsto dalla legge come reato e, in relazione al reato di cui all’art. 612 cod. pen., perché il fatto non sussiste. Avverso la predetta sentenza ricorre il P.G. presso la Corte di Appello di Salerno, affidando la sua impugnativa a due motivi di doglianza.
1.1 Denunzia il ricorrente, con il primo motivo, violazione della legge penale in riferimento all’art. 612 cod. pen..
Osserva il P.G. ricorrente che il reato di minaccia è reato di pericolo per la cui integrazione è sufficiente la mera esposizione a pericolo del bene giuridico, senza che si verifichi la effettiva lesione del bene. Occorre, cioè, che il male prospettato possa incutere timore nel destinatario, secondo un criterio di medianità riecheggiante le reazioni della donna e dell’uomo comune e la lesione della sfera di libertà morale. Si evidenzia che la sentenza impugnata non aveva applicato il criterio da ultimo citato, assolvendo gli imputati per il solo fatto che la persona offesa aveva dichiarato che la minaccia proferita non la aveva intimorita.
1.2 Con un secondo motivo si declina vizio argomentativo sul medesimo punto dedotto nella prima doglianza, evidenziando, peraltro, che la stessa giurisprudenza richiamata nella sentenza impugnata portava a concludere nel senso opposto alla declaratoria di assoluzione per il reato di cui all’art. 612 cod. pen..

Considerato in diritto

2. Il ricorso è fondato già quanto al primo motivo il cui accoglimento assorbe peraltro l’esame del secondo motivo di censura.
2.1 Occorre ricordare come la giurisprudenza di questa Corte abbia sempre con voce unanime affermato che nel reato di minaccia elemento essenziale è la limitazione della libertà psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima, senza che sia necessario che uno stato di intimidazione si verifichi concretamente in quest’ultima, essendo sufficiente la sola attitudine della condotta ad intimorire e irrilevante l’indeterminatezza del male minacciato purché questo sia ingiusto e possa essere dedotto dalla situazione contingente ( cfr. anche : Sez. 5, n. 31693 del 07/06/2001 – dep. 24/08/2001, Tretter, Rv. 21985101 ; Sez. 5, Sentenza n. 21601 del 12/05/2010 (dep. 07/06/2010 ) Rv. 247762 ;
Dunque, può affermarsi con sicurezza che costituisce principio consolidato quello secondo cui ai fini dell’integrazione del delitto di cui all’art. 612 cod. pen. – che ha natura di reato di pericolo – è necessario che la minaccia – da valutarsi con criterio medio ed in relazione alle concrete circostanze del fatto – sia idonea a cagionare effetti intimidatori sul soggetto passivo, ancorché il turbamento psichico non si verifichi in concreto ( così, Sez. 5, Sentenza n. 644 del 06/11/2013 Ud. (dep. 10/01/2014 ) Rv. 257951 ; cfr. anche, nello stesso, senso : Sez. 5, Sentenza n. 45502 del 22/04/2014 Ud. (dep. 04/11/2014 ) Rv. 261678 ).
Ne consegue, come precipitato logico del principio qui riaffermato, che ai fini dell’integrazione del reato di minaccia, non è necessario che il soggetto passivo si sia sentito effettivamente intimidito, essendo richiesto che la condotta posta in essere dall’agente sia potenzialmente idonea ad incidere sulla libertà morale del soggetto passivo ( così, Sez. 1, Sentenza n. 44128 del 03/05/2016 Ud. (dep. 18/10/2016 ) Rv. 268289 ).
Tutto ciò premesso, risulta evidente come nel caso di specie la motivazione della sentenza impugnata si sia discostata dai consolidati principi affermati da questa Corte in tema di esegesi del disposto normativo di cui all’art. 612 cod. pen., così incorrendo nella lamentata violazione di legge. Ed invero, la declaratoria liberatoria qui impugnata si fonda sulla riferita circostanza che la persona offesa, escussa in dibattimento, aveva affermato che, dopo la minaccia, aveva detto agli imputati “non mi fate paura”.
Orbene, risulta evidente come l’affermazione – sulla cui base si è statuita l’assoluzione degli imputati – non tenga conto, come correttamente denunziato dal P.G. ricorrente, che il reato di minaccia è reato di pericolo per la cui integrazione è sufficiente la mera esposizione a pericolo del bene giuridico, senza che si verifichi la effettiva lesione del bene : occorre, cioè, che il male prospettato possa incutere timore nel destinatario, secondo un criterio di medianità riecheggiante le reazioni della donna e dell’uomo comune con la conseguente lesione della sfera di libertà morale.
Si impone pertanto l’annullamento della sentenza impugnata affinché il giudice del rinvio riesamini la vicenda secondo i principi di diritto sopra ricordati.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo esame al Giudice di pace di Eboli.


Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 26 maggio – 19 settembre 2017, n. 42752
Presidente Sabeone – Relatore Pezzullo

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 24/03/2016, la Corte d’Appello di Bologna, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Ravenna del 22.9.2011, riduceva la pena nei confronti di S.E. e V.F. a Euro 300,00 di multa ciascuno, per il reato di cui all’art. 612 c.p. (capi B ed E) per aver minacciato di un male ingiusto G.F. ed assolveva gli imputati dal reato di cui all’art. 594 c.p. (capi A e D) perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato.
2. Avverso tale sentenza gli imputati hanno proposto ricorso a mezzo del loro difensore di fiducia, affidato a cinque motivi, lamentando:
– con il primo motivo, l’inosservanza e/o erronea applicazione degli artt. 157, 161 e 171 c.p.p. anche in relazione agli artt. 178 ss. c.p.p.; invero, la Corte d’Appello di Bologna notificava agli imputati, sia il decreto di citazione per la pubblica udienza, sia l’estratto contumaciale della sentenza, solo presso il loro difensore di fiducia, ai sensi dell’art. 157, comma 8 bis c.p.p., nonostante gli imputati, già a partire dall’inizio del procedimento penale e come risultante da tutti gli atti processuali, avessero provveduto a “dichiarare domicilio” per le notificazioni presso la loro residenza anagrafica; pertanto, si configura nella fattispecie una nullità assoluta insanabile, essendo stata eseguita la notifica a norma dell’art. 157, comma 8 bis c.p.p. presso il difensore di fiducia, nonostante l’imputato abbia dichiarato o eletto domicilio per le notificazioni;
– con il secondo motivo, l’inosservanza e/o erronea applicazione dell’art. 612 c.p. a carico di S.E. ; infatti, la frase pronunciata dall’imputata all’indirizzo della G. , coincidente con l’espressione “non farti più vedere altrimenti finisce male”, porta ad escludere l’esistenza del reato di minaccia, sia per la genericità del male minacciato, sia per inidoneità della condotta ad incutere timore nella persona cui era destinata;
– con il terzo motivo, l’inosservanza e/o erronea applicazione dell’art. 131 bis c.p. in relazione all’art. 612 c.p.; infatti, con riguardo a V.F. , nonostante la formale valenza minacciosa della frase con la quale ebbe ad intimare alla G. di smetterla di recarsi presso il bar, sotto minaccia di un male fisico, l’imputato non intendeva concretamente porre in essere i comportamenti preannunciati; inoltre, con riguardo a S.E. , la frase pronunciata all’indirizzo della sua ex dipendente portava ad escludere la sussistenza del reato di minaccia per la sua portata letterale o, comunque, a ritenerne l’estrema tenuità di essa ai sensi dell’art. 131 bis c.p.;
– con il quarto motivo, la contraddittorietà della motivazione risultante dal testo del provvedimento impugnato, nonché dai verbali di udienza contenenti le dichiarazioni dei testimoni escussi su richiesta della difesa; infatti, le valutazioni del Giudice che ha considerato le deposizioni testimoniali irrilevanti se lette favorevolmente, mendaci se interpretate secondo criteri più critici, coincidono con valutazioni solo personali, ossia mere opinioni non suffragate da alcun elemento oggettivo; la valutazione del Giudice circa la reticenza e la non spontaneità dei testi risulta frutto di mere opinioni personali dell’organo giudicante, in quanto priva di qualsiasi elemento oggettivo di conferma fornito in sentenza; anche l’affermazione secondo cui l’imputato V. aveva reso dichiarazioni mendaci in ordine alle utenze mobili a lui in uso all’epoca dei fatti, non tiene conto del fatto che è normale non ricordare numeri telefonici del passato, soprattutto se cambiati continuamente ed intestati anche al figlio; invero è stata affermata la penale responsabilità degli imputati nonostante i due testi della difesa riferissero di non aver udito espressioni minacciose o parole offensive, ma soltanto una discussione in ordine al pagamento della retribuzione della G. ;
-con il quinto motivo, la manifesta illogicità della motivazione risultante dal testo del provvedimento impugnato, nonché dai verbali di udienza contenenti le dichiarazioni dei testimoni escussi su richiesta della difesa; invero le “critiche” dei giudici di secondo grado in ordine alle testimonianze in questione oltre ad essere generiche ed assolutamente personali, non risultano riferite al contenuto oggettivo delle stesse.

