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Lo sai che? Quando la banca è responsabile

Lo sai che? Pubblicato il 7 febbraio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 7 febbraio 2018

Responsabilità della banca: quando fare causa e come vincerla. Le condotte illecite dell’istituto di credito.

Quando si parla di responsabilità della banca si pensa quasi sempre all’usura o al calcolo errato degli interessi (anatocismo). In realtà, sono numerosi (e forse anche più frequenti) gli abusi che può commettere un istituto di credito, tutti collegati agli svariati settori ormai ricoperti dalle banche, che non sono più solo collegati al credito in senso stretto e alla tenuta del conto corrente ma anche e soprattutto a strumenti finanziari e assicurativi. Dalle mancate informazioni a chi si accinge ad effettuare un investimento al dovere di trasparenza con il cliente quando viene effettuata una modifica unilaterale delle condizioni contrattuali; dalla concessione abusiva del credito al rispetto delle clausole contrattuali pubblicizzate. Se uno si chiede quando la banca è responsabile ha solo l’imbarazzo della scelta. Ricorderemo qui solo alcuni dei casi più importanti.

Investimenti e obblighi di informazione

Nel momento in cui il cliente sceglie la propria banca come intermediario finanziario per l’acquisto di azioni, obbligazioni e altri strumenti di investimento, quest’ultima è tenuta a un’informazione corretta, chiara ed esauriente per agevolare la comprensione delle caratteristiche, dei rischi e dei costi dei prodotti finanziari offerti, anche al fine di consentire un agevole confronto con altre offerte.

La banca è obbligata innanzitutto a far compilare al cliente un questionario per saggiarne le competenze in materia di investimenti: si tratta di domande, dalle più semplici alle più complesse, che funzionano come una sorta di test. Tanto maggiore risulta l’inesperienza del cittadino in questo campo, tanto più incisivo è l’obbligo di informazione dell’istituto di credito. In secondo luogo, la banca deve chiedere quale profilo di rischio il cliente è intenzionato a sostenere: medio, alto o basso. Più è elevato il profilo di rischio tanto superiore e tempestiva dovrà essere la cura con cui l’istituto di credito dovrà informare il proprio cliente di un andamento negativo dell’investimento, a meno che questi non dimostri di essere già esperto in materia. La banca è tenuta quindi a illustrare al cliente «di normale accortezza» tutti i rischi dell’investimento nonché le informazioni della società emittente che potrebbero compromettere l’investimento.

La banca è quindi sottoposta all’obbligo di informare gli investitori non solo su ciò che conterrà il contratto, ma anche sui rischi concreti che l’operazione comporta. Tale informazione deve essere non solo puntuale su ogni aspetto che serve a guidare il cliente ad una scelta consapevole, ma anche il più circostanziata possibile qualora l’investitore si mostri inesperto. Essa sarà dunque data dalla valutazione complessiva tanto della esperienza concreta del cliente quanto della sua propensione al rischio. Tuttavia, adempiuto regolarmente quest’obbligo, l’intermediario non resta responsabile della scelta eventualmente inadeguata dell’investitore.

Secondo la giurisprudenza, è nullo il contratto di acquisto di titoli tra la banca e il cliente se quest’ultimo non ha ricevuto dall’intermediario, in via preventiva e per iscritto, il documento con i rischi dell’operazione.

In base alla normativa di settore contenuta nel Testo Unico della Finanza, l’intermediario finanziario è tenuto a consegnare, al cliente:

  • una copia scritta del contratto quadro inerente l’acquisto di valori mobiliari (infatti, in materia bancaria tutti i contratti devono essere scritti e mai orali);
  • il documento (anch’esso scritto) sui rischi (cosiddetto prospetto-rischi): e ciò a protezione dell’interesse pubblico alla regolarità del sistema finanziario.

Tale supporto documentale, infatti, costituirà il titolo del successivo sviluppo negoziale tra le parti, che si concretizzerà nei singoli ordini di investimento.

L’inosservanza di tali prescrizioni, al momento della formazione dell’accordo negoziale, è causa di invalidità dell’intera operazione. Così, il cliente potrà eventualmente chiedere il risarcimento. Invece, liberi da schemi predefiniti dalla normativa e totalmente rimessa agli accordi delle parti, è la modalità di comunicazione dei singoli ordini di negoziazione e delle istruzioni date dal cliente alla banca in esecuzione del contratto quadro.

