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Lo sai che? Ape aziendale: cos’è e come funziona

Lo sai che? Pubblicato il 9 febbraio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 9 febbraio 2018

Che cosa si intende quando si parla di Ape aziendale? Che cosa cambia rispetto all’Ape sociale e che cosa accomuna le due misure?

Abbiamo avuto modo di vedere in cosa consiste l’Ape sociale, trattando approfonditamente l’Ape cosiddetto volontario. Il 2018, infatti, vede l’uscita dal mondo del lavoro anticipata rispetto al 2017 e, nel 2019, lo sarà ancora di più (con cinque mesi in più concessi). Più facile soprattutto per gli iscritti all’Assicurazione generale obbligatoria AGO (fondo pensioni per lavoratori dipendenti, FPLD, e gestioni speciali dei lavoratori autonomi – artigiani, commercianti, coltivatori diretti, mezzadri e coloni -) e alla Gestione Separata. Dunque erano l’Inps e lo Stato a pagare l’assegno per l’anticipo pensionistico. Ma non è tutto. Ora c’è anche la possibilità dell’Ape aziendale. Che cos’è? In cosa differisce e che opportunità in più dà?

Ape aziendale: è l’azienda a pagare il prestito dell’anticipo pensionistico

È un po’ come dire che, tra pubblico e privato, il lavoratore dipendente va in pensione prima grazie all’azienda, al privato per cui lavora, poiché è essa a pagare il prestito. È ugualmente un modo per andare in pensione tre anni e sette mesi prima rispetto ai 66 anni e sette mesi d’età, quindi a circa 63 anni, con almeno venti anni di contributi e dopo aver maturato una pensione finale non superiore ai 1.350 euro lordi mensili. Si tratta sempre di una sorta di finanziamento concesso al lavoratore che lo ottiene, con l’impegno di restituirlo (a rate) una volta cumulati gli anni di servizio previsti dalla legge; e al termine sancito, magari, con una scrittura privata di quietanza di pagamento o quietanza a saldo. Prestito ottenuto sempre con il tramite dell’Inps. Anche per l’Ape aziendale, come per l’Ape sociale, il meccanismo è questo. Ma vediamo più nello specifico come funziona l’Ape aziendale.

Ape aziendale: come funziona, il meccanismo di base

È una sorta di accordo, di contratto stipulato e concordato della modalità per poter andare in pensione anticipata tra il lavoratore e l’azienda stessa. Tuttavia la prerogativa principale, che farà scattare questo ‘provvedimento’ da parte dell’azienda, è un piano di ristrutturazione aziendale. Ossia, se si deve rivedere il personale, le mansioni richieste e le eventuali figure necessarie: quelle più fondamentali e quelle più superflue. Una volta concordati i termini, vediamo come procederà l’azienda. O essa usufruisce dei cosiddetti fondi bilaterali; oppure versa all’Inps dei contributi (garantiti dalla stipula di una fideiussione bancaria) proporzionati allo stipendio percepito dal suo dipendente [1]. Di solito è pari al 33% dell’imponibile delle ultime 52 settimane di lavoro.

Ape aziendale. Vantaggi e svantaggi

Per il datore di lavoro, inoltre, i vantaggi non sono solo dal punto di vista della riorganizzazione della struttura e dell’organico, ma anche da quello economico: per l’azienda c’è una detrazione fiscale pari al 50% della quota interesse della rata. Quindi il carico è per il datore di lavoro (l’azienda) o per lo Stato, ma non vi sono oneri per il lavoratore dipendente: non c’è nessun anticipo da restituire o dover dare. Non solo; ma l’accordo – tra dipendente e datore di lavoro – di anticipo pensionistico può inoltre essere addirittura persino migliorativo e più vantaggioso rispetto al minimo previsto dalla legge. L’obiettivo è, infatti, far sì che gli sia riconosciuta quella che viene definita pensione piena, ossia una pensione persino più alta al dipendente di quella che avrebbe maturato per legge.

Inoltre è da evidenziare che il prestito può essere versato dal datore di lavoro all’Inps in un’unica soluzione [2], entro la prima mensilità dell’Ape, ma dovrà essere restituito dal lavoratore in vent’anni. Il mancato pagamento di tali contributi previdenziali obbligatori all’Inps – da parte dell’azienda – (che si aggirano di solito intorno al 5,55% annuo), infatti, fa incorrere l’azienda in sanzioni penali [3].

Il limite dell’Ape aziendale è, però, che vale soltanto per le aziende con meno di venti dipendenti che stiano procedendo alla ristrutturazione. Qui sta anche la differenza con l’Isopensione prevista dalla Riforma Fornero, che si rivolge ad aziende più grandi [4]. Da notare che l’Ape aziendale è in via sperimentale dal maggio del 2017, proseguirà per tutto il 2018 e poi staremo a vedere per il 2019.

Due sono le differenze importanti e sostanziali con il cosiddetto ‘esodo’ della Riforma Fornero: il prestito viene erogato in dodici mensilità con l’Ape aziendale, contro le tredici della Riforma Fornero, e vi si può accedere persino anche a quattro anni dalla pensione; inoltre dell’Ape aziendale possono usufruire tipologie di lavoratori più ristrette (anche dai limiti di reddito imposti: ossia 1,4 volte il trattamento minimo), mentre – a sua volta – l’esodo della Riforma Fornero non prevede obblighi di tempo di restituzione del prestito (contro i vent’anni fissati dall’Ape aziendale) [4].

note

[1] Più nello specifico, la normativa di riferimento è la legge 184/1997 che, all’articolo 7, cita testualmente così: “Alla scadenza prevista per il pagamento dei contributi del mese di erogazione della prima mensilità dell’APe, un contributo non inferiore, per ciascun anno o frazione di anno di anticipo rispetto alla maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia, ai contributi previdenziali calcolati in base allo stipendio del lavoratore”.

[2] Poi il comma 172 della legge n. 232/2016, ossia la Legge di bilancio 2017, prevede che il datore di lavoro possa versare un’unica soluzione all’Inps.

[3] Esse sono previste dall’articolo 116, comma 8, lettera a, della legge 388/2000.

[4] Con la legge 92/2012 (Riforma delle pensioni Fornero), riferita però ai casi di ‘esuberi’ aziendali.

[5] In base all’articolo 4 della Riforma Fornero stessa (legge 92/2012).

Autore Immagine: Pixabay.com


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