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Se mi licenzio devo pagare una penale?

8 febbraio 2018


Se mi licenzio devo pagare una penale?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 febbraio 2018



Dimissioni con o senza giusta causa: l’obbligo del preavviso e l’eventuale risarcimento del danno al datore di lavoro.

Hai decido di licenziarti: il lavoro che hai non ti sta più bene. Saranno stati gli attriti coi colleghi, alcuni diverbi con il capo, ma soprattutto l’assenza di stimoli e la voglia di cambiare, fatto sta che ti sei messo alla ricerca di una nuova occupazione. Fortuna ha voluto che tu l’abbia trovata subito: un’altra azienda, dopo aver letto il tuo curriculum, è disposta ad assumerti immediatamente. Anzi, l’ufficio personale ti ha fatto capire che potresti prendere servizio già la prossima settimana vista la necessità di ricoprire il ruolo che andrai a svolgere. A questo punto il problema è come comportarsi con il tuo attuale datore di lavoro a cui dovrai spiegare le ragioni dell’abbandono. Non è tanto la sua reazione a preoccuparti quanto, più che altro, la possibilità che ti venga imposto un periodo di preavviso. Così ti chiedi: se mi licenzio devo pagare una penale? Ecco qual è la corretta risposta al tuo più che legittimo dubbio.

Innanzitutto bisogna comprendere in che forma sei stato assunto: se cioè con contratto esterno o con il tradizionale lavoro dipendente subordinato. La soluzione al quesito da cui siamo partiti dipenderà proprio dal tipo di accordo che hai concluso. Ecco perché distingueremo le due ipotesi trattandole separatamente.

Un’ultima cosa preme precisare prima di spiegare se chi si licenzia deve pagare una penale: in realtà, quando la cessazione del rapporto di lavoro dipende da una scelta del dipendente non si parla di «licenziamento» ma di «dimissioni». È quest’ultimo quindi il termine più corretto, benché comunemente si usi sempre la parola «licenziamento», la quale invece si riferisce solo alle ipotesi in cui la scelta proviene dall’azienda. Insomma, è il datore di lavoro che licenzia; è il dipendente che si dimette.

Contratto esterno o a progetto

Potrebbe succedere che l’azienda abbia instaurato con te un semplice contratto di collaborazione esterna coordinata e continuativa (oggi si chiamano co.co.co.) oppure una qualsiasi altra forma contrattuale. In tale ipotesi, i rapporti tra te e la ditta saranno regolati in base agli accordi negoziati e, quindi, sulla scorta delle clausole contenute nel contratto. Di solito, nei contratti di durata – quelli cioè che prevedono prestazioni prolungate nel tempo – per evitare che una delle due parti receda dall’oggi al domani, lasciando l’altra senza la prestazione, viene previsto l’obbligo di un preavviso. La legge lascia libero i firmatari di fissare la durata del preavviso secondo le proprie intenzioni; l’importante è che tale durata non comprometta la facoltà del libero recesso dal contratto che è inviolabile (sarebbe illegittimo, ad esempio, un preavviso di due anni). Per evitare, poi, che una delle parti sia inadempiente all’obbligo del preavviso viene prevista una penale, ossia una somma di denaro da pagare a carico di chi non ha rispettato gli accordi. Anche la penale non può essere eccessivamente elevata rispetto all’economia del contratto, tanto da disincentivare il recesso. Non bisogna pagare alcuna penale nel caso in cui il recesso dal contratto avvenga per giusta causa, ossia per inadempimento dell’altra parte (ad esempio il mancato pagamento delle prestazioni).

La Cassazione ha detto che [1] è legittima la clausola penale contenuta nel contratto di lavoro a progetto (oggi sostituiti dai contratti di collaborazione continuativa); le parti sono quindi libere di prevedere il recesso anticipato di una delle parti e l’obbligo del preavviso o, in caso di mancato preavviso, il pagamento della penale. Chiaramente quest’obbligo non vale più quando il recesso è determinato da una giusta causa, nella cui ipotesi è possibile risolvere il contratto anche senza preavviso e senza pagare la penale.

Contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato full-time

Per i contratti di lavoro dipendente subordinato funziona più o meno nello stesso modo con l’unica differenza che la durata del preavviso è fissata dal contratto collettivo nazionale di riferimento e la «penale», in questo caso, si chiama indennità sostitutiva del preavviso. Vediamo cosa stabilisce la legge.

Nel caso di lavoro subordinato a tempo indeterminato, tra la comunicazione delle dimissioni del dipendente e il momento effettivo della cessazione del rapporto vi deve essere un periodo di preavviso, durante il quale il contratto di lavoro viene eseguito regolarmente: in altre parole, durante questo termine, il dipendente deve andare in azienda a lavorare e il datore gli deve regolarmente pagare lo stipendio.

L’obbligo di preavviso è escluso solamente per le dimissioni per giusta causa determinate cioè da un comportamento illecito del datore di lavoro.

La durata minima del preavviso è fissata dal Ccnl, ma il contratto individuale può stabilire per le dimissioni un termine di preavviso già lungo (ma solo se tale facoltà di deroga è prevista dallo stesso Ccnl).

Il lavoratore è libero però recedere immediatamente dal rapporto di lavoro, senza dare preavviso. In tal caso, però, dall’ultima busta paga gli viene trattenuto un importo (fissato dal Ccnl) che viene chiamato «indennità sostitutiva del preavviso».

Una volta comunicate le dimissioni con l’indicazione della data di ultimazione delle prestazioni, il lavoratore non può cambiare decisione dichiarandosi dopo disponibile a proseguire l’attività fino alla scadenza del periodo di preavviso. Ne consegue il diritto del datore di lavoro a trattenere l’indennità sostitutiva del preavviso.

Il datore di lavoro può sempre accordarsi con il dipendente per far cessare immediatamente il rapporto di lavoro, senza preavviso, rinunciando anche all’indennità sostitutiva.

È possibile che il datore di lavoro, ricevute le dimissioni, rifiuti il preavviso del lavoratore. Se il lavoratore accetta il recesso immediato, il datore di lavoro deve versare al dipendente l’indennità sostitutiva del preavviso.

Contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato part-time

Le regole sul recesso dal part-time sono le stesse dei contratti di lavoro a tempo pieno. Per quanto riguarda il periodo di preavviso in caso di licenziamento o dimissioni, i contratti collettivi possono modulare la durata del periodo di preavviso in relazione all’articolazione dell’orario di lavoro.

Contratto di lavoro dipendente a tempo determinato 

Nel contratto di lavoro dipendente «a termine» o, più comunemente detto, «a tempo determinato», il lavoratore è più vincolato a rispettare la scadenza del contratto. La legge infatti gli consente di presentare le sue dimissioni prima di tale data solo se c’è una giusta causa che non consente la prosecuzione del rapporto. In tale ipotesi il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno, determinato in misura pari all’ammontare delle retribuzioni che avrebbe percepito se il contratto avesse avuto la durata prevista, a meno che, nel frattempo, non abbia trovato un’altra occupazione. Non gli è comunque dovuta l’indennità sostitutiva del preavviso.

Se invece non c’è una giusta causa, il dipendente non può dimettersi prima della scadenza del contratto, neanche dando il preavviso (nel contratto a termine infatti non è previsto il preavviso). Cosa rischia il dipendente a tempo determinato che si dimette senza giusta causa? Secondo la Cassazione [1], in caso di dimissioni senza giusta causa del dipendente a termine, questi commette un palese inadempimento contrattuale ed è pertanto tenuto a versare il risarcimento integrale del danno provocato al datore di lavoro, da quantificare secondo le norme comuni e non nella misura indicata dal codice civile per il recesso dal contratto a tempo indeterminato.

Particolari disposizioni possono essere previste dai Ccnl

note

[1] Cass. sent. n. 22396/2014.

[2] Cass. sent. n. 13597/1992.


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