La Banca d’Italia ha adottato un provvedimento sulla “Trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari” con cui ha definito standard minimi e generali di redazione dei documenti informativi predisposti per la clientela (struttura dei documenti, informazioni essenziali da fornire, scelte lessicali, standardizzazione di alcune tipologie di contratti più diffusi) ed introducono, a carico degli intermediari bancari e finanziari, obblighi di natura organizzativa ovvero di controllo per il rispetto della disciplina di trasparenza e la correttezza nei rapporti con l’utenza.

Ogni cittadino italiano che vuole investire in titoli, obbligazioni, azioni, ecc. è garantito da una legge europea chiamata Mifid [1]: in pratica, ogni volta che un consumatore-investitore entra in banca per sottoscrivere un contratto quadro per l’acquisto di valori mobiliari, deve compilare un questionario con cui viene fotografato il suo “profilo di rischio” nonché viene presa consapevolezza delle sue conoscenze del mercato finanziario. In pratica, la banca deve acquisire informazioni su:

  • qual è l’obiettivo dell’investimento del cliente (se questi preferisce, cioè, un rischio basso, con rendimenti ridotti; oppure un rischio elevato, con possibilità di guadagno più alte, ma anche più aleatorie);
  • quanto esperto e competente è il consumatore in materia di investimento. La conoscenza, da parte della banca, della cultura finanziaria di chi ha davanti è necessaria affinché questi sia sufficientemente informato, di volta in volta, prima della proposta di acquisto di ogni titolo. Insomma, il dipendente dell’Istituto deve accertarsi che il cliente sia in grado di comprendere le conseguenze del proprio investimento.

Rispetto delle condizioni pubblicizzate e libertà di scelta del cliente

La banca deve applicare le condizioni pubblicizzate o quelle più favorevoli. Le clausole che prevedono condizioni sfavorevoli rispetto a quelle pubblicizzate sono da considerarsi nulle.

Di recente il legislatore ha stabilito che la banca che subordini un finanziamento a una assicurazione non può imporre la propria compagnia, dovendo lasciare il cliente libero di poter scegliere anche una società esterna.

Contratti scritti e saggio di interessi preciso

I contratti con la banca devono essere scritti. Di recente la Cassazione ha detto che è sufficiente la sola firma del cliente, mentre quella del funzionario dell’istituto di credito non è essenziale. Leggi Contratti con la banca: basta la firma del cliente.

Sono nulle quelle clausole che rinviano agli usi per la determinazione del tasso di interesse e delle altre condizioni praticate. Salvo deroghe stabilite dalla legge, per essere valido, il contratto bancario deve esser redatto in forma scritta e deve contenere, oltre al tasso di interesse, ogni altro prezzo e condizione praticati. Altrettanto per iscritto deve avvenire l’approvazione del cliente alla possibilità di modifiche unilaterali delle condizioni da parte della banca: in tal caso, la banca deve comunicare per iscritto le variazioni sfavorevoli e il cliente ha il diritto di recedere dal contratto senza alcuna penale.

Concessione abusiva del credito

«Con concessione abusiva del credito si intende la concessione, il rinnovamento o la proroga di un finanziamento da parte di una banca ad un’impresa in stato di grave crisi economica noto alla banca stessa. La concessione di un finanziamento in una caso di tal tipo, non fa altro che ritardare l’emersione dello stato di insolvenza e l’apertura della procedura fallimentare a carico dell’azienda, mantenendola in vita pur se ormai dissestata dal punto di vista patrimoniale [2]». «La responsabilità della banca, oltre che nei confronti dei creditori per i danni procurati a causa della riduzione della possibilità di recupero dei propri crediti, sussiste anche nei confronti dei terzi che, fidandosi dell’avallo della banca, credono alla sanità dell’impresa e si mettono in affari con essa, e persino nei confronti delle imprese concorrenti, in quanto in tal modo si ha l’effetto di tenere in vita un’azienda che avrebbe dovuto uscire dal mercato. Si ipotizza infine una responsabilità anche nei confronti della impresa stessa, responsabilità che sussiste senz’altro quando la banca concorre nell’illecito degli amministratori dell’impresa a danno di questa» [2].

Errata segnalazione alla Centrale Rischi

La segnalazione da parte della banca alla Centrale rischi della Banca d’Italia di un cliente quale debitore “sofferente” è in grado di ledere l’immagine e la reputazione sociale e professionale del soggetto interessato, provocando un pregiudizio risarcibile di natura non patrimoniale. Perciò la legge [3] impone particolari cautele onde garantire il cliente medesimo.

