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Forfettario o lavoro autonomo occasionale?

9 febbraio 2018 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 febbraio 2018



È più conveniente lavorare in proprio col regime fiscale forfettario o col lavoro autonomo senza partita Iva?

Chi inizia a svolgere un’attività in proprio spesso si trova a dover scegliere tra regime forfettario e lavoro autonomo occasionale, chiedendosi qual è l’opzione più conveniente in termini di risparmio fiscale e di contributi previdenziali. Per poter effettuare una valutazione di convenienza tra il regime forfettario e il lavoro autonomo occasionale, tuttavia, è fondamentale tener presente che la possibilità di non aprire la partita Iva, quindi di emettere ricevuta come lavoratore autonomo occasionale all’eventuale committente, o agli eventuali committenti, sussiste solo se è presente il requisito dell’occasionalità della prestazione.

Lavoro autonomo occasionale, quando

Perché una prestazione sia considerata occasionale non esistono limiti relativi al compenso o alle giornate di lavoro, in quanto la saltuarietà dell’attività deve essere valutata caso per caso, con particolare riguardo all’organizzazione: nella situazione di un lavoratore che non ha certezza di una collaborazione continuativa, non ha un’autonoma organizzazione ed ha un solo committente, l’attività potrebbe considerarsi occasionale. Bisognerebbe però aver riguardo alla durata dell’incarico, nonostante la normativa non preveda limiti specifici: ad esempio, se si deve emettere ricevuta per un incarico della durata di due mesi, non è possibile considerarsi immuni ad eventuali contestazioni da parte dell’Agenzia delle entrate.

Convenienza del lavoro autonomo occasionale

Veniamo ora alla valutazione di convenienza del lavoro autonomo occasionale rispetto al regime forfettario. Prendiamo il caso di un lavoratore in proprio che, per uno o più incarichi, debba percepire 6.500 euro annui, con il solo costo dei contributi previdenziali, senza spese da dedurre.

Se il lavoratore decidesse di non aprire la partita Iva, fatturando, o meglio emettendo ricevuta per un totale annuo di 6500 euro avrebbe i seguenti costi (oltre alla marca da bollo da 2 euro da apporre obbligatoriamente sulla ricevuta):

  • contributi: superando la soglia di esenzione contributiva, pari a 5mila euro annui, dovrebbe iscriversi alla gestione Separata Inps e pagare la contribuzione sui compensi che eccedono i 6.500 euro, cioè su 1.500 euro; a questo proposito, bisogna precisare che ai lavoratori autonomi occasionali si applicano le stesse regole di iscrizione, ripartizione del contributo, versamento e denuncia previste per i collaboratori coordinati e continuativi, nonché le regole generali in materia di aliquote, massimale e accredito contributivo; il lavoratore dovrebbe dunque pagare soltanto 1/3 del 34,23% di contribuzione dovuto alla Gestione Separata, ossia 1/3 di 513,45 euro, quindi 171,15 euro a titolo di contribuzione; se il committente, però, non risulta un sostituto d’imposta (privato, ditta estera senza ha stabile organizzazione in Italia), l’obbligo contributivo dovrebbe ricadere interamente sul lavoratore, che dovrebbe pagare 513,45 euro a titolo di contribuzione previdenziale; in assenza di specifiche normative e di chiarimenti da parte dell’Inps, sarebbe comunque in questo caso consigliabile, prima di procedere agli adempimenti, interpellare in merito la sede Inps competente;
  • tassazione: si applicherebbero le ordinarie aliquote Irpef per scaglioni, assieme alla detrazione per redditi da lavoro autonomo, considerando come imponibile il compenso al netto dei contributi: il lavoratore pagherebbe dunque il 23% su (6.500-513,45 euro), ossia, 1.376,91 euro di Irpef, sui quali applicare le detrazioni spettanti per lavoro autonomo; in definitiva verserebbe dunque 299,17 euro di Irpef, 73,64 euro di addizionale regionale e 41,91 euro di addizionale comunale;
  • totale costi: 928,17 euro;
  • una nota importante: nel caso in cui i committenti siano dei sostituti d’imposta, il lavoratore subisce la ritenuta d’acconto del 20%, che recupera poi in sede di dichiarazione dei redditi (ma ha il vantaggio di pagare solo 1/3 della contribuzione); inoltre è possibile dedurre dai compensi le spese strettamente inerenti (non tutte le spese effettuate nell’esercizio dell’attività).

Convenienza del regime forfettario

Se il lavoratore decidesse invece di aprire la partita Iva aderendo al regime forfettario start up (tassazione del 5% per i primi 5 anni), fatturando per un totale annuo di 6500 euro avrebbe i seguenti costi:

  • contributi: 6.500 x 25,72% (aliquota gestione Separata per liberi professionisti): 1.671,80 euro;
  • tassazione: il reddito imponibile lordo sarebbe rappresentato dal 78% di 6.500 euro, sarebbe dunque pari a 5.070 euro; da questo si devono sottrarre 1.671,80 euro di contributi previdenziali, quindi il reddito netto sarebbe pari a 3.399,30; applicando il 5% di tassazione, avrebbe 169,96 euro da pagare a titolo di imposta sostitutiva di Irpef e addizionali;
  • totale costi: 1.841,76 euro.

L’opzione con cui si considera l’apertura della partita Iva e l’adesione al regime forfettario comporta dunque il doppio delle spese rispetto al lavoro autonomo occasionale, a causa dei contributi previdenziali.

Bisogna però rilevare che, se l’attività non fosse occasionale, l’adesione al regime ordinario-semplificato comporterebbe molti più costi rispetto al regime forfettario, nonché un numero non indifferente di adempimenti in più. Il regime ordinario può essere conveniente solo nel caso in cui ci siano diverse spese da sostenere, poiché il forfettario non ne consente la deduzione dal reddito.

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