Donna e famiglia Ape rosa: cos’è e come funziona

Donna e famiglia Pubblicato il 7 febbraio 2018

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Ape rosa, una nuova misura a favore delle donne: ma cosa significa tale ‘sussidio’?

Delle novità portate dalla Legge di bilancio 2018 in tema di anticipo pensionistico avevamo già detto e accennato; ma non è tutto: c’è dell’altro. In tema di Ape social, arriva anche l’Ape social rosa. Ma che cos’è? Vediamo di capire meglio.

Le tre categorie dell’Ape rosa

Dopo le quote rosa, dopo i parcheggi rosa, dopo l’Ape volontario e l’Ape social, ecco che la Legge di bilancio 2018 propone l’Ape rosa. Si tratta, detto in poche parole, di un bonus di circa un anno di sconto per ogni figlio, fino a due, sui contributi versati. Tre le categorie di lavoratrici interessate, purché rigorosamente iscritte all’assicurazione generale obbligatoria Inps (Ago). L’Ape rosa, infatti, sarà interamente versata dallo Stato e non dall’azienda alle cui dipendenze lavora la donna. Le tre tipologie coinvolte sono: donne disoccupate, licenziate o che abbiano rassegnato le proprie dimissioni, ma che non percepiscono da almeno tre mesi la prestazione di disoccupazione; donne con un’invalidità pari o superiore al 74%; le cosiddette caregiver, ossia coloro che devono assistere un parente con handicap grave e disabilità invalidante (in base alla legge 104); donne che abbiano svolto mansioni cosiddette ‘pesanti’ che, come abbiamo avuto modo di precisare, sono: lavori nel terziario, per la maggior parte, e nell’edilizia; le operatrici ecologiche o sanitarie, come le infermiere, o personale che lavora su turni, facchine, addette alle pulizie, conduttrici di mezzi pesanti – per fare qualche esempio -.

Come funziona l’Ape rosa

Sinteticamente, l’assegno potrà essere richiesto a partire dai 63 anni d’età e sarà percepito fino al raggiungimento dell’età pensionabile prevista dalla legge (ovvero 66 anni e 7 mesi per uomini e donne fino al 2018 che saliranno a 67 a partire dall’anno successivo, nel 2019). L’anticipo pensionistico verrà erogato con uno sconto (per ogni figlio a carico) rispetto agli anni di contributi versati previsti dalla normativa (in genere circa 30 o 36); dunque con 28 anni di contributi invece di 30 o 34 al posto di 36. Il calcolo verrà effettuato sull’anzianità di servizio aggiornata al 31 dicembre 2011. Tuttavia, sebbene il beneficio sia più o meno di uno o due anni, esso può variare da sei mesi fino a tre anni (come inizialmente era stato addirittura ipotizzato); poi, però, c’è stata una frenata da parte del Governo. L’assegno, innanzitutto, non potrà superare i 1.500 euro mensili.

In una prima fase era stata avanzata la proposta di tre anni di sconto, poi ritenuta troppo elevata, e così è stata portata almeno a un paio d’anni, ma si vorrebbe ridurla ad uno soltanto. Per una donna che abbia addirittura quattro figli a carico, gli anni di contributi saranno 28 invece di 30 e 34 in luogo di 36 se abbia anche compiuto lavori usuranti, logoranti e “pesanti”; per coloro le quali hanno, invece, almeno tre figli gli anni saranno – rispettivamente – 27 e 33.

Sostituisce, così, quella che è stata la cosiddetta “Opzione donna”, misura che permetteva l’uscita anticipata dal mondo del lavoro alle donne con almeno 57 anni d’età e 35 di contributi. Tuttavia, per la diffusione di tale pratica, resta ostativo un elemento: il fatto cioè che, ad esempio, l’Europa non appoggia distinzioni di genere nel trattamento previdenziale.

Altre misure oltre l’Ape rosa

Ma l’Ape rosa non è la sola novità apportata dalla legge di bilancio. Innanzitutto quella dei cosiddetti lavoratori precoci, che potranno andare in pensione con 41 anni di contributi, a prescindere dall’età anagrafica; poi quella che viene definita come Ape aziendale: è un equivalente dell’Ape sociale, solo che – a differenza di questo tipo di anticipo pensionistico – l’assegno di prestito anticipato sulla pensione è versato dall’azienda stessa e non dallo Stato. All’interno di essa si inserisce anche la misura meglio nota quale “Isopensione” (derivante da quella che tutti chiamano legge Fornero), che dà la possibilità all’azienda di pagare per quattro anni assegno e contributi a chi lasciasse il lavoro (ed ora si è giunti sino a ben sette anni). E – infine – il cosiddetto cumulo gratuito, altra misura senza nessun costo aggiuntivo per il dipendente, similare al più caro provvedimento della cosiddetta ricongiunzione. Grazie ad esso il lavoratore può, senza doversi accollare altre spese onerose, cumulare i periodi assicurativi ottenuti con lo svolgimento del suo mestiere presso diversi datori, facendosi riconoscere così un’unica e sola pensione totale complessiva finale.

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Autore Immagine: Pixabay.com


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