Innanzitutto il titolare di un conto corrente o di un finanziamento può essere segnalato alla Centrale Rischi della Banca d’Italia come debitore “in sofferenza” solo in presenza di una “situazione di impotenza finanziaria che non lasci presagire alcun margine di superamento” e tale da porsi come lo stadio immediatamente anteriore alla situazione di fallimento. In pratica, si deve trattare di una condizione di difficoltà economica tale da rendere difficile la reversibilità della stessa. Al contrario, la semplice crisi di liquidità, ma comunque recuperabile, non legittima la segnalazione da parte della banca.

La banca non può segnalare il cliente alla Centrale Rischi senza prima avvisarlo con una raccomandata dandogli il tempo di sanare la morosità. L’assenza di una preventiva comunicazione rende di per sé illegittima la segnalazione con diritto a ottenere il risarcimento del danno all’immagine e quello conseguente al fatto che, da tale segnalazione, ti viene precluso l’accesso ad altri prestiti.

Mutuo di scopo nullo

Se la banca accorda un mutuo per una determinata finalità, come quella di una ristrutturazione aziendale o per l’acquisto di una azienda (cosiddetto «mutuo di scopo») mentre poi la somma viene utilizzata per coprire un debito preesistente con la stessa banca, il cliente non è tenuto a restituire i soldi. Nei mutui di scopo, tutte le volte in cui le somme erogate al cliente non vengono impiegate per lo scopo concordato, il mutuo è nullo e non va più restituito. In buona sostanza se la banca finanzia di nuovo il proprio cliente indebitato, solo per coprire un proprio credito, mentre nel contratto di mutuo è specificato che i soldi servono per un’altra finalità, il debitore non deve più rimborsare all’istituto di credito le somme avute in prestito. non sono poche le banche che commettono questo illecito. Tanto è vero che la Cassazione ha ribadito questo concetto già numerose volte: i giudici supremi hanno dichiarato nullo il mutuo per coprire il debito con la banca lasciato da un precedente mutuo non pagato. Fra l’altro non ci sono “termini di scadenza” per agire: la nullità, infatti, può essere fatta valere in qualsiasi momento.

Anatocismo e usura

Sull’anatocismo e sull’usura vi sarebbe da scrivere un libro. L’anatocismo si verifica quando il saggio di interessi viene applicato non solo al capitale, ma al capitale con gli interessi già maturati in precedenza.

Per esempio, si prenda un capitale di 100 € e un saggio di interesse del 2%. Alla prima scadenza, dopo l’applicazione degli interessi, si avrà che il capitale (100 €) e interessi (2 €) daranno una somma di 102 €.

Alla seconda scadenza, il calcolo degli interessi dovrebbe di nuovo effettuarsi tenendo a riferimento, come base, il capitale iniziale (100 €); e, pertanto, anche nei mesi successivi, ogni singola quota di interessi darebbe sempre essere di 2 €.

Invece, qualora si effettui un calcolo anatocistico, la base su cui applicare il saggio del 2% non è più 100 €, ma 102 € (capitale di 100 € + 2 € di interessi). Ne deriva che già alla seconda mensilità, gli interessi non sono più 2 € bensì 2,04 € (per un totale di € 102,04).

Anche alle successive scadenze, si verificherà lo stesso fenomeno. Nel terzo mese, l’interesse verrà applicato su € 104,04 € (ossia: capitale di 102,04 € + 2% di interesse). Gli interessi, quindi, alla terza scadenza, ammonteranno a 2,08 €. E così via.

In questo modo, gli interessi producono altri interessi e finiscono per essere esponenzialmente sempre più elevati.

In base all’attuale legge, l’anatocismo può essere legittimo solo sugli interessi moratori e a condizione che non sia applicato per più di una volta all’anno. Inoltre, in tal caso, il cliente – che deve aver appositamente autorizzato la banca all’anatocismo – deve avere il diritto di pretendere lo stesso trattamento anche sugli interessi attivi.

note

[1] Market in Financial Instruments Directive, direttiva n. 2004/39/CE.

[2] Percorsi giurisprudenza, Responsabilità civile – Percorso di giurispudenza

Responsabilità della banca di Lorusso Donato Silvano, Epifani Francesco, Giorgia De Donno in Diritto24.

[3] Art. 4 co. 7 del Codice di autodisciplina degli intermediari, norma dotata di giuridicità e quindi vincolante.

