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Lo sai che? Rubare dalle cassette dell’elemosina: cosa si rischia?

Lo sai che? Pubblicato il 7 febbraio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 7 febbraio 2018

Sottrarre denaro dalla cassetta delle offerte della Chiesa o di qualsiasi altra raccolta di beneficienza è furto aggravato.

L’elemosina e le offerte non si toccano. Non solo per una questione morale, ma anche giuridica. Il soldi lasciati in favore di una parrocchia, di una organizzazione di beneficienza, di una associazione no profit, di un artista di strada, di una raccolta fondi, di un mendicante non si considerano abbandonati: il denaro è ormai entrato nella totale disponibilità e proprietà di chi lo raccoglie. Ed è per questo che, con una recente sentenza [1], la Cassazione si è voluta scagliare contro chi sottrae denaro dalle cassette delle offerte stabilendo che, in questi casi, scatta il reato di furto aggravato. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa si rischia a rubare dalle cassette dell’elemosina.

Immaginiamo che, in una chiesa, in occasione di una ricorrenza cattolica, vi sia esposta in adorazione una statua e, ai piedi di questa, vi sia una cesta per la raccolta delle offerte dei fedeli. Al termine della giornata vi sono trovano raccolte diverse monete e alcune banconote. Un piccolo bottino, che tuttavia fa gola a un ladruncolo del quartiere. Questi, approfittando di un momento di solitudine, pone le mani sulla cesta e arraffa quanti più soldi possibile. Li mette nella tasca e fugge via. Inevitabile l’accusa di furto da parte del parroco che, poco distante, lo ha invece scoperto nel suo maldestro tentativo di rubare ai poveri. A questo punto si apre il processo penale. Secondo l’accusa il reato di furto è aggravato: il fatto è stato commesso, infatti, su un oggetto – la cassetta dell’elemosina – che, per abitudine e consuetudine, è esposto al pubblico e senza particolari protezioni, facendo affidamento sul rispetto che la collettività ha – e deve avere – per i beni altrui [2]. Proprio l’aver approfittato di ciò rende più deplorevole l’azione: abusare della fiducia del pubblico è visto con maggior rigore dal legislatore. Di contrario avviso, ovviamente, il colpevole secondo cui i soldi lasciati dai fedeli non sono ancora entrati nel possesso della Chiesa, fino a quando almeno non vengono raccolti: si tratterebbe di denaro di proprietà di nessuno. Peraltro il fatto che gli spiccioli si trovino in un luogo privato – la parrocchia – esclude l’applicazione dell’aggravante. Chi dei due ha ragione? Sul punto è intervenuta la Cassazione che ha chiarito i seguenti aspetti.

Rubare l’elemosina fa scattare il reato di furto al pari di chi sottrarre denaro o qualsiasi altro bene mobile al legittimo proprietario. Il codice penale [3] stabilisce per questa condotta la reclusione da sei mesi a tre anni e la multa da 154 euro a 516 euro.

Sono state previste poi una serie di aggravanti per il furto [2] tra le quali, ad esempio, quella di aver utilizzato violenza sulle cose, di essersi avvalsi di mezzi fraudolenti, di aver indosso armi o narcotici (anche senza farne uso), se il fatto è commesso sul bagaglio dei viaggiatori (in ogni specie di veicolo), ecc. Una delle aggravanti che scattano più ricorrentemente è quella di aver commesso il furto su «cose esposte per necessità o per consuetudine o per destinazione alla pubblica fede, o destinate a pubblico servizio o a pubblica utilità, difesa o reverenza». Su questo concetto, a prima vista generico e di difficile comprensione, si sono espressi più volte i giudici. Possiamo dire, in questo articolo, senza voler scrivere un trattato di giurisprudenza, che le «cose esposte alla pubblica fede» sono quelle lasciate alla mercé di tutti senza particolari protezioni, proprio perché si fa affidamento sull’onestà della gente e sul fatto che nessuno sia portato a rubarle. Un esempio classico è quello delle auto parcheggiate a lato della strada pubblica, anche se chiuse a chiave e con l’antifurto. Non sarebbe così se, invece, l’auto fosse parcheggiata in un garage privato o sorvegliata costantemente con una telecamera. L’aggravante deriva proprio dall’essersi approfittato dell’assenza di controlli da parte del titolare, per aver questi in buona fede confidantoo sul rispetto altrui.

