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Lo sai che? Telelavoro da casa: dove si fa la causa sul licenziamento?

Lo sai che? Pubblicato il 9 febbraio 2018

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> Lo sai che? Pubblicato il 9 febbraio 2018

Competenza territoriale del giudice in caso di telelavoro: si considera il luogo ove il lavoratore svolge le mansioni.

Hai svolto, per alcuni mesi, un lavoro da casa per conto di una azienda che ha sede in un’altra città. Ora questa ti ha licenziato. Le ragioni, a tuo avviso, sono pretestuose e prive di fondamento. È pertanto tua intenzione impugnare il licenziamento. Dopo aver inviato, nei 60 giorni dalla comunicazione la lettera di contestazione, ti poni giustamente il problema di quale sia il giudice competente per la causa di lavoro nel caso di telelavoro, ossia di dove fare la causa. Il dubbio ti viene perché hai letto sul codice di procedura civile [1] che, per tutte le controversie in materia di lavoro dipendente e parasubordinato, è sempre competente il giudice del lavoro del tribunale nella cui circoscrizione «è sorto il lavoro ovvero si trova l’azienda o una sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera al momento della fine del rapporto». Qui sta il problema: la sede dell’azienda è lontana e fare la causa in un’altra città potrebbe essere più costoso oltre a comportare problemi logistici; dall’altro lato, il luogo ove hai «prestato opera» è proprio casa tua. Ma può essere competente il giudice del domicilio del dipendente in una causa di lavoro? In altri termini il tuo problema è, in caso di lavoro da casa, dove si fa la causa sul licenziamento? La risposta al tuo legittimo è stata fornita proprio ieri dalla Cassazione [2]. I giudici si sono espressi in riferimento al problema di quella che, tecnicamente, viene chiamata «competenza territoriale del foro» in una causa di licenziamento per “lavoro da casa”. Vediamo dunque qual è stato l’importante chiarimento.

Quando si parla di telelavoro non bisogna pensare a un’autonoma tipologia di contratto di lavoro, ma solo a una particolare modalità di svolgimento della prestazione lavorativa, caratterizzata dal fatto che l’attività viene svolta, a seguito di accordo tra le parti, al di fuori dei locali aziendali, solitamente da casa o da un altro ufficio nella disponibilità del dipendente, e tramite l’ausilio di strumenti informatici e sistemi di telecomunicazioni. Oggi il perimetro del telelavoro è stato ampliato grazie alle regolamentazioni sul cosiddetto smart working, ossia il lavoro agile che presenta, tuttavia, dei punti in comune con il lavoro autonomo. 

Il telelavoro può configurarsi come attività di lavoro:

  • autonomo; il lavoratore offre servizi informatici con gestione autonoma della propria attività;
  • parasubordinato; il lavoratore presta la sua opera continuativamente per un committente ma non può organizzare liberamente la propria attività;
  • subordinato (anche con contratto a tempo determinato o part-time); il telelavoratore, anche se in luogo diverso dall’unità produttiva (proprio domicilio o altro luogo), presta la sua attività alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore senza poter ricorrere ad un’organizzazione autonoma di mezzi ed attrezzature e senza poter beneficiare della collaborazione di familiari o terzi. Il  datore di lavoro ha la facoltà di eseguire un controllo diretto e continuo sul telelavoratore e sull’orario effettuato.