In tema di intermediazione finanziaria, l’art. 31 del regolamento Consob n. 11522 del 1998 (applicabile “ratione temporis”), secondo il quale gli investitori persone fisiche rientrano nella categoria degli operatori qualificati ove documentino il possesso dei requisiti di professionalità stabiliti per i soggetti che svolgono funzioni di amministrazione, direzione e controllo presso società di intermediazione mobiliare, impone all’intermediario di accertare, al momento dell’istaurazione del rapporto, il pregresso svolgimento di quei ruoli e compiti da parte dell’investitore per il periodo minimo indicato, in quanto non è sufficiente ad escludere la responsabilità del primo la semplice dichiarazione del cliente di esonerarlo dalla detta verifica. Corte di Cassazione, sez. I, civ., ordinanza 01 giugno 2017, n. 13872

In tema di intermediazione finanziaria, la sottoscrizione, da parte del cliente, della clausola in calce al modulo d’ordine, contenente la segnalazione d’inadeguatezza dell’operazione sulla quale egli è stato avvisato, è idonea a far presumere assolto l’obbligo previsto in capo all’intermediario dall’art. 29, comma 3, del reg. Consob n. 11522 del 1998; tuttavia, a fronte della contestazione del cliente, il quale alleghi l’omissione di specifiche informazioni, grava sulla banca l’onere di provare, con qualsiasi mezzo, di averle specificamente rese. Cass. Civ., sez. I, civ., sentenza 06 giugno 2016, n. 11578

Nella prestazione del servizio di negoziazione di titoli, qualora l’intermediario abbia dato corso all’acquisto di titoli ad alto rischio senza adempiere ai propri obblighi informativi nei confronti del cliente, e quest’ultimo non rientri in alcuna delle categorie di investitore qualificato o professionale previste dalla normativa di settore, non è configurabile un concorso di colpa del medesimo cliente nella produzione del danno, neppure per non essersi lo stesso informato della rischiosità dei titoli acquistati.

Corte di Cassazione, sez. I, civ., sentenza 13 maggio 2016, n. 9892

In tema di gestione di patrimonio mobiliare, è configurabile la responsabilità dell’intermediario finanziario che abbia dato corso ad un ordine, ancorché vincolante, ricevuto da un cliente non professionale, concernente un investimento particolarmente rischioso (nella specie, l’impiego dell’intero ed ingente patrimonio dello stesso per l’acquisto di un unico titolo obbligazionario di una piccola società emittente, avente sede in Islanda, da tempo in conclamata crisi), atteso che la professionalità del primo, su cui il secondo abbia ragionevolmente fatto affidamento in considerazione dello speciale rapporto contrattuale tra essi intercorrente, gli impone comunque di valutare l’adeguatezza di quell’operazione rispetto ai parametri di gestione concordati, con facoltà, peraltro, di recedere dall’incarico, per giusta causa, qualora non ravvisi tale adeguatezza. Cass. Civ., sez. I, 17 aprile 2015, n. 7922

L’obbligo di agire in situazione di conflitto di interessi, in modo da assicurare comunque al cliente trasparenza ed equo trattamento discende dall’art. 21, comma 1, lett. c), t.u.f., il quale si distingue dal disposto dell’art. 27 reg. Consob 11522/1998. Quest’ultima norma introduce un precetto diverso ed ulteriore (non effettuare operazioni con la propria clientela in conflitto di interessi tranne che nel caso di previa informativa per iscritto in ordine a natura ed estensione del conflitto e di autorizzazione scritta del cliente) che non trova applicazione nei confronti dell’operatore qualificato. La non cogenza applicativa di tale norma autorizza pertanto l’intermediario ad agire in conflitto di interessi, ma non può autorizzarlo a gestire il conflitto a suo totale favore, senza garantire un equo e trasparente trattamento ai propri clienti, posto che la trasparenza e l’equo trattamento nella gestione dei conflitti costituiscono precetti basilari, alla cui osservanza l’intermediario è tenuto anche quando il cliente sia un operatore qualificato. Tribunale di Milano, Sentenza 19 aprile 2011