Rubare l’elemosina è furto aggravato? È proprio su questo aspetto che si è concentrata maggiormente la Cassazione e il responso è stato sfavorevole al ladro. Non importa che il cesto delle offerte sia all’interno della Chiesa: l’aggravante «sussiste anche nel caso in cui la cosa si trovi in luoghi privati, ma aperti al pubblico e sia soggetta a sorveglianza saltuaria». Dunque, non è necessario, perché scatti il furto aggravato, che l’oggetto rubato si trovi in un luogo pubblico; ben può trovarsi anche all’interno di un cinema, di una stazione di benzina, di un ufficio e quindi di un luogo privato, purché sia aperto al pubblico.

Rubare l’elemosina: cosa si rischia? L’aumento della pena determinato dall’aggravante comporta la reclusione da 2 a 6 anni e la multa da 927 euro a 1.500 euro.

note

[1] Cass. sent. n. 5348/18 del 5.02.2018.

[2] Art. 625 cod. pen.

[3] Art. 624 cod. pen.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 22 novembre 2017 – 5 febbraio 2018, n. 5348
Presidente Lapalorcia – Relatore Pistorelli

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza impugnata il Tribunale di Asti ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di A.D. per il reato di furto a causa dell’intervenuta remissione della querela e previa esclusione dell’aggravante di cui all’art. 625 n.7 c.p. originariamente contestata.
2. Avverso la sentenza ricorre il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Asti deducendo errata applicazione della legge penale. In particolare il pubblico ministero ricorrente eccepisce l’illegittima esclusione della contestata aggravante, ostativa al proscioglimento per remissione della querela, rilevando come per la giurisprudenza di legittimità la stessa ricorre anche nel caso in cui il furto venga perpetrato su cose che si trovino in luoghi privati, ma aperti al pubblico, come appunto avvenuto nel caso di specie ad oggetto la sottrazione del danaro depositato nella cassetta delle offerte di una chiesa.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato e deve essere accolto.
2. Va innanzi tutto ricordato come per il consolidato orientamento di questa Corte richiamato anche dal ricorrente – la circostanza aggravante dell’esposizione alla pubblica fede, prevista dall’art. 625, n. 7, c.p. sussiste anche nel caso in cui la cosa si trovi in luoghi privati, ma aperti al pubblico e sia soggetta a sorveglianza saltuaria, posto che la ragione dell’aggravamento consiste nella volontà di apprestare una più elevata tutela alle cose mobili lasciate dal possessore, in modo temporaneo o permanente, senza custodia continua (ex multis Sez. 5, n. 9245/15 del 14 ottobre 2014, Felici, Rv. 263258, pronunzia questa che tra l’altro ha ad oggetto fattispecie identica a quella per cui si procede). Nessun dubbio può sussistere, dunque, sulla configurabilità della contestata aggravante nel caso di specie, erroneamente esclusa dal Tribunale, peraltro con motivazione eccentrica in quanto riferita alla ritenuta modesta entità del fatto. Ne consegue che il reato per cui è processo è perseguibile d’ufficio con conseguente irrilevanza della intervenuta remissione della querela comunque proposta ed illegittimità della pronunzia di non doversi procedere per tale ragione. La sentenza impugnata deve pertanto essere annullata senza rinvio e gli atti trasmessi alla Corte d’appello di Torino per nuovo giudizio.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata senza rinvio e dispone la trasmissione degli atti alla Corte d’appello di Torino per nuovo giudizio.

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