Considerato in diritto

1.Va preliminarmente rideterminata la pena nei confronti degli imputati in Euro 50,00 di multa ciascuno per il reato di cui all’art. 612 c.p., atteso che la Corte territoriale ha determinato la pena in Euro 300,00 di multa, mentre i fatti si sono verificati nel 2008, nella vigenza della previsione di pena per il suddetto delitto “sino a Euro 51”; infatti, l’art. 1, D.L. 14 agosto 2013, n. 93, conv., con modif. dalla L. 15 ottobre 2013, n. 119, che ha sostituito le parole: “fino a Euro 51” con le parole: “fino a Euro 1.032” è stato introdotto successivamente ai fatti e, quindi, non poteva trovare applicazione nella fattispecie.
2. Il ricorso nel resto è inammissibile, siccome manifestamente infondato.
2.1. Quanto al primo motivo, è sufficiente rilevare come più volte questa Corte abbia evidenziato che è affetta da nullità a regime intermedio la notificazione del decreto di citazione per il giudizio di appello, a norma dell’art. 157, comma ottavo bis, cod. proc. pen., presso il difensore di fiducia, anziché presso il domicilio dichiarato o eletto dall’imputato (Sez. 5, n. 8478 del 28/11/2016). Peraltro, la nullità derivante dalla avvenuta notificazione del decreto di citazione per il giudizio di appello, a norma dell’art. 157, comma ottavo bis, cod. proc. pen., presso il difensore di fiducia, anziché presso il domicilio dichiarato o eletto dall’imputato, deve ritenersi sanata in tutti i casi in cui risulti provato che la notificazione non ha impedito all’imputato di conoscere l’esistenza dell’atto e di esercitare il diritto di difesa (Rv. 268883).
2.1.1. Nel caso di specie, in applicazione dei suddetti principi, deve rilevarsi come non risulti dedotto in ricorso, né ciò si evince dal verbale di udienza del 24.3.2016- al quale questa Corte può accedere in ragione dell’eccezione proposta – che il difensore di fiducia degli imputati avv. Nicolai, presente, abbia proposto tale eccezione, restando così sanata la nullità a regime intermedio configurabile.
2.2. Manifestamente infondato si presenta il secondo motivo di ricorso. In proposito, va premesso che, per quanto concerne l’inidoneità dell’espressione “non farti più vedere altrimenti finisce male” proferita dalla S. nei confronti della p.o. ad integrare il reato di minaccia, non pare che tale questione, sulla base della incontestata sintesi dei relativi motivi abbia costituito oggetto di appello appunto, sicché viene inammissibilmente dedotta in questa sede in violazione del disposto di cui all’art. 606/3 c.p.p. In ogni caso, non illogicamente, la Corte territoriale ha ritenuto integrato il reato in contestazione, in relazione alla frase suddetta per il contesto di riferimento, avendo più volte la giurisprudenza di legittimità evidenziato come integri l’elemento oggettivo del reato di minaccia la prospettazione di un male oscuro, il cui concretizzarsi dipenda dalla persona che lo rappresenta e sia idoneo a creare turbamento e timore nella persona offesa (Sez. 5, n. 50573 del 24/10/2013). Nel reato di minaccia, elemento essenziale è la limitazione della libertà psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima, senza che sia necessario che uno stato di intimidazione si verifichi concretamente in quest’ultima, essendo sufficiente la sola attitudine della condotta ad intimorire e irrilevante, invece, l’indeterminatezza del male minacciato, purché questo sia ingiusto e possa essere dedotto dalla situazione contingente. (Sez. 5, n. 45502 del 22/04/2014).
2.3. Manifestamente infondato si presenta, altresì, il terzo motivo di ricorso, atteso che, come appena accennato, correttamente la Corte territoriale, senza incorrere in vizi, ha ritenuto minacciose le frasi pronunciate dagli imputati all’indirizzo della p.o., specie in considerazione del contesto di riferimento (rapporto conflittuale tra datore di lavoro e lavoratrice). Per quanto concerne, poi, l’applicabilità nella fattispecie della causa di esclusione della punibilità ex art. 131 bis c.p., ebbene non risulta che essa sia stata richiesta specificamente in appello, neppure all’udienza del 24.3.2016, pur essendo stata introdotta la norma in questione dall’art. 1, comma 2, del D.Lgs. 16 marzo 2015, n. 28, sicché è preclusa in questa sede l’invocabilità di essa per la prima volta.
2.4. Inammissibili, siccome generici e, comunque, manifestamente infondati si presentano il quarto ed il quinto motivo di ricorso, con i quali vengono censurate le valutazioni della Corte territoriale in merito alla ritenuta inattendilità dei testi della difesa. Ed invero, non si colgono profili di illogicità nell’esposizione delle ragioni per le quali le dichiarazioni dei testi R. e G. sono state ritenute non attendibili, così come sono state ritenute mendaci le dichiarazioni del V. , a fronte della ricostruzione precisa logica e pacata della p.o.. Nell’ambito dell’attività valutativa del giudice ben rientra, invero, quella della valutazione circa l’attendibilità od inattendibilità della testimonianza della quale è tenuto a dar conto con percorso argomentativo adeguato, senza che in tale argomentare sia tenuto a ricercare “riscontri”, ma ad indicare gli elementi che depongono nel senso enunciato. I ricorrenti in realtà con i loro assunti tendono a sottoporre al giudizio di legittimità aspetti attinenti alla ricostruzione del fatto e all’apprezzamento del materiale probatorio rimessi alla esclusiva competenza del giudice di merito, ma, secondo l’incontrastata giurisprudenza di legittimità, esula dai poteri della Corte di cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone).
3. La sentenza impugnata va pertanto annullata limitatamente alla quantificazione della pena che va determinata in Euro 50,00 di multa per ciascun imputato, mentre i ricorsi vanno dichiarati inammissibili nel resto.

P.Q.M.

annulla la sentenza impugnata limitatamente alla quantificazione della pena che determina in Euro 50,00 di multa; dichiara inammissibile il ricorso nel resto. Motivazione semplificata.


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