L’obbligo informativo concerne la stessa nozione di operatore qualificato: l’intermediario che propone al cliente di firmare una dichiarazione sulla capacità e sull’esperienza della società o persona giuridica in strumenti finanziari deve informare la controparte sia in ordine alle caratteristiche che un soggetto deve avere per potersi ritenere un operatore qualificato sia in ordine alle conseguenze di una tale dichiarazione. Solamente, infatti, una preventiva informazione su tali circostanze (salvo l’espresso rifiuto della controparte ad esserne informato) rende consapevole e quindi valida la dichiarazione resa dal cliente in ordine alla sua natura di operatore qualificato: diversamente opinando (e cioè ritenendo perfettamente valida una siffatta dichiarazione [ovvero quella di “operatore qualificato”] pur in assenza di qualsivoglia informazione e consapevolezza in capo al cliente in ordine al significato e alle conseguenze della propria dichiarazione) si darebbe facile ingresso nella prassi operativa a discutibili consuetudini comportamentali poste in essere dal contraente forte (la banca), prassi consistenti nel far sottoscrivere alla controparte un modulo precompilato in cui quest’ultimo si dichiara operatore qualificato, con le consequenziali rilevantissime conseguenze sui diritti della controparte medesima, in tal modo eludendosi gli obblighi informativi statuiti dalle previsioni normative mediante l’inserimento di clausole – sostanzialmente di mero stile; il che non pare francamente ammissibile. E questa conclusione conduce alla necessità di dare applicazione quanto meno alle seguenti disposizioni normative: a) il dovere di comportarsi con diligenza (art. 21, comma 1 lett. a), d.lg. n. 58/1998); b) il dovere di comportarsi con correttezza (art. 21 comma 1 lett. a), d.lg. n. 58 del 1998); c) il dovere di comportarsi con trasparenza (art. 21, comma 1 lett. a), d.lg. n. 58 del 1998); d) il dovere di comportarsi nell’interesse dei clienti (art. 21, comma 1 lett. a), d.lg. n. 58 del 1998); e) il dovere di operare in modo che gli investitori siano sempre adeguatamente informati (art. 21, comma 1 lett. b), d.lg. n. 58 del 1998). Tribunale di Alba, Sentenza 22 marzo 2011

 

L’investitore che deduce la violazione da parte della Banca del dovere di esatta informazione, di diligenza e trasparenza in ordine alla speculatività ed alla rischiosità dei titoli acquistati deve fornire i riscontri della contrarietà della condotta agli standards comportamentali indicati dal legislatore; (…) solo qualora l’operazione presenti profili di rischio tali da renderla inadeguata per il risparmiatore spetta all’intermediario provare di aver provveduto alla regolare segnalazione dell’inadeguatezza. Tribunale di Roma, Sentenza 24 novembre 2010

In materia di contratti di intermediazione finanziaria, ai fini dell’accertamento della responsabilità contrattuale per danni subiti dall’investitore, deve essere accertato se l’intermediario abbia diligentemente adempiuto alle obbligazioni scaturenti dal contratto di negoziazione. Allo stesso modo, va accertato il suo adempimento a tutte quelle obbligazioni specificamente poste a suo carico dal d.lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 (T.U.F.) e prima ancora dal d.lg. 23 luglio 1996 n. 415, nonché dalla normativa secondaria, risultando, quindi, così disciplinato, il riparto dell’onere della prova: l’investitore deve allegare l’inadempimento di dette obbligazioni da parte dell’ intermediario, nonché fornire la prova del danno e del nesso di causalità; l’intermediario, a sua volta, deve provare l’avvenuto adempimento delle specifiche obbligazioni poste a suo carico, allegate come inadempiute dalla controparte, e, sotto il profilo soggettivo, di avere agito “con la specifica diligenza richiesta”. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 17 febbraio 2009, n. 3773

L’avvertimento all’investitore relativo a un’operazione inadeguata che risulti eccessivamente generico non è tale da porre il cliente in grado di comprendere l’effettiva portata dell’ operazione posta in essere e la sua inadeguatezza al proprio profilo di rischio. Tribunale di Livorno, 20 giugno 2008

L’obbligo dell’intermediario finanziario di fornire le informazioni discende direttamente dalla legge e si configura con specificazione di quegli obblighi ex art. 1175 e 1337 c.c. che operano anche temporalmente prima dell’ordine e regolano la fase precontrattuale (delle trattative e della formazione) dei singoli contratti di investimento; pertanto, la violazione di siffatti obblighi di condotta determina una responsabilità di natura precontrattuale, di carattere risarcitorio, anche nel caso in cui il contratto sia poi stato effettivamente concluso. Tribunale di Torino, 1 febbraio 2008