Veniamo ora al problema della competenza territoriale del tribunale nelle cause relative a controversie di telelavoro. Nel rapporto di lavoro subordinato privato il luogo ove viene eseguita la prestazione lavorativa assume importanza per determinare a quale giudice rivolgersi in caso di controversie con il datore. Se, tuttavia, la prestazione del dipendente non è collegata ad una vera e propria sede o dipendenza dell’azienda, bisogna allora prendere in considerazione il luogo effettivo ove questi svolge l’attività che, nel caso di telelavoro, è proprio casa sua. In pratica, poiché caratteristica essenziale del telelavoro è lo svolgimento delle attività dall’abitazione del dipendente, quest’ultima deve considerarsi la sede effettiva di lavoro. Con tutte le conseguenze in termini di competenza territoriale che ne derivano. Tradotto in termini pratici, sul licenziamento di chi lavora da casa è competente il giudice del luogo dove abita il dipendente. Specifica infatti la Cassazione che, per stabilire la competenza del tribunale, è sufficiente che l’imprenditore disponga in quel luogo di una serie di beni organizzati per l’attività anche se i locali sono di proprietà altrui o del lavoratore stesso.

Si tratta di una sentenza evolutiva, che può vantare già altri precedenti dello stesso segno [3], e che valorizza le nuove forme flessibili di lavoro senza pregiudicare il dipendente. È noto infatti come svolgere una causa in un luogo diverso dalla propria residenza possa essere più difficoltoso (in termini di spostamento del dipendente laddove in tribunale dovesse essere necessaria la sua presenza o quella degli eventuali testimoni) e più costoso (se l’avvocato non è del luogo, potrebbe aver necessità di un “corrispondente di zona”, con duplicazione della parcella). Ecco perché i giudici hanno interpretato la norma sulla competenza territoriale, in caso di telelavoro, a favore del dipendente. Ai fini della competenza territoriale nelle controversie di lavoro – si legge in precedenti decisioni della stessa Suprema Corte – la nozione di «dipendenza alla quale è addetto il lavoratore», richiesta dal codice di procedura civile, deve essere interpretata in senso estensivo, come articolazione della organizzazione aziendale nella quale il dipendente lavora, potendo coincidere anche con l’abitazione privata del lavoratore, se dotata di strumenti di supporto dell’attività lavorativa. Nel caso di specie, la Cassazione aveva ritenuto che l’abitazione di un informatore scientifico farmaceutico, dotata di un computer e di una stampante con rete adsl e adibita a deposito di campioni e di materiale pubblicitario, potesse essere qualificata come dipendenza aziendale, essendo peraltro limitrofa all’ambito territoriale assegnato al lavoratore. Nella vicenda, invece, decisa ieri i giudici si sono invece trovati dinanzi al caso di una lavoratrice che aveva svolto attività per una ditta di noleggio biciclette, sostenendo di aver svolto attività consistente nel seguire le richieste dei clienti in ordine al noleggio dei mezzi e invio tramite e-mail di appositi preventivi personalizzati in base alle esigenze della clientela, con successive indicazioni su itinerari da seguire e strutture ove alloggiare, dalla propria abitazione, dotata di organizzazione e strutture materiali, quali pc e account istituzionale.

La Suprema corte, nel confermare che, nel caso di telelavoro da casa, il giudice competente per la causa di licenziamento è quello del domicilio del dipendente, ha affermato che l’attività da casa è inevitabilmente espressione dell’iniziativa del datore nell’organizzazione del lavoro, essendo certa la riconoscibilità, nel caso, di un complesso di beni munito di propria individualità tecnico-economica e di un collegamento funzionale con il predetto datore, tale da rendere configurabile la coincidenza tra dipendenza dell’azienda ed abitazione del lavoratore.

note

[1] Art. 413 cod. proc. civ.

[2] Cass. ord. n. 3154/18 dell’8.02.2018.

[3] Cass. ord. n. 17347/2013.

Autore immagine Unsplash.com

Cassazione civile, sez. VI, 15/07/2013, (ud. 04/04/2013, dep.15/07/2013),  n. 17347 

Fatto

FATTO E DIRITTO

1. A.F. propone regolamento di competenza contro l’ordinanza con la quale il Tribunale di Locri ha declinato la propria competenza territoriale nella controversia proposta dall’ A. nei confronti della spa Malesci Istituto Farmacologico ed ha indicato come giudice competente il Tribunale di Firenze.

