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Piantare sul terreno altrui: che succede?

7 febbraio 2018


Piantare sul terreno altrui: che succede?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 7 febbraio 2018



Accessione: il titolare del terreno diventa proprietario di ciò che è stato piantato sul proprio fondo, ma se il vicino era in buona fede deve pagargli le spese e la mano d’opera.

Immaginiamo che una persona realizzi una piantagione sul terreno altrui, occupandolo in tutto o solo in parte. Cosa può fare il proprietario per tutelarsi? A chi spetta la titolarità della piantagione che ormai, per forza di cose, non può più essere spostata? La questione è disciplinata dal codice civile [1] il quale prevede la cosiddetta accessione, un meccanismo che serve proprio a regolare ipotesi come questa. Se quindi il tuo vicino ha piantato degli alberi sul tuo suolo o ha seminato e realizzato una piantagione o, viceversa, tu in buona fede, leggendo male le mappe catastali, hai invaso in parte l’altrui proprietà, in questo articolo troverai la risposta al problema: che succede a piantare sul terreno altrui?

Se non hai mai sentito parlare di accessione, ecco di cosa si tratta. L’accessione è un modo di acquisto della propria «a titolo originario», ossia senza un contratto, una donazione o un testamento. Si verifica quando il proprietario di un bene immobile acquista la proprietà di un altro fondo o di un altro bene che si per qualche ragione unito alla sua proprietà. Ad esempio, una piantagione o una costruzione, quando vengono realizzate in un fondo di un’altra persona diventano anch’esse di proprietà di quest’ultimo. Tanto per fare un esempio comune, immaginiamo una donna che ottenga dal padre, in donazione un terreno. Dopo sposata, insieme al marito, decidono di costruire sul terreno una casa. Benché l’abitazione venga realizzata coi soldi di entrambi, la proprietà sarà solo della titolare del terreno, ossia la moglie. Al marito spetterà – in caso di separazione tra i coniugi – solo il rimborso del 50% delle spese.

Questo fenomeno, tipico per le costruzioni, si realizza anche con le piantagioni. Quindi se una persona pianta sul terreno altrui perde, di norma, la proprietà della piantagione stessa.

Il codice civile [1], dicevamo, prevede proprio l’ipotesi di opere fatte sopra o sotto il suolo (altrui) e stabilisce: qualunque piantagione, costruzione od opera esistente sopra o sotto il suolo appartiene al proprietario di questo (salvo risulti diversamente dai titoli di proprietà).

Per «piantagione» si intende l’insieme di organismi vegetali piantati su di una superficie e costituito, quindi, sia da piante isolate che da un complesso di vegetali omogeneo.

Da come è facile intuire il codice civile considera, senza ombra di dubbio, il suolo come cosa principale destinata ad accrescersi se vi si unisce una piantagione, una costruzione o qualsiasi altra opera. Il proprietario del terreno su cui altre persone costruiscono o piantano diventa proprietario di tutto ciò che vi si trovi di sopra o sotto solo se vi sono “saldamente” connessi. Del resto questa norma serve anche allo stesso proprietario che potrebbe essere egli stesso l’autore della piantagione: gli servirà cioè per dimostrare di essere proprietario della piantagione o della costruzione qualora volesse venderle.

Potrebbe però succedere che una persona, titolare di un fondo, pianti sul proprio fondo alberi e altri vegetali di proprietà di altre persone solo per diventarne titolare. In tal caso, qualora non si possano più separare tali materiali dal terreno senza danni alla piantagione, egli dovrà pagare il valore delle piantagioni realizzate col materiale altrui [2]. Ma ciò solo a condizione che il proprietario dei materiali li abbia rivendicati entro sei mesi da quando ha avuto notizia dell’incorporazione. Se il proprietario del fondo utilizza colposamente materiali altrui commette un fatto illecito; però, viene stabilito che il fatto è considerato illecito solo se il proprietario del fondo è in colpa grave.

Se le piantagioni sono fatte invece da una terza persona con i suoi materiali (ad esempio il titolare del terreno confinante), il proprietario del terreno ha diritto a mantenerle come proprie o di obbligare colui che le ha fatte a levarle. Se opta per la prima soluzione (la rimozione) deve pagare a sua scelta il valore delle piantagioni con il prezzo della mano d’opera oppure l’aumento di valore che ne ha ricevuto il suo terreno [3]. Per chiedere la rimozione ha sei medi di tempo da quando ha avuto notizia dell’incorporazione.

Se invece il titolare del terreno preferisce che le piante siano tolte dalla sua proprietà, tale attività dovrà avvenire a spese di chi le ha piantate, il quale potrà anche essere condannato al risarcimento del danno. Il proprietario però che era a conoscenza del fatto che un’altra persona stava piantando sul proprio terreno non può poi obbligarlo a togliere le piantagioni e dovrà necessariamente optare per il rimborso con il pagamento della mano d’opera. Lo stesso dicasi nell’ipotesi in cui il terzo ha effettuato la piantagione in buona fede, ossia per errore, credendo di piantare sul proprio terreno.

note

[1] Art. 934 cod. civ.

[2] Art. 935 cod. civ.

[3] Art. 936 cod. civ.

Autore immagine Pixabay.com


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