Le disposizioni di cui agli art. 21 e ss. d.lg. n. 58 del 1998 (cd. t.u.f.) e 28 del regolamento Consob 1/7/98 n. 11522 stabiliscono in particolare che nella prestazione di servizi di investimento e accessori i soggetti abilitati devono comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, e devono operare in modo che i clienti siano sempre adeguatamente informati (suitability rule). Grava in primo luogo sul proponente l’investimento uno specifico obbligo di informazione circa le caratteristiche fondamentali del contratto ed in particolare è necessario che il risparmiatore abbia avuto adeguata informazione circa il tipo e le caratteristiche essenziali del prodotto. Tribunale di Lecce, Sezione 2 civile, Sentenza 7 maggio 2007, n. 824

Le verifiche diligenti del funzionario escludono la responsabilità dell’istituto di credito che ha disposto l’apertura di conto corrente con rilascio di carnet di assegni (fattispecie in cui una persona fisica aveva ricevuto in pagamento un assegno bancario che, portato all’incasso, era risultato privo di provvista; inoltre era stato accertato che l’identità del traente era falsa e che l’istituto di credito aveva attivato conto corrente e rilasciato relativo carnet di assegni, in favore di soggetto che aveva falsificato la sua identità. Pertanto il creditore aveva chiamato in giudizio l’istituto di credito affinché fosse condannato a risarcire i danni scaturenti dalle mancate verifiche circa la effettiva identità del soggetto cui aveva concesso credito ed operatività bancaria). Corte di Cassazione, Sezione 3 civile, Sentenza 28 maggio 2015, n. 11123

Nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale, la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata, ai sensi dell’art. 1176, comma 2, c.c. In particolare, nel rapporto contrattuale di home banking, la banca ha la veste di contraente qualificato, che, non ignaro delle modalità di frode mediante phishing da tempo note nel settore, è tenuto ad adeguarsi all’evoluzione dei nuovi sistemi di sicurezza. Tribunale di Milano, Sezione 4, Sentenza 4 dicembre 2014

In tema di intermediazione finanziaria, è irrilevante, ai fini della prova dell’errore invocato dal cliente sulla natura o sull’oggetto del contratto, l’inosservanza, da parte della banca, del dovere di consegnare la copia della documentazione contrattuale, incidendo il menzionato vizio sul momento genetico del rapporto e riguardando, invece, l’adempimento del suddetto dovere la fase successiva alla formazione del contratto. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 20 settembre 2013, n. 21600

Anche quando emerga in causa un’effettiva violazione da parte dell’intermediario degli obblighi di informazione, correttezza e buona fede, questa non determina la “nullità” del contratto di negoziazione dei titoli né quella delle operazioni concluse in sua esecuzione, assumendo tale violazione rilevanza solo nel momento successivo dello svolgimento del rapporto e in ordine al corretto adempimento da parte dell’intermediario dei suoi obblighi di condotta, dando pertanto luogo al solo insorgere di una responsabilità contrattuale verso l’investitore. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 9 gennaio 2013, n. 330

Nel contratto di conto corrente bancario la banca, in qualità di mandataria, assume un obbligo di “facere”, che consiste nella corretta registrazione sul conto delle operazioni eseguite dietro ordine del correntista. Nel caso si verifichi che alcune di esse non siano riferibili a precise istruzioni ricevute, ha l’obbligo di eliminarle, ricostituendo la posizione contabile corretta. Se ciò non avviene, la banca viene meno ad un preciso obbligo contrattuale e deve rispondere dell’illecito compiuto. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 10 marzo 2010, n. 5843

La responsabilità della banca negoziatrice e di quella trattaria è di natura contrattuale discendendo tale responsabilità anche dalla violazione di obblighi nascenti da situazioni (non già di contratto bensì) di semplice contatto sociale, ogni qualvolta l’ordinamento imponga ad un soggetto di tenere, in tali situazioni, un determinato comportamento. Corte d’Appello di Milano, 16 dicembre 2009

In caso di utilizzazione illecita da parte di terzi di carta bancomat trattenuta dallo sportello automatico, ai fini della valutazione della responsabilità della banca è necessaria,dietro un’esplicita richiesta della parte, la verifica dell’adozione delle misure idonee a garantire la sicurezza del servizio da eventuali manomissioni, e ciò nonostante l’intempestività della denuncia dell’avvenuta sottrazione da parte del cliente e le contrarie previsioni regolamentari. La diligenza posta a carico del professionista, infatti, ha natura tecnica e deve essere valutata in considerazione dei rischi tipici della sfera professionale di riferimento, assumendo come parametro la figura dell’accorto banchiere. Corte di Cassazione, sez. I, civ., Sentenza 12 giugno 2007, n. 13777