2. La società resistente ha depositato memoria difensiva ai sensi dell’art. 47 c.p.c. e quindi memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

3. Il Procuratore Generale, con suo scritto del 17 gennaio 2013, ha chiesto l’accoglimento del ricorso.

4. Il ricorso deve essere accolto.

5. Il ricorrente, si legge nella stessa ordinanza, è stato assunto “con la qualifica di impiegato e con mansione di informatore scientifico del farmaco”, con “zona di lavoro in Catanzaro, Reggio Calabria e relative province”. A tal fine egli ha, nella sua abitazione in (OMISSIS), computer, stampante, telefono, campioni e materiali di propaganda aziendali.

6. Pur svolgendosi il lavoro in modo itinerante nella zona di competenza, l’abitazione del lavoratore costituisce pertanto in questo caso il luogo in cui egli svolge alcune attività fondamentali (organizzazione del lavoro e relazioni per l’azienda) e dove si trovano gli strumenti di lavoro base e il deposito del campionario aziendale e del materiale di propaganda aziendale.

7. In un caso analogo si è rilevato quanto segue.

8. L’art. 413 c.p.c., comma 1, individua il giudice territorialmente competente per le controversie di lavoro indicando tre fori speciali alternativi: il luogo in cui è sorto il rapporto, quello in cui si trova l’azienda, quello in cui si trova la dipendenza aziendale alla quale è addetto il lavoratore.

9. Il problema interpretativo nel caso in esame è quello di stabilire cosa debba intendersi per dipendenza aziendale alla quale è addetto il lavoratore.

10. Di tale espressione è necessario dare una interpretazione estensiva per almeno due ragioni.

11. In primo luogo, perchè ormai da tempo l’evoluzione dell’organizzazione del lavoro tende a rendere elastico il rapporto tra lavoro e luoghi e strutture materiali. Molti lavori, specie nei servizi, vengono svolti fuori dai luoghi tradizionali (l’azienda agricola, la fabbrica, l’ufficio, ecc.) e vengono svolti con l’ausilio di pochi mezzi e strumenti materiali. Molte persone lavorano a casa propria e solo con un “personal computer” e tuttavia lavorano alle dipendenze di una organizzazione aziendale, flessibile ma non per questo evanescente: si pensi alle penetranti possibilità di controllo dei tempi e dei contenuti della prestazione che un collegamento informatico consente. L’interprete nel valutare il concetto di dipendenza non può non tener conto di tale evoluzione.

12. La seconda ragione attiene alla “ratio” dell’art. 413 c.p.c.. Il legislatore del 1973 ha concepito le regole sulla competenza territoriale del giudice del lavoro guidato dalla finalità di coniugare il rispetto del principio del giudice naturale con la possibilità di rendere il meno difficoltoso possibile l’accesso alla giustizia del lavoro. Ha sicuramente usato come bussola il principio costituzionale sul diritto di difesa (art. 24 Cost.) e il particolare rispetto dovuto al lavoro, quale si evince da numerose norme della Costituzione, a cominciare dall’art. 1 e dall’art. 4 che riconosce il diritto al lavoro e impegna la Repubblica a “promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

13. In tale ottica, il legislatore ha operato due scelte di fondo. In primo luogo, quella di offrire una molteplicità di soluzioni, individuando più fori alternativi, tra i quali il ricorrente può scegliere. In secondo luogo, quella di avvicinare il luogo del giudice al luogo di lavoro. Ciò al fine di rendere meno difficoltoso promuovere e seguire il giudizio (è superfluo sottolineare quanto sia più difficile sul piano economico e logistico partecipare ad un processo lontano dal luogo di vita). Ma vi è anche un interesse generale dell’ordinamento a che il giudice sia vicino al luogo della controversia, che nelle cause di lavoro è il luogo di svolgimento dell’attività lavorativa: si pensi alle difficoltà che riguardano lo spostamento dei testimoni, in genere persone che hanno potuto osservare il lavoro e che quindi sono anch’essi tendenzialmente dimoranti nella medesima zona; alla eventualità di ispezioni dei luoghi da parte del giudice; ad eventuali attività di ausiliari del giudice).