La concessione di credito a condizioni di mercato, ancorché abusiva in quanto attuata in violazione della disciplina pubblicistica sulla erogazione del credito, non può costituire fonte di danno per l’impresa finanziata, come tale parte del contratto e compartecipe dell’illecito. Tribunale di Monza, 8 febbraio 2011

Il curatore fallimentare non è legittimato a proporre, nei confronti del finanziatore responsabile (nella specie, una banca), l’azione da illecito aquiliano per il risarcimento dei danni causati ai creditori dall’abusiva concessione di credito diretta a mantenere artificiosamente in vita un’impresa decotta, suscitando così nel mercato la falsa impressione che si tratti di impresa economicamente valida. Nel sistema della l. fall., infatti, la legittimazione del curatore ad agire in rappresentanza dei creditori è limitata alle azioni di massa – finalizzate, cioè, alla ricostituzione del patrimonio del debitore nella sua funzione di garanzia generica e aventi carattere indistinto quanto ai possibili beneficiari del loro esito positivo – al cui novero non appartiene l’azione risarcitoria in questione, la quale, analogamente a quella prevista dall’art. 2395 c.c., costituisce strumento di reintegrazione del patrimonio del singolo creditore, giacché, per un verso, il danno derivante dall’attività di sovvenzione abusiva deve essere valutato caso per caso nella sua esistenza ed entità (essendo ipotizzabile che creditori aventi il diritto di partecipare al riparto non abbiano ricevuto pregiudizio dalla continuazione dell’impresa), e, per altro verso, la posizione dei singoli creditori, quanto ai presupposti per la configurabilità del pregiudizio, è diversa a seconda che siano antecedenti o successivi all’attività medesima. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 23 luglio 2010, n. 17284

La abusiva concessione di credito (e cioè l’erogazione di finanziamenti da parte di una banca ad imprenditore che essa sa insolvente, compiuta al fine di ingenerare nei terzi l’opinione erronea della solidità dell’impresa finanziata), nel caso di successivo fallimento dell’imprenditore finanziato, può costituire in astratto fonte di due diversi tipi di danno aquiliano: a) un danno della massa dei creditori, consistito nell’essere stati indotti a contrattare con un insolvente, e subendo così gli effetti del fallimento in termini di falcidia; b) un danno alla stessa impresa finanziata, consistente nel costo del finanziamento (per interessi o spese) che la curatela dovrà comunque restituire, nel concorso con gli altri creditori. L’uno e l’altro tipo di danno si fondano tuttavia su fatti materiali diversi, e le relative domande non sono comprese l’una nell’altra, sicché è inammissibile per la curatela domandare il risarcimento del danno patito dall’impresa in bonis, dopo avere in precedenza domandato solo il danno risentito dalla massa dei creditori. Corte di Cassazione, sez. U.,civ., sentenza 28 marzo 2006, n. 7031

La concessione abusiva del credito è configurabile con riferimento all’ipotesi di concessione/protrazione del credito in favore di un’impresa la quale già si trovi in stato di insolvenza e non invece ove tale situazione risulti solo meramente potenziale o tendenziale. Corte d’appello di Milano, Sentenza 11 maggio 2004

È illegittima la segnalazione “in sofferenza” alla Centrale Rischi della Banca d’Italia allorché l’istituto di credito, non avendo provveduto alla sollecita vendita dei titoli di stato di cui era titolare la parte debitrice, ha impedito il sostanziale azzeramento dell’esposizione debitoria. Corte di Cassazione, sez. I, civ., sentenza 6 novembre 2014, n. 23646

È illegittima la segnalazione “in sofferenza” alla Centrale Rischi della Banca d’Italia allorché l’istituto di credito, non avendo provveduto alla sollecita vendita dei titoli di stato di cui era titolare la parte debitrice, ha impedito il sostanziale azzeramento dell’esposizione debitoria. Corte di Cassazione, sez. I, civ., sentenza 6 novembre 2014, n. 23646

L’errore in cui è incorsa la Banca nel segnalare alla CRIF un mancato pagamento in realtà inesistente, integra un fatto illecito ascrivibile alla colpa dei funzionari della stessa Banca, i quali hanno operato la segnalazione in assenza dei necessari presupposti di legge, e per lo più erronea nei suoi dati essenziali. Tale comportamento, è pertanto suscettibile di integrare un fatto illecito produttivo di danno, sotto il profilo del diritto all’immagine ed alla onorabilità, anche sul piano commerciale, risultando fondato su un interesse di rilievo costituzionale ex art. 2 e 3 cost., la cui lesione comporta il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, ai sensi dell’art. 2059 c.c. (fattispecie in cui l’essere stati ingiustamente segnalati presso una Centrale Rischi Interbancaria, rappresenta senza dubbio una lesione dell’onorabilità, perpetrata in danno di soggetti che in precedenza avevano sempre onorato i loro debiti, così come risultante dalla stessa comunicazione della CRIF s.p.a. in cui era stato indicato, per gli altri debiti, “nessuna segnalazione”. Circostanza, da cui consegue quindi a carico dei medesimi soggetti, la lesione di un interesse non patrimoniale di rilievo costituzionale, che deve essere risarcita, in assenza di parametri specifici, in via equitativa).  Tribunale di Bari, sez. IV, sentenza 27 giugno 2011, n. 2189

L’erronea segnalazione presso la Centrale rischi può cagionare danni all’immagine ed alla reputazione economica del soggetto illegittimamente segnalato. La liquidazione può avvenire con criteri equitativi, ai sensi degli artt. 1226 e 2056 c.c., quando l’attività istruttoria svolta non permetta di misurare l’entità del danno stesso, perché, pur essendone certa l’esistenza, è impossibile o molto difficile provare la precisa durata del pregiudizio economico subito. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 24 maggio 2010, n. 12626

Ai fini dell’obbligo di segnalazione al “servizio per la centralizzazione dei rischi bancari” (cosiddetta Centrale dei rischi) che grava sulle banche, è necessario che l’appostazione a sofferenza sia preceduta da una valutazione, da parte dell’intermediario, della situazione finanziaria complessiva del cliente, non potendo scaturire automaticamente da un semplice ritardo di quest’ultimo nel pagamento del debito. Corte di Cassazione, Sezione 1 civile, Sentenza 1 aprile 2009, n. 7958

In relazione all’obbligo di segnalazione al “servizio per la centralizzazione dei rischi bancari” (cosiddetta Centrale dei rischi) che grava sulle banche, si può considerare in “sofferenza” il credito vantato nei confronti di soggetti che versino in stato di insolvenza, anche se non accertato giudizialmente, o che si trovino in situazioni equiparabili; la nozione di insolvenza, come si deduce dalle “Istruzioni” emanate dalla Banca d’Italia, sulla base delle direttive del Cicr, non si identifica con quella dell’insolvenza fallimentare, ma indica una valutazione negativa della situazione patrimoniale, connotata come “deficitaria” o come “grave difficoltà economica”, quindi tale da giustificare l’inserimento del credito nella categoria delle “sofferenze”.

Corte di Cassazione, sez. I, civ., sentenza 12 ottobre 2007, n. 21428

Poiché anche nei confronti della persona giuridica ed in genere dell’ente collettivo è configurabile la risarcibilità del danno non patrimoniale allorquando il fatto lesivo incida su una situazione giuridica della persona giuridica o dell’ente che sia equivalente ai diritti fondamentali della persona umana garantiti dalla Costituzione, e fra tali diritti rientra l’immagine della persona giuridica o dell’ente, allorquando si verifichi la lesione di tale immagine, è risarcibile, oltre al danno patrimoniale, se verificatosi, e se dimostrato, il danno non patrimoniale costituito – come danno c.d. conseguenza – dalla diminuzione della considerazione della persona giuridica o dell’ente nel che si esprime la sua immagine, sia sotto il profilo della incidenza negativa che tale diminuzione comporta nell’agire delle persone fisiche che ricoprano gli organi della persona giuridica o dell’ente e, quindi, nell’agire dell’ente, sia sotto il profilo della diminuzione della considerazione da parte dei consociati in genere o di settori o categorie di essi con le quali la persona giuridica o l’ente di norma interagisca. Il suddetto danno non patrimoniale va liquidato alla persona giuridica o all’ente in via equitativa, tenendo conto di tutte le circostanze del caso concreto. In riferimento ad indebita segnalazione da parte di istituto bancario di una società alla Centrale rischi della Banca d’Italia quale soggetto in posizione di c.d. sofferenza, deve riconoscersi, pertanto, la risarcibilità a tale società di un danno non patrimoniale per lesione del diritto all’immagine sotto i due profili indicati, da liquidarsi in via equitativa secondo le circostanze concrete del caso.

Corte di Cassazione, sez. III, civ., sentenza 4 giugno 2007 n. 12929

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