14.Per queste ragioni l’espressione “dipendenza aziendale alla quale è addetto il lavoratore” deve essere interpretata in senso estensivo, come articolazione della organizzazione aziendale (dipendenza) nella quale il dipendente lavora (addetto), che può anche coincidere con la sua abitazione se dotata di strumenti di supporto dell’attività lavorativa.

15. Sul punto la giurisprudenza è concorde e, attenuando alcune difformità che possono considerarsi ormai datate, è divenuta particolarmente omogenea: cfr. in particolare Cass., 16 novembre 2010, n. 23110; 21 gennaio 2010, n. 1018; 16 novembre 2010, n. 23110.

16. In tali decisioni, occupandosi proprio della competenza territoriale delle cause degli informatori farmaceutici, si è costantemente richiamata la necessità di “una nozione particolarmente ampia del concetto di dipendenza aziendale”, che “non solo non coincide con quello di unità produttiva contenuto in altre norme di legge, ma deve intendersi in senso lato, in armonia con la mens legis mirante a favorire il radicamento del foro speciale nel luogo della prestazione lavorativa”.

17.Condizione minima, ma sufficiente a tal fine, è che l’imprenditore abbia configurato tale organizzazione del lavoro e che l’azienda disponga in quel quel luogo di un nucleo di beni organizzati per l’esercizio dell’impresa, cioè destinato al soddisfacimento delle finalità imprenditoriali, “anche se modesto e di esigue dimensioni”; è sufficiente che in tale nucleo operi anche un solo dipendente e non è necessario che i relativi locali e le relative attrezzature siano di proprietà aziendale, ben potendo essere di proprietà del lavoratore stesso o di terzi.

18.Ancor più consistente è la convergenza nelle soluzioni in concreto adottate: si è ritenuta sussistente la “dipendenza aziendale alla quale è addetto il lavoratore” anche nella residenza del lavoratore quando questi svolga l’attività lavorativa in tale luogo, avvalendosi di strumenti destinati all’attività aziendale, individuati in genere in un “computer” collegato con l’azienda e nei relativi strumenti di supporto (stampante, adsl, ecc.).

19. Tali elementi sono idonei a distinguere queste situazioni da quelle, concernenti i lavoratori parasubordinati di cui all’art. 414 c.p.c., n. 3, in cui il foro competente è individuato con il mero riferimento al domicilio del lavoratore, senza alcun bisogno che in tale luogo venga svolta l’attività lavorativa e sia individuabile una articolazione aziendale nel senso lato prima precisato.

20. Nel caso in esame, come si è visto, dagli atti si desume che il ricorrente svolgeva l’attività lavorativa per l’azienda in un ambito territoriale lontano dalla sede dell’impresa e limitrofo all’abitazione del dipendente, abitazione nella quale egli aveva gli strumenti di lavoro (computer, stampante, adsl) ed il deposito dei campioni e del materiale pubblicitario. Cioè tutti i beni e strumenti necessari per lo svolgimento dell’attività lavorativa.

21. Di conseguenza, alla stregua dei principi di diritto su richiamati, deve affermarsi la competenza territoriale del Tribunale di Locri.

22. Il ricorso, pertanto, deve essere accolto e deve essere dichiarata la competenza territoriale del giudice del lavoro del Tribunale di Locri dinanzi al quale era stato iniziato il giudizio.

Le spese del regolamento devono essere poste a carico della parte soccombente.

PQM

La Corte accoglie il ricorso e dichiara la competenza del Tribunale di Locri. Condanna la società al pagamento delle spese di regolamento, che liquida in 50,00 Euro, nonchè 1.500,00 Euro per compensi professionali, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 4 aprile 2013.

Depositato in Cancelleria il 15 luglio 2013